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giovedì 23 maggio 2013

Il Giro nel cuore dei Berici

Il passaggio dei campioni alla alita degli Ulivi

*testo completo dell'estratto pubblicato oggi su Il Giornale di Vicenza

Il mondo gira tondo. I giorni del Giro d’Italia piu' di altri, quando uomini e donne assetati d’ imprese si riversano in strada in attesa di qualcosa. Non sanno nemmeno loro ciò che cercano, ma aspettano il Giro, evento non semplicemente sportivo, che una volta l'anno si fa strada nella memoria dei percorsi che tocca. Non è il calcio dei mondiali, dove il sentimento nazionale abbatte di colpo depressioni e rivalità. Non è la maratona olimpica con in testa un connazionale, di cui  nelle  successive ore si conosce vita, morte e miracoli del nuovo eroe. Non è nemmeno il motociclismo, con l'Ago o il Valentino nazionale che fanno sognare un mondo troppo veloce e lontano. Sui colli Berici come al Gavia, nella bassa emiliana come nella neonata Napoli, il giro è molto di più. E' un fenomeno collettivo antimediatico, dove una telecamera passa in secondo piano e ci si dimentica della diretta tv. E' un'esperienza da vivere e da condividere, sentendo che la propria strada diventa regina, una volta sola. Poi, sarà tutto come prima, con le scritte esortative  sull'asfalto pronte a sbiadire, a segnare il tempo come una memoria che scorre e un giorno, salendo per Barbarano in piedi sui pedali, ci si sentirà Sella o Pozzato, e quella pedalata avrà il timbro della storia, incorniciata in taverna o sullo screen saver del computer.
Tifosi in attesa del passaggio

Sui colli Berici si fa fatica a trovare uno spazio lungo la strada, il popolo dei corridori vicentini non si è fatto attendere ed è accorso in massa, dimenticando per un giorno il proverbiale stakanovismo. Cda e ricerche di clienti nella giornata del giro sono rallentati. In molte aziende è stata la corsa ai permessi, ma se anche il Commenda è un ciclista, la chiusura anticipata è quasi obbligatoria. Perchè ce ne sono migliaia, di uomini lavoratori puri ma al contempo amanti del ciclismo, sport di fatica e tenacia. Come Luca, operaio di Monteviale, che ha staccato alle due e per non perdere tempo è andato in fabbrica direttamente in bici. O come Franco, per gli amici Franchino, che continua a fare battute nonostante abbia dichiarato fallimento la scorsa settimana. 
Il Giro non me lo tocca nessuno. La mia tragedia oggi è in pausa”. Sia chiaro, i tifosi veri o improvvisati, i curiosi, gli appassionati storici e dell'ultima ora, arrivano ai Berici in bici. Sia mai. Quella strada l'hanno percorsa decine o centinaia di volte, ma non è mai stata così. Complice un sole che scompare talvolta per pochi secondi e un vento che distende, i racconti e le storie che si ascoltano sono le più varie. Qui, dopo il sentiero della pietra, si parla di campioni del passato e del presente, di clienti persi e nuove strategie, di matrimoni che scoppiano e bimbi che nascono. Si parla di vita e di sogni, dei ragazzini che non pedalano più e degli amatoriali che rischiano l'infarto. I Berici, in questo santo giorno, tornano ad animarsi.  E se c'è' chi pensa sia il caso di pensare al Parco dei Berici, come sugli Euganei, c’è chi invece si prenota per l'anno prossimo, non sapendo se ancora una tappa passerà o partirà  da qui.
 Poi, superato Lapio e la sua temibile discesa, comincia la strada veloce di chi al Giro ci va in auto, di chi si affaccia ai balconi, di chi passa lì per caso. Mamme e nonne, pensionati e ragazzini attoniti, commessi fuori dai negozi e impiegati in pausa negli uffici aspettano tutti la volata a 60 km/h. L'arrivo e' una corsa, i media guadagnano la scena, la poesia si spegne e la musica sale.  Ma sulle strade dei Berici, passata la tappa, rimane impresso sull'asfalto il sudore dei campioni. Gia' questo, per Vicenza e gli infiniti appassionati che conta, e' un segno della storia. Dalla quale ripartire.

Simone Ariot

sabato 6 aprile 2013

Arcangelo Persano, un gallo che non smette mai di cantare







A volte i galli cantano  in pieno centro storico. E non solo alle cinque di mattina. 
Possono farlo con le parole e ancor più con i pennelli. Su tela o su cartone. Su vecchie tavole o scatole in disuso. L'importante è che cantino, a ritmo vario e colorato.                E Arcangelo Persano, a modo suo, fa cantare i galli  ogni giorno, da oltre 80 anni.
Tarantino e vicentino d'adozione, autodidatta poi divenuto allievo di Otello De Maria, è un artista nel dipingere e nel vivere. Disegna galli, nient'altro.
Scelta di marketing o inconscio che parla attraverso la pittura, i galli di Arci Persano nascono così, uno dopo l'altro, nelle vecchie scuderie di un palazzo in centro storico a Vicenza, in Contrà San Marco 41. Le porte dello studio sono decorate e dipinte da galli, mentre all'interno stazionano quadri, vecchie scatole, materiale d'ogni genere che non muore mai.
Riutilizzo, recupero, rinascita. Parole chiave nell'arte di Arcangelo Persano, che nasce dal disegno, e non dalla pittura, come ama sottolineare.
Arcangelo Arci Persano, nel suo studio
in Contrà san Marco 41, a Vicenza
 Una vita in cui arte e letteratura si incrociano e dialogano, come le sue due città, Taranto e Vicenza. Nella città degli ulivi prima che dell'Ilva vive fino a 27 anni, figlio di un ufficiale dei Carabinieri e abituato a disegnare per gli amici, che in cambio di un nudo gli pagavano una cena. Poi l'arrivo a Vicenza, nel 1962, che coincide con il lavoro alle Poste e l'inizio della frequentazione degli ambienti artistici Vicentini. Nascono in questi momenti i Fogli artistici, sorta di vedemecum dell'arte vicentina che ancora oggi pubblica e distribuisce a chi incontra. Una descrizione della propria produzione o la presentazione dei colleghi artisti, priva di punteggiatura e dalla grafica che ricorda l'esperienza dei Calligrammes di Apollinaire, sui quali si sofferma, sempre. Perchè Arci non è uno di quegli artisti schivi e autoisolati. Ama parlare e confrontarsi con chiunque sia curioso, della sua arte o della vita, che diventa spunto per racconti in cui emerge la sua natura creativa. Un esempio? Chiedetegli delle sue esposizioni in giro per l'Italia. Vi racconterà di roccamboleschi viaggi a Pantelleria, dove al mattino disegnava e la sera esponeva, o quello a Capri, dove ha inventato la formula alberghiera "programma artista". Cosa significa? Semplice, in cambio di ospitalità lui espone le sue opere, che diventano merce di scambio. Ma se siete curiosi sul perchè siano proprio i galli i suoi animali preferiti, la risposta non è un segreto.  Perchè non li faceva nessuno. E io, me li sono fatti miei! Mi conoscono per i galli, sono il pittore dei galli. E i miei galli li devo vendere, perchè si disegna anche per questo. 
Un artista con le idee ben chiare, un pittore che i galli li immagina e li porta su tela. Freud potrebbe scomodarsi, raccontandoci  molte cose di questa ossessione ricorrente per l'animale dalla cresta rossa, ma a noi non importa. E ci basta che Arci continui a disegnare i suoi galli. Ora siamo  a quota 5000, e non è certo finita qui. 

 Simone Ariot
   



lunedì 4 marzo 2013

Alla ricerca della bellezza

Raffaello. Tre Grazie

Oggi, a scuola, si parlava di bellezza, di arte, di storia. Dall’Atene classica al Rinascimento fiorentino, di esempi in cui la storia ha portato bellezza ce ne sono molti. E sempre, senza alcuna eccezione, al principio di tutto c’era un buongoverno, retto da individui illuminati. Pericle, Lorenzo de Medici, persone accomunate dal culto bel bello, dalla ricerca di un armonia che si esplicita in palazzi, poemi, note di un pentagramma e molto altro. Una bellezze che si vede ancora oggi, perché rimane immutata, resistendo ai tempi e alla storia. Quando c’è fatica e perseveranza, le cose vengono fatte meglio, recitava il libro di testo, e rimangono. Uno spunto per avviare una discussione con gli studenti, chiedendo loro di indicare la bellezza che vedono oggi, frutto del nostro tempo. E qui cominciavano i problemi.
“Difficile trovarla tra le cose nuove, non mi viene in mente niente”, racconta Laura. “Penso ai tramonti, alla natura. Ma in effetti non è opera dell’uomo…” gli fa eco Matteo seduto due banchi dietro. “La musica è una cosa bella, ma non so se sarà ricordata nel tempo. La musica che piace a me intendo” , prosegue Valentina. In pochi minuti si parla, la classe si anima, e si fa fatica a trovare una linea, un elemento che metta d’accordo tutti. “La bellezza è soggettiva”, sottolineano i ragazzi. Certo, ma alla richiesta di definirla, entrano in crisi, e non riescono ad andare oltre a “è bello ciò che piace”.
Viene fuori, un po’ alla volta, che la bellezza è sempre più assente nella loro vita, che ormai non si sa più cosa sia. Eppure, nell’Atene di Pericle e nel Rinascimento di Lorenzo, la bellezza era riconosciuta. Sarà forse perché i governanti erano i primi a volerla cercare? Forse si. Ma chi è adulto e ha voluto trovarla, la bellezza sa che c’è. A volte è nascosta, non ha visibilità, a volte viene confusa con altro, relegata ai margini, occultata. La scuola, la famiglia, le agenzie educative, potrebbero cercarla insieme a loro, insieme ai ragazzi. Una sorta di educazione alla bellezza. Sono sicuro che gli effetti si farebbero sentire. Anche senza Pericle o Lorenzo.

Simone Ariot
*questo testo è pubblicato anche su La Nuova Vicenza

mercoledì 5 dicembre 2012

I dialetti italiani....interpretati da Enrico Brignano




Enrico Brignano è un comico dallo straordinario talento. Come tutti i talentuosi, con poco sforzo e molta genialità può trasferire concetti ed emozioni, ma allo stesso tempo può insegnare. Ho ascoltato ore e ore di lezioni sulla storia della lingua italiana, ho letto libri, ho studiato manuali. Ma in nessun caso ho mai trovato un esempio così chiarificatore come quello che qui sopra si vede e si ascolta. L'Italia è una, ma sono cento allo stesso tempo, come i suoi campanili, come le sue lingue, come i suoi dialetti e i suoi accenti. Ascoltatevi tutti questi 10 minuti di pura genialità. A 1:45 comincia la festa.
Simone Ariot

giovedì 27 settembre 2012

A volte si muore

Maestro Giuseppe Nordio

C'è anche Lei.
C'è anche la Morte. 

Maiuscola come una sorta di entità più grande a cui si deve rispetto, forse perchè la si teme o forse perchè non la si conosce se non nelle proiezioni che ci facciamo. Però c'è.
A volte arriva all'improvviso come nel caso del Maestro Nordio, che pochi giorni fa se ne è andato in silenzio, in solitaria, senza fare troppo rumore. 
Non conoscevo bene il Maestro Nordio, ci avevo parlato qualche anno fa in una delle mie prime supplenze alle elementari, nella scuola dove insegnava, mentre ancora studiavo all'Università. Allora come adesso incontrare un maestro maschio in una scuola elementare era cosa rara e inaspettata, una sorta di evento straordinario. Ma quando capitava mi faceva sentire più umano e meno animale in estinzione. Con il maestro Nordio condividevo questo, la scuola. E soprattutto l'essere un maestro elementare, titolo di cui vado fiero ancora oggi, più di quello professorale. Ricordo che il maestro Nordio, Beppe come lo chiamavano gli alunni, stava bene un po' con tutti, con i colleghi e con i bambini, soprattutto con i bambini. Cercando in internet qua e là si trovano testimonianze di alcuni suoi ex alunni che lo ricordano citando aneddoti e momenti di vita scolastica e non solo. Una vita passata nella scuola, vissuta per la scuola e per lo sport.......e soprattutto dedicata ai bambini, quei bambini con i quali parlava e si divertiva, ma che allo stesso tempo sapeva sgridare e avvicinare allo studio. Il Maestro Beppe però non è l'unico ad essersene andato in questi ultimi tempi.  Prima di lui, la morte ha chiamato Alvise Ravazzolo , 


Alvise Ravazzolo
un amico amante della montagna che in montagna ha perso la vita, tradito da una natura che ancora oggi sa essere matrigna, anche se la si rispetta e la si ama. Perchè Alvise la montagna l' amava, e sono sicuro la ami ancora oggi. Con lui ho fatto il mio primo e unico serio Trekking della mia vita, tre giorni e tre notti in val Travenanzes, dalle parti di Cortina, in luoghi e paesaggi che non credevo esistessero. Elvis era più giovane di qualche anno, ma era di gran lunga più esperto di montagna e vita all'aria aperta. Lui e la natura erano un tutt'uno, dialogavano con una semplicità e con un rispetto quanto più naturale si potesse immaginare. Ricordo che avevamo raggiunto le montagne a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen partendo di notte per arrivare all'alba. 5 disperati pronti a spaccarsi la schiena, ma ben equipaggiati. Non certo per merito mio, il più scarso del gruppo. Elvis era il più giovane, si era da poco diplomato al Pigafetta. Jacopo Nordera il più grande, una sorta di nostra guida alpina personale e mentore del gruppo. Poi c'era Nicola Rezzara e Matteo Bozzo, mio cugino. Un gruppo misto, improbabile, messo insieme in quattro e quattrotto ma molto entusiasti.  In quei giorni abbiamo riso e scherzato, ma anche condiviso momenti importanti ed emotivamente forti. La montagna, e la natura in generale, fungono come da collante e da detonatore emotivo. E' come se le emozioni  le si provasse più intensamente, come se fossero più forti. Negli anni successivi ho visto Alvise molto poco, giusto quei momenti in cui ci si poteva comunque dare un'abbraccio e raccontarsi velocemente le ultime imprese della vita, come l'ultimo nostro incontro di fine luglio, del tutto casuale, in Croazia. E anche in quell'occasione il suo sorriso e il suo abbraccio mi sono venuti incontro. Già, perchè Alvise aveva una bellissima e rarissima abitudine: Sorrideva, ma soprattutto ti stringeva con un bell'abbraccio. Cose d'altri tempi. 
Sono felice di averti incontrato nella mia vita.

Simone Ariot
   

venerdì 25 maggio 2012

Incontrando Milo Manara


Un giornalista ha il privilegio di incontrare personalità importanti. Politici, grandi imprenditori, sportivi famosi in tutto il mondo. Molto più raro è quando, oltre al personaggio, si trova la persona. In questi casi il privilegio diventa un piacere, una vera e propria occasione della vita. Ieri, per la rivista Sei Magazineho intervistato Milo Manara, il più autorevole esponente dell'arte del fumetto artistico in Italia, e forse nel mondo Le sue creature, come la seducente Miele ( nomen omen) , hanno scandalizzato e attratto le menti di uomini (e non solo), che grazie all'immaginazione hanno esplorato mondi che solo la fantasia può inventare. Erotismo, fascino e attrazione, ingredienti onnipresenti nella vita, e quindi nell'arte. Ma l'arte, controllata nelle epoche dai censori di turno, non è sempre riuscita ad esprimere in piena libertà le emozioni e gli istinti umani. In passatosi doveva giocare con le parole, usare simboli più o meno noti, rischiare il rogo o inimicarsi i potenti di turno. Salvo poi produrre su commissione quanto di più vietato esistesse. Per Milo Manara non è stato così, gli scandali non hanno dominato la sua vita,  perchè l'erotismo che contraddistingue i suoi lavori non hanno mai sfociato in pornografia. "Tutte le invenzioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno trovato nella pornografia un perfetto campo d'azione. La Polaroid, internet, la viedocamera....., mentre l'arte figurativa, o il fumetto, prevedono ancora l'immaginazione, l'erotismo. Altra cosa rispetto l pornografia", spiega il maestro. E non possiamo dargli torto, perchè nell'osservare le sue donnine giovani e sensuali non si percepisce un mondo sporco o malsano, ma la semplice esternazione dei desideri umani, ancestrali. "Il fumetto è un pugno in faccia al super io, uno sfogo che ogni uomo o donna può consentursi."
Già, perchè contrariamente alle altre arti figurative, il fumetto è popolare e accessibile, motivo per cui ancora oggi molti la considerano una'arte di serie B, alla portata di tutti, ma in realtà importante e fondamentale quanto le altre arti. Con Milo abbiamo parlato per un paio d'ore, affrontando molti argomenti, anche al di là dell'arte, ma anche sbellicandoci dalle risate nel ricordare aneddoti o fatti che l'hanno visto protagonista, insieme a mostri sacri come Hugo Pratt, Federico Fellini o Andrea Pazienza, morto troppo giovane per essere conosciuto dai più, troppo presto perchè al mondo aveva ancora tante cose da dare. Ora è rimasto lui, Milo Manara, fumettaro come si definisce, ritirato sulle colline della Valpolicella dove vive e lavora. Nel suo studio, una piccola stanza dove il legno dei pavimenti è coperto da centinaia di libri e disegni, guarda tutte le colline, e quella pianura che negli anni si è trasformata.
Ma per saperne di più.....dovrete aspettare la pubblicazione di Sei Magazine, in uscita a fine giugno come allegato gratuito al Giornale di Vicenza, L'Arena e Brescia Oggi. Leggetelo, vi racconterò Milo Manara  fino in fondo, toccando temi inediti fin'ora inespressi. Il tutto fotografato da Lorenzo Rui.

Milo Manare e Simone Ariot nello studio del Maestro


Simone Ariot

lunedì 7 maggio 2012

Assemblee d'istituto oggi. Cazzeggio libero e collettivo


Questo sarà un post impopolare, ma avevo due possibilità. Commentare un interessante articolo  scritto da Marco Rossi Doria, sottosegretario all'istruzione, che riprende una questione molto cara alla scuola italiana, o meglio a chi la scuola l'ha pensata e studiata partendo dalla considerazione di Don Milani. Oppure cogliere l'attimo che mi si è presentato davanti questa mattina, quando ho scoperto che gli studenti della scuola in cui insegno chiedevano di poter svolgere un' "assemblea d'istituto" al parco Querini, parco pubblico a meno di un km dalla sede del liceo.
Forse chi legge potrà chiedersi cosa c'è di male nel voler organizzare e realizzare un'assemblea all'interno di un parco, dove gli studenti in questo maggio che finalmente ci regalerà un sole ritardatario potrebbero sciallare  amichevolmente. Effettivamente non è tanto il luogo in cui si chiede di celebrare l'assemblea  che mi sconvolge, quanto i contenuti. Negli ultimissimi anni infatti le assemblee d'istituto non prevedono più discussioni e dibattiti su temi collegati alla scuola (se non in qualche misura eccezionale, e comunque condotti  da insegnanti o esperti esterni) quanto la realizzazione di spettacoli, corsi, laboratori e momenti di socialità diffusa. Non più la cara e vecchia palestra gremita di studenti accalcati che stanno in fila per prendere la parola scagliandosi l'impossibile nelle rimbalzose offese tra fasci e compagni, ma momenti di ilarità collettiva in cui potersi impratichire in attività laboratoriali che esplorano vari argomenti, tra i quali:
  • Laboratorio di cucina
  • …..di giocoleria
  • ….di ballo caraibico
  • ....   di blog
  • …..  di espressione creativa
  • …..di yoga
  • …..discussione sulla Tav
  • ………..di mille latre cose.
  • ….orientamento universitario

Per carità, tutte belle iniziative. Una l’ho pure condotta io ( laboratorio sul blog), ma avrebbe avuto più senso farlo in un altro momento e mi chiedo il motivo per cui in un’assemblea studentesca non si possa parlare dei problemi veri e propri che vivono gli studenti quotidianamente: mancanza di spazi, litigi con i professori, diritti dello studente, aggiornamento tecnologico a scuola, il bluf dei programmi, le azioni intimidatorie di alcuni docenti, l’orientamento politico di una dirigenza piuttosto che un’altra…... Insomma, parlare di argomenti che riguardino la vita quotidiana di uno studente reale. Invece no, di questi problemi a scuola non se ne parla, salvo poi passare ore ed ore in chat a dire a questo o quell’altro compagno di classe quanto ci si senta male, quanto i professori siano cattivi e quante altre nuove compagne siano diventate anoressiche. Si, ad esempio di questo se ne potrebbe anche parlare, invece che far finta di nulla. Ogni tanto, o meglio, ogni due per tre, a scuola sfilano scheletri travestiti da persone che dicono in un modo o nell’altro che stanno soffrendo. “Non mangio, sto male”. Ma nessuno sembra accorgersene, se non gli impiegati di Villa Margherita, clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari che sembra aver fatto una convenzione con la scuola in cui insegno, da quante studentesse (tutte con medie elevatissime) riesce ad accogliere ogni anno. Ma l’importante è non parlare nemmeno di questo. Allora, alla fin fine, mi chiedo perché gli studenti non sentano il bisogno di parlare di queste cose. 
Quando nel 1997 facevo il rappresentante d’istituto al Fogazzaro le assemblee che organizzavo erano momenti in cui scannarsi, discutere, litigare se fosse stato necessario. Momenti in cui volevamo prenderci lo spazio per affrontare i problemi che sentivamo  all’interno della scuola, della nostra scuola. Tutti insieme, 1300 persone che discutevano. Chi non aveva il coraggio di prendere la parola al microfono scriveva un biglietto che veniva letto da uno di noi. Chi voleva parlare direttamente, lo faceva. La scuola allora era diversa. Sono passati solo 15 anni ma era veramente diversa. Non c’era internet prima di tutto, solo alcuni geek della prima ora lo avevano a casa, ma era una rarità. Non c’erano le mail di classe, lo psicologo scolastico, o i voti nel registro elettronico. La scuola era molto diversa perché se uno studente prendeva 4 tornava a casa e si trovava 4 sberle stampate sul viso. Oggi dare 4 significa spesso e volentieri doversi giustificare con il genitore di turno che ti rinfaccia la genialità del figlio e la tua incapacità nel comprenderla. Ma soprattutto all’epoca le assemblee volevamo organizzarle noi, da soli, senza l’aiuto degli insegnanti (che erano un po’ tutti nemici, e questo non è detto che fosse positivo). Volevamo organizzarle noi perché potevamo creare e fare qualcosa, noi, con le nostre forze. Personalmente, in quei momenti, ho imparato moltissimo. Credo di poterla considerare la mia prima vera esperienza di lavoro, anche se non retribuita. Passavo ore su ore a programmare le assemblee, e molte erano le ore di lezione che perdevo, ma poi mica me le scontavano, anzi,dovevo recuperarle da solo, muci muci in silenzio, sapendo che all’interrogazione mi avrebbero chiesto ancora di più. Eppure, come direbbe Renzo Tramaglino, ho imparato, e quelle esperienze sono state fondamentali. Ma evidentemente questi sono pensieri vecchi, oggi si preferisce sciallare a seguire un corso di ballo caraibico in palestra, tanto i problemi non ci sono. 
Forse è proprio così, e allora sciallamoci tutti al parco.

Esempio di assemblea "scialla", inutile, in pieno stile 2012. 


Simone Ariot

sabato 10 marzo 2012

Conosciamoci rispondendo



Come ci si fa a conoscere? O ancor meglio, come ci si fa a far conoscere, lanciando  suggerimenti, offrendo spunti per dire chi siamo e da cosa ci sentiamo rappresentati? Marcel Proust, autore di "A' la Recherche du temps perdu",  deve essersi posto queste domande quando ha inventato il suo celebre questionnaire,escamotage forse trovato per fermarsi un po' nel processo della sua monumentale opera. Si tratta di un gruppo di domande da porsi o da porre, alle quali rispondere in modo molto molto istintivo e veloce, dedicandoci poche parole. Certo, non possiamo pensare si tratti di un sistema esaustivo e completo per penetrare la psiche di una persona, e nemmeno per poterla rappresentare in modo completo, ma la sensazione che si prova quando ci si pone queste domande e si tenta si offrirne una risposta è curiosa. Sembra quasi di guardarsi da fuori, provare a darsi una forma tentando di descriverla. Ve le spalmo qui, una dopo l'altra, invitandovi a farvi queste domande. Mi sono permesso di fare due piccole  modifiche nelle domande contrassegnate da un *, sostanzialmente ho aggiunto un contenuto tra parentesi, per adattare il questionario ai nostri tempi.  E se volete conoscere le risposte che si è dato Marcel Proust, qui le trovate.

  • Il tratto principale del mio carattere 
  • La qualità che desidero in un uomo. 
  • La qualità che preferisco in una donna. 
  • Quel che apprezzo di più nei miei amici. 
  • Il mio principale difetto
  • La mia occupazione preferita
  • Il mio sogno di felicità. 
  • Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia: 
  • Quel che vorrei essere. 
  • Il paese dove vorrei vivere. 
  • Il colore che preferisco. 
  • Il fiore che amo. 
  • L'uccello che preferisco. 
  • I miei autori preferiti in prosa. 
  • I miei poeti preferiti. 
  • I miei eroi nella finzione. 
  • Le mie eroine preferite nella finzione. 
  • I miei compositori ( o cantanti) preferiti. *
  • I miei pittori  preferiti. 
  • I miei eroi nella vita reale. 
  • Le mie eroine nella storia. 
  • I miei nomi preferiti. 
  • Quel che detesto più di tutto. 
  • I personaggi storici che disprezzo di più. 
  • L'impresa militare (o politica/umanitaria) che ammiro di più. *
  • La riforma che apprezzo di più. 
  • Il dono di natura che vorrei avere. 
  • Come vorrei morire. 
  • Stato attuale del mio animo. 
  • Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
  • Il mio motto. 


Simone Ariot


giovedì 1 marzo 2012

L'anno che verrà, senza di Te.




Stavo per scrivere di altro. Di Proust e del suo celebre questionario. Ma evidentemente slitterà, in avanti intendo. Dico "stavo" perchè effettivamente ero lì, pronto anzi prontissimo e addirittura preparato. Come un promemoria se ne stava lì, in uno di quei post-it gialli e appiccicosi con un bel messaggio in evidenza. C'era scritto "post questionario Proust Parolefantasiose". E invece le cose possono cambiare all'ultimo momento, se si è in un giorno speciale. In questo caso per nostalgia. Già, perchè curiosando tra le altrui bacheche di Faccialibro vedo che Emma, una mia vecchia compagna di scuola, ha condiviso un video, di Lucio Dalla. "L'anno che verrà (1979)" con immagini che scorrono del cantautore, conosciuta da molti come "Caro amico ti scrivo". Una canzone che tutti hanno canticchiato o ascoltato. Una canzone citata anche nei film, come su Marrakech Express, o molti altri , ma soprattutto canzone ricordata, da tutti. Una canzone che nemmeno sapevo fosse stata presentata nel 1979, il mio anno di nascita, come dice Emma, e come dico anch'io. 33 anni sono passati da quella canzone, ma lei se ne sta lì pronta a risuonare nella musica e nel significato. Una televisione che annuncia una grande trasformazione, l'arrivo di un mondo incredibile, in cui tutto funziona alla meraviglia, in cui le leggi della fisica e della moralità si rovesciano. "Senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età". E invece è sparito lui, il Lucio nazionale insieme al suo omonimo di nome e quasi di compleanno ( Battisti infatti era nato il giorno dopo Lucio Dalla). Una canzone sul tempo che passa, ma anche e soprattutto delle cose che restano. Passano i giorni e le ore, restano le emozione e resta l'amicizia. Caro amico ti scrivo, "ma sono qui" ci verrebbe da dire. E anche lui, Lucio, può anche andarsene come ha appena fatto, ma resta qui, con noi. Resta nelle sue canzoni, nella sua figura pulcinellosa, nel suo berretto e nel suo clarinetto. Resta in 4 marzo 1943 ( giorno del suo compleanno e titolo di una straordinaria canzone), in Piazza Grande, in Caruso, in l'ultima luna, in Anna e Marco......Resta nelle parole che ha trasformato in emozioni, ma resta anche nei nostri, unici e intimi momenti. Perchè ciò che  rimane in eterno, diventa anche di altri. Come la poesia, che non muore e non dorme mai, come l'arte . Ciao Lucio

Simone Ariot

lunedì 20 febbraio 2012

Pausa forzata




A volte si deve. E, purtroppo, quando si tratta di scegliere, si fa una scelta amara e si va in pausa con ciò che più si ama.
Infatti sta andando così: in questo periodo zero sport , non una discesa con gli sci, il blog che perde post per strada, cineforum dimenticato da due mesi, buon cibo scomparso dal palato, riviste alle quali sono abbonato che mi aspettano lì, nel comodino delle cose dimenticate, ancora incelofanate, che mi guardano implorandomi di aprirle...........Purtroppo a volte è così, si è sommersi dal lavoro, e quando hai un paio d'ore .......crolli, letteralmente. Nel senso che magari arriva una giornata che si potrebbe sfruttare per fare ciò che si ama e invece le forze vengono a mancare e ........ci si addormenta, letteralmente. Poi, ti svegli una mattina in orari in cui non c'è più il buio, ti senti riposato, e ti rendi conto che ci sono 60 temi da correggere e altri 20 test di Dante da finire! Guardi fuori dalla finestra, e capisci che la pioggia ci sta, almeno non ti viene voglia di uscire per fare una passeggiata! Poi apri il pc, e noti che mancano 3 giorni alla chiusura in redazione delle prossime riviste e che mancano ancora 6 pezzi da scrivere.........ma non basta. In questi momenti chiaramente capitano anche gli imprevisti, il dentista, il commercialista, mille cose tutte insieme. E poi gli altri progetti, le consulenze che slittano, il cliente che non ti paga e che devi andare a recuperare.......

A volte è proprio un bel casino!

Ricordo quando ero adolescente, e dentro di me pensavo a come sarebbe stata la mia vita a 30 anni. La immaginavo piena di tempo libero, con la sola preoccupazione di dover decidere cosa fare, a quale tra le tanti passioni avrei potuto dedicarmi, immaginando quasi per forza che il lavoro sarebbe stato lì presente a chiederti poco e offrirti molto. Poi, un po' alla volta ma probabilmente troppo in anticipo, la vita vera ti arriva addosso e ti rendi conto che di tempo non ce n'è, che si smaterializza, che ti sfugge dalle mani. In men che non si dica ti trovi a far parte di quel terribile club in gergo chiamato over 80, dove 80 non sono gli anni ma le ore di lavoro che si fanno in una settimana. Un club brutto e triste, dove molti ambiscono ad entrare nel livello top, l'over 100, per consacrarsi a 15 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette. Ho visto l'over cento, l'ho conosciuto. In alcuni periodi dell'anno devo entrarci, ma mi auguro che accada sempre meno perchè è proprio un brutto mondo, una sorta d' inferno. Il fatto è che uscirne non è semplice. Senti come qualcosa che ti tiene legato lì, senti gli impegni che sono grandi, senti le aspettative degli altri, e le tue. Soprattutto senti la paura di finire  in quell'altro club, l'under money, quello di chi non arriva a fine mese avendo però molto tempo a disposizione. E oggi questa paura è viva in molti, anche in chi non teme la fatica, chi è propenso al sacrificio. I giornali ne parlano, il costo della vita è sempre più alto,  difficoltà a farsi pagare, ad ottenere contratti..... Per questo tra i due club, se devo scegliere, scelgo l'over 80, sperando prima o poi si trasformi in over 70, over 60, over 50, over 40.....e va bene così.  A volte è il prezzo che si deve pagare per poter raggiungere un obiettivo importante, una certa autonomia, o anche semplicemente per sapere di potercela fare e  poi non essere obbligati a farlo. L'importante è che non diventi l'obiettivo, la meta, la sola ed unica scelta. Per alcuni è così. Generalmente sono quelli che a 25 anni sognano di averne 40 e il successo garantito. A 30 sono contenti perchè non escono prima di mezzanotte dall'ufficio, a 35 sono esaltati perchè si sentono più fighi, più giusti, più desiderabili. A 40 si sentono soli, perchè tutti gli altri si stanno facendo una famiglia e guardandosi intorno scoprono di essere rimasti gli unici. Allora ricominciano a fare i 20enni, staccano un po' con il lavoro e giocano a divertirsi. Ma a quel punto è troppo tardi, e sono diventate delle macchiette per divertire gli altri. 
Oggi mi sono ripreso un po' del mio tempo, quello che mi faccio rubare ogni giorno dal lavoro, quello che quantifico in una sorta di clessidra semitrasparente che riesce ancora a mentire almeno un po'. Oggi mi sono alzato dal letto più tardi, ho fatto un po' di ginnastica giusto per constatare che ne ho bisogno, ho scritto questo post, ho fatto una colazione più lunga del solito, ho pensato. Oggi sono stato un po' più vivo, un po' più me. A volte fa bene. Vorrei riuscire a farlo più spesso, questo almeno è l'obiettivo. Speriamo di farcela, perchè ogni tanto ci vuole.

 Simone Ariot



sabato 21 gennaio 2012

L'inforcata non convince




Premessa: forse è un post politico. Mi dispiaccio ma non me ne pento.

Dal primo momento, appena ho sentito parlare di questo movimento dal nome così letterariamente scelto, ho pensato alla presunta assoluta fatalità per la quale sia scoppiata la bomba solo ora. Risposta? probabilmente perchè il nuovo governo ha messo in dubbio alcuni storici e perseveranti assistenzialismi di cui la Sicilia gode, mettendoli in discussione e prevedendo una forse lenta ma sicura fine. A questo punto la ribellione, non del popolo (che mai sceglierebbe un nome così evocativo), ma di alcuni privilegiati fra gli assistiti dalle politiche assistenziali, clientelari e , perchè no, di stampo mafioso. Capi clan, sedicenti rappresentanti di categorie deboli, sprovveduti mezzi uomini dal coltello facile e lo sguardo cattivo. Mi sembra semplicemente che vi sia una protesta poichè alcune facilitazioni e alcuni trattamenti di favore verranno a mancare. Già Machiavelli diceva che se il popolo è abituato troppo bene farà poi fatica ad accettare un cambiamento che miri all'uguaglianza. Infatti. Il dramma è che in questo caso tutto nasce non dalla spontaneità, ma dal freddo calcolo di chi arriva ad usare gli inconsapevoli popolani, mascherati da passionali convinti, semplicemente per perseguire il proprio obiettivo. Il diritto a prendersi, fino alla morte, tutto quanto ci si possa prendere. Sovvenzioni, favori, voti, condizioni privilegiate. Ed allora si confeziona una messa in scena non troppo surreale (per chi conosce i fatti di una cultura che , purtroppo, prevede al proprio interno la dimensione mafiosa). Non nelle infiltrazioni, ma nel radicato stampo che fin da bambini si imprime in alcuni soggetti. Pochi, certamente, ma abbastanza per condizionarne molti. Ed è un circolo che si perpetua, come dato di fatto, come elemento identitario, che diventa prassi. Consuetudine la chiamano i giuristi. La stessa consuetudine che consente a tal capitan Schettino d’avvicinare spropositatamente alla costa la sua creatura mastodontica, per poi essere linciato pubblicamente al momento dell’impatto. La stessa consuetudine, se mi consentite la ripetizione e non solo, che eleva ad eroe popolare (forse nazional-popolare) un altro capitano (De Falco) che consente alla nave il passaggio vicino all’isola ( perché non è intervenuto quando il radar segnalava il cambio di rotta?) , salvo poi adoperarsi quando il danno era fatto. Ma così come è bello osservare il contadino con il forcone di legno e pensare a quanto possa essere disperato, magari nel suo agriturismo edificato illegalmente e ristrutturato con fondi regionali, così allo stesso tempo è bello ( o forse è proprio prassi), sapere che le consuetudini esistono e far finta di nulla. Con omertà. Ed anche questo fa parte del gioco.
Simone Ariot 

mercoledì 18 gennaio 2012

Imparare divertendosi. Con i Lip Dub si può



Si chiamano Lip Dub, e sono una sorta di video girati in presa diretta (vale a dire senza montaggio), in cui un gruppo di attori canta con il labiale una canzone che fa da sfondo acustico al video. Un video che deve essere spontaneo, autentico, partecipato e divertito. Un video che coinvolga persone spesso giovani e spesso appartenenti ad un gruppo ben definito. Come un' Università. Non ci stupiamo infatti che in rete i video Lip Dub più diffusi siano quelli delle Università americane, canadesi, inglesi. Luoghi in cui gli studenti , oltre a studiare, sono abituati a collaborare per la realizzazione di un prodotto, un messaggio, un intento. 
In Italia, nelle scuole e Università, Lip Dub studenteschi non se ne fanno, per carità. Non li propongono i professori, non li chiedono gli studenti.
 Il tempio della cultura umanistica non li contempla e non li promuove, ma soprattutto li demonizza. "Perdita di tempo" potranno dire i conservatori, e forse hanno pure ragione, perchè di fatto una sorta di video musicale di certo non può portare uno studente ad accrescere la sua "formazione culturale", ma probabilmente lo metterà di fronte ad una situazione che nel mondo del lavoro è molto diffusa. La collaborazione. Collaborare per creare qualcosa, mettersi alla prova, saper gestire il proprio tempo e le proprie risorse all'interno di un gruppo, dove c'è chi lavora di più e chi di meno, chi è leader  attivo ( e decide) e chi invece è passivo (e obbedisce), chi si fa sentire e chi preferisce ascoltare. 
Ma, soprattutto, in un'occasione come questa si possono (si potrebbero) mettere in pratica competenze e abilità importanti: La coordinazione spazio temporale ad esempio, la capacità di sintesi motoria, il sapersi mettere d'accordo nella gestione e nella scelta di un contenuto e molto altro.
A noi italiani sembra strano, individualisti come siamo nel lavoro e nozionisti come pochi altri negli studi, ma il mondo va nella direzione della valorizzazione delle attività complesse in cui serva la collaborazione di più persone abituate a lavorare insieme, al di la degli individualismi. Dico questo perchè mi accorgo, ogni giorno, in classe, che la sfida vera, il lavoro complesso, non è capire un concetto, ma saperlo applicare. E non applicarlo da soli, ma in gruppo, perchè nel mondo del lavoro non si lavora mai soli, anche quando si pensa di esserlo. In un modo o nell'altro, si è sempre in relazione con altri, come un piccolo meccanismo all'interno di una grande macchina. Ed è bene capirlo presto. Sarà per questo che le attività di gruppo che faccio svolgere agli studenti sono solitamente ben gestite dai più giovani, magari dalle classi del biennio, perchè ancora pronti a confrontarsi con qualcosa di nuovo, ancora meno formati nella forma (perdonate il gioco di parole), mentre i più grandi ( non parliamo degli universitari o di chi è nelle classi terminali del liceo), fanno una gran fatica e gestiscono un tempo dedicato all'attività nel modo peggiore, come una sorta id vacanza.
Lip Dub quindi come esempio di possibilità per mettere in pratica una competenza ( quella al lavoro di squadra, sapendosi coordinare nei tempi e nelle decisioni), che agli studenti e ai lavoratori farebbe bene possedere. 
Voi, sareste pronti a mettere in scena un Lip Dub?
Potrebbe essere una sfida, o una provocazione.
Simone Ariot 

martedì 10 gennaio 2012

Ricordi sbiaditi




In Facebook circola questa immagine, e postandola sulla mia pagina mi sono trovato in pochi minuti decine di I like. Non c'è da chiedersi il perchè, in quanto ogni volta che si parla di qualcosa del passato si stimola la nostalgia, sentimento tanto instabile quanto diffuso, e si producono un'infinita serie di racconti del passato che si recitano soprattutto a sé stessi.
Non voglio parlare del passato in termini necessariamente nostalgici, e nemmeno lanciarmi in una pericolosa e saccente considerazione sociologica, ma semplicemente stimolare i ricordi, per ricreare il gioco silenziosamente proposto da questa immagine.
Ci sono state connessioni magiche, destini incrociati di oggetti o realtà, che se presi separatamente comunicano qualcosa e una volta uniti assumono una nuova, indissolubile, funzione? Ci sono storie d'amore tra piccoli e grandi aggeggi ( ma non solo aggeggi meccanici) che non riusciamo più a immaginare separati e che già ora, o tra qualche anno, saranno caduti nel dimenticatoio?

La cassetta e la matita usata per riavvolgere il nastro fuoriuscito è una sorta di topos irrinunciabile, che i nati tra gli anni 50' e 85' non possono nono conoscere. Ma ce ne sono altri. Molti altri. 

Comincio io, vediamo se indovinate, e vediamo se vi ricordate di altre combinazioni.









                                  







Sempre una penna protagonista, insieme ad un righello. Cosa mai diventeranno? Un allegro gioco, apprezzato soprattutto dai maschietti! L'avete indovinato?



Simone Ariot



lunedì 26 dicembre 2011

In regalo le emozioni




Immaginiamo che il denaro sparisca e i negozi non esistano più. Immaginiamo un Natale senza acquisti e senza spese, un Natale a misura di povertà. Ma immaginiamo che in questo nuovo Natale i regali continuino ad esistere. Non si tratterà più di tablet o maglioni, di scarponi da sci o cd. Ora i  regali sono a costo zero, e si chiamano emozioni.
Immaginiamo che il regalo non sia impacchettato e confezionato, ma semplicemente donato e ricevuto. Immaginiamo che tra questi regali possano avere un ruolo primario quelle sensazioni che spesso cerchiamo e non sempre troviamo. Potremo ricevere calma, tristezza, amore, rabbia, spensieratezza, ironia, competenze, leggerezza, simpatia, poesia, golosità, apertura mentale, grinta, furbizia...............
Non sarebbe male, almeno per una volta, che ne dite?
Credo che l'essere umano, infelice e insoddisfatto per definizione, si concentri molto sulle cose (che si comprano) sapendo che le emozioni non sono in vendita, e quindi difficili da ottenere. Anche se spesso sono dietro l’angolo, e pure gratis. 
Io, in primis, ho avuto e ho periodi in cui copro i vuoti emotivi con le cose. Il periodo del cachemire ad esempio, per la gioia dei negozianti che mi hanno spennato, terminato nel momento in cui i miei due armadi dedicati hanno detto “stop!Non c’è più spazio!” . Oppure il periodo delle camicie che mi ha portato alla costruzione del cromatismo perfetto, una mia mania che prevede l’allineamento cromatico delle camicie negli appendini, partendo dal bianco, per passare alle righe dei diversi colori……in sile Grande Gatsby, una dopo l’altra messe in fila, superando quota 70. Non parliamo poi del periodo riviste, anni in cui sono stato abbonato a una ventina di riviste, suscitando incredulità nella postina, convinta che casa mia fosse un ufficio marketing e non un’abitazione privata. Sia ben chiaro che le manie non finiscono mai del tutto, ma si ridimensionano, o si sostituiscono, probabilmente perché i vuoti non sono mai colmati del tutto, perché è più comodo e facile aprire il portafogli e regalarsi (o regalare) cose, piuttosto che emozioni. 
Bene, come potrebbe essere la letterina di Natale che chiede solo emozioni? Oppure, visto che Natale è passato, quali potrebbero essere le attese per il 2012, in termini di emozioni da ricevere? Cosa desideriamo? Proviamo a fare una lista di 4 emozioni che vorremo ci appartenessero maggiormente in questo 2012. Comincio io.


1. Spensieratezza ( far girare con un po' più calma il cervello)
2. Emotività ( per non lasciar spazio alle troppe razionalizzazioni)
3. Ironia ( saperlo essere anche con me stesso)
4. Semplicità ( abbandonare un po’ di narcisismo e perfezionismo, che fa più danni che altro
E voi? Sono convinto che abbiate anche voi molte cose da dire. Anche anonimamente


Simone Ariot


venerdì 23 dicembre 2011

Buona musica made in Vicenza




Non serve scappare lontano, verso vicoli londinesi o  loft delle periferie fredde d'Amburgo. Anche nella sonnolenta città del Palladio si può produrre buona musica. Proprio in quella Vicenza dove la musica "non colta" viene bistrattata da chi l'ascolta e quella "colta" esaltata da chi non la comprende, può nascere un pezzo come Blackout, che potete qui ascoltare in versione acustica.





Fatelo subito, cogliendone il testo e il ritmo, poi confrontatela con la versione rock, quella con le distorsioni per intenderci.  Loro sono i Mistonocivo, un gruppo nato nel 94' che tutti noi adolescenti dell'epoca conoscevamo. Cris, il cantante, era noto per l'escursione vocale, e ricordo ancora quanto riusciva a far innamorare le ragazze con i suoi vocalizzi. Si andava alla birreria delle banche, si ascoltavano dei gruppi, e si tornava a casa con qualche sogno in più e una certezza in meno, perchè quella ragazza che ti piaceva tanto ormai era innamorata dei Mistonocivo ( più avanti scriverò un post sui musicisti dei gruppi vicentini di cui tutte le ragazze si innamoravano ). Poi il salto di qualità, l'incontro con un produttore, il viaggio in America per registrare, e questo pezzo, che per un po' è passato su MTV e veniva canticchiato un po' in tutta Italia. Poi il silenzio. 
La ricerca è continuata ma la qualità non sempre paga abbastanza e ciò che molti consideravano una piacevole scoperta dal sicuro successo è divenuta una meteora.
 Che luccica e si allontana. 
Ma come in astronomia, anche nella musica si possono cogliere luci del passato, o meglio ascoltarle, e il tempo si rivela quindi come un semplice segno, non necessariamente del successo, ma forse della qualità. O per le meno di una buona idea.
Buon ascolto.
 Alla prossima, 

Simone Ariot