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Visualizzazione post con etichetta liceo pigafetta. Mostra tutti i post
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martedì 22 ottobre 2013

Un bilancio prima dell' addio (o arrivederci) di Parolefantasiose.


Nel settembre di quattro anni fa, con gli allora studenti della 2°ast del liceo Quadri di Vicenza, partiva l'esperimento Parolefantasiose, che non si limita a questo blog, ma fa da contenitore a quelli tematici che vedete in basso alla vostra destra, più quelli gestiti direttamente dagli studenti e nati per accogliere i loro racconti scritti a più mani ( a questo link un articolo in cui si spiega il progetto, qui invece un servizio video). Nato come un gioco, in poco tempo si è trasformato in progetto didattico, poi in metodologia didattica, infine in elemento inserito nella programmazione di classe. Un percorso duro e faticoso, ma assolutamente stimolante, con il merito di aver voluto sperimentare una nuova prassi che metteva al centro lo studente e il lavoro da lui realizzato. Poche settimane dopo la sua nascita, prendevano il via blog didattici tematici collegati a diversi romanzi, che a distanza di anni continuano ad accumulare visualizzazioni e commenti da parte del popolo del web, risultando utili strumenti di studio e approfondimento per studenti e insegnanti a noi estranei, ma accomunati da un oggetto comune, come un libro, un interesse, una ricerca didattica. Sette blog costruiti in tre anni, più di 250 post scritti (o articoli), oltre 300.000 visualizzazioni da tutto il mondo, diverse riviste cartacee e on line che se ne sono occupate, dipartimenti universitari che l'hanno voluto studiare, trasmissioni televisive che se ne sono occupate. Tutto ad opera degli studenti. Un attività di cui sono fiero ed orgoglioso promotore, in cui ho rischiato in prima persona, allontanandomi dalla sicurezza dei programmi scolastici, per cercare di arrivare allo stesso obiettivo: l'apprendimento. Ci sono stati anche degli errori, senz'altro. Ma, d'altra parte, sbagliando s'impara. E facendo si sbaglia. Se non si sbaglia mai, è perchè non si fa! Questo pensiero, che oggi sto esplicitando, dopo mesi di inattività in questo blog, viene dallo spunto che uno studioso dell'apprendimento mi ha inconsapevolmente lanciato. GianniMarconato, che da anni si occupa di apprendimento, tecnologie per la didattica, e formazione, ha appena scritto questa frase su Facebook: "La ricerca sull'apprendimento e sulla cognizione in questi ultimi 30 ha prodotto conoscenze come mai nei precedenti 30. Oggi sappiamo cose che 50 anni non sapevamo su come le persone imparano, su come funziona la mente, ma la scuola di oggi è in larga parte quella di 50 anni fa. Qualcosa non torna"
Già, qualcosa non torna. Anzi, molto non torna. Sembra quasi che la ricerca spiani la strada per dirci quello che potremo fare, ma la realtà poi ci indichi che è meglio non rischiare, non essere divergenti, ma seguire il flusso, mantenere lo status quo. Il progetto Parolefantasiose non è certamente ricerca con la R maiuscola, ma può essere inteso come uno strumento per la ricerca, o meglio un elemento su cui fare ricerca. E così è stato, e i risultati, empirici, ci sono stati. Nell'ambito della didattica delle materie letterarie, ad esempio, ho potuto sperimentare di come l'esercizio di scrittura puro,  non preceduto da lunghi percorsi di studio grammaticale, possa portare al medesimo risultato di competenza grammaticale, facilitando l'assimilazione delle norme grammaticali in modo diretto, senza far diventare la grammatica oggetto di studio ma semplice strumento. In due parole, è come imparare l'inglese perchè lo si parla molto e non perchè lo si studia senza mai parlarlo. Si impara meglio, divertendosi pure, e sviluppando altre competenze. Ma ancora maggiori sono state le competenze metodologiche, comunicative, organizzative che il progetto consentiva di sviluppare. Tutto certificato, eppure le resistenze di alcuni genitori, colleghi o dirigenti non sono mancate. In alcuni casi si è trattato di piccoli episodi che non compromettevano il mantenimento del percorso, che anzi lo stimolavano, perchè consentivano il confronto.  In altri casi, invece. lo hanno bloccato con la forza della burocrazia, delle norme, dell'ottusità.
Parolefantasiose e il suo percorso sono quindi momentaneamente in stand by, con la consapevolezza che tentare di percorrere una strada quando ci sono troppi impedimenti diventa pericoloso e controproducente. 
Ma quanto è stato fatto, rimane. Ciò che si è prodotto, anzi, continuerà a sopravvivere, a macinare pian pianino, consapevole di averci provato, e di esserci anche, almeno in parte, riusciti.
E' per questo che ringrazio tutte quelle persone, e sono molte, che mi hanno aiutato a mandare avanti il progetto, mandando invece seriamente a fanculo quelle persone, e sono poche, che ne hanno reso difficile la prosecuzione ma che, come sempre, possono bastare per bloccare qualcosa di nuovo.

A presto. Forse. 
Simone Ariot

giovedì 27 settembre 2012

A volte si muore

Maestro Giuseppe Nordio

C'è anche Lei.
C'è anche la Morte. 

Maiuscola come una sorta di entità più grande a cui si deve rispetto, forse perchè la si teme o forse perchè non la si conosce se non nelle proiezioni che ci facciamo. Però c'è.
A volte arriva all'improvviso come nel caso del Maestro Nordio, che pochi giorni fa se ne è andato in silenzio, in solitaria, senza fare troppo rumore. 
Non conoscevo bene il Maestro Nordio, ci avevo parlato qualche anno fa in una delle mie prime supplenze alle elementari, nella scuola dove insegnava, mentre ancora studiavo all'Università. Allora come adesso incontrare un maestro maschio in una scuola elementare era cosa rara e inaspettata, una sorta di evento straordinario. Ma quando capitava mi faceva sentire più umano e meno animale in estinzione. Con il maestro Nordio condividevo questo, la scuola. E soprattutto l'essere un maestro elementare, titolo di cui vado fiero ancora oggi, più di quello professorale. Ricordo che il maestro Nordio, Beppe come lo chiamavano gli alunni, stava bene un po' con tutti, con i colleghi e con i bambini, soprattutto con i bambini. Cercando in internet qua e là si trovano testimonianze di alcuni suoi ex alunni che lo ricordano citando aneddoti e momenti di vita scolastica e non solo. Una vita passata nella scuola, vissuta per la scuola e per lo sport.......e soprattutto dedicata ai bambini, quei bambini con i quali parlava e si divertiva, ma che allo stesso tempo sapeva sgridare e avvicinare allo studio. Il Maestro Beppe però non è l'unico ad essersene andato in questi ultimi tempi.  Prima di lui, la morte ha chiamato Alvise Ravazzolo , 


Alvise Ravazzolo
un amico amante della montagna che in montagna ha perso la vita, tradito da una natura che ancora oggi sa essere matrigna, anche se la si rispetta e la si ama. Perchè Alvise la montagna l' amava, e sono sicuro la ami ancora oggi. Con lui ho fatto il mio primo e unico serio Trekking della mia vita, tre giorni e tre notti in val Travenanzes, dalle parti di Cortina, in luoghi e paesaggi che non credevo esistessero. Elvis era più giovane di qualche anno, ma era di gran lunga più esperto di montagna e vita all'aria aperta. Lui e la natura erano un tutt'uno, dialogavano con una semplicità e con un rispetto quanto più naturale si potesse immaginare. Ricordo che avevamo raggiunto le montagne a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen partendo di notte per arrivare all'alba. 5 disperati pronti a spaccarsi la schiena, ma ben equipaggiati. Non certo per merito mio, il più scarso del gruppo. Elvis era il più giovane, si era da poco diplomato al Pigafetta. Jacopo Nordera il più grande, una sorta di nostra guida alpina personale e mentore del gruppo. Poi c'era Nicola Rezzara e Matteo Bozzo, mio cugino. Un gruppo misto, improbabile, messo insieme in quattro e quattrotto ma molto entusiasti.  In quei giorni abbiamo riso e scherzato, ma anche condiviso momenti importanti ed emotivamente forti. La montagna, e la natura in generale, fungono come da collante e da detonatore emotivo. E' come se le emozioni  le si provasse più intensamente, come se fossero più forti. Negli anni successivi ho visto Alvise molto poco, giusto quei momenti in cui ci si poteva comunque dare un'abbraccio e raccontarsi velocemente le ultime imprese della vita, come l'ultimo nostro incontro di fine luglio, del tutto casuale, in Croazia. E anche in quell'occasione il suo sorriso e il suo abbraccio mi sono venuti incontro. Già, perchè Alvise aveva una bellissima e rarissima abitudine: Sorrideva, ma soprattutto ti stringeva con un bell'abbraccio. Cose d'altri tempi. 
Sono felice di averti incontrato nella mia vita.

Simone Ariot
   

mercoledì 19 settembre 2012

Ricomincio da 100 (post)




A volte, per ripartire, serve una scossa. O uno scossone. 
Serve uno stimolo che ci fa riprendere, vedere all'orizzonte la direzione, e partire.
Ma se la pausa è durata tre mesi, più che una scossa serve un terremoto. Di quelli emotivi.
Il mio terremoto emotivo per riprendere in mano il blog dopo la pausa estiva ha avuto epicentro ieri pomeriggio, nella campagna tra Verona e Vicenza. 
Me ne stavo alla guida della mia auto ascoltando Radio24, stazione che mi accompagna nelle giornate  alla guida parlandomi di tutto e di più. Ascoltavo "I Magnifici destini", trasmissione tanto riuscita quanto entusiasmante in cui si raccontano i momenti di vita salienti di quelle persone che lasciano il segno nella storia, che siano cantanti o capi di stato, guide spirituali o campioni olimpionici. La puntata del giorno raccontava la vita spericolata di Vasco Rossi, cantautore dall'indubbia popolarità, amato oppure odiato, uno di quegli uomini per cui la via di mezzo non esiste. Per fortuna.
La storia di Vasco potete ascoltarvela qui  e di sicuro non vi annoierete. La storia di questo blog invece, per chi non la conoscesse in quanto non lettore seriale, nasce 100 post fa, nel settembre 2009, quando in preda ad una crisi esitenzial-professionale decisi di dare una svolta nel modo di fare didattica. Da quel momento sono cambiate tante cose, professionalmente e personalmente, alcune anche grazie a questo blog, che nel frattempo è arrivato a superare le 60.000 visite. 
I blog, si sa, sono tanto facili da far partire quanto difficili da mantenere. Il 90% di loro non supera il primo mese, molti non arrivano al secondo post e pochissimi superano il primo anno di vita.
Parolefantasiose sembra sopravvivere anche se non sempre puntuale nelle uscite, ma ci si difende.
Non voglio però parlare del blog ed essere solo autoreferenziale, voglio ri-accogliere tutti quelli che vorranno contribuire leggendo e commentando, approvando e disapprovando, costruendo o distruggendo tutto ciò che si dirà.
Ma cosa centra tutto questo con Vasco Rossi? Forse nulla, forse era solo un pretesto. Ma mi è venuto in mente, e l'inconscio a volte lancia molti più messaggi di quanto si pensi. Tra i tanti messaggi , ce n'era uno che mi diceva in modo esplicito "Svegliati blog, è ora di rinascere". Ed ora, beccatevi Vasco, in una canzone vecchia e semisconosciuta.





Simone Ariot

lunedì 18 giugno 2012

Che l'estate sia con voi (tanto poi ci rivediamo!)





Cari studenti,
sono in ritardo lo so.
E sono pure stato poco diligente perchè avrei dovuto scrivere di più e più frequentemente, soprattutto in questo ultimo periodo. Ma “meglio tardi che mai….” potrei dire, un po’ per giustificarmi e un po’ per farvi vedere che comunque il post di fine anno è arrivato, anche se non puntuale.
Un anno scolastico passa in fretta, sempre più in fretta. 8 anni fa, quando entravo per la prima volta in un’aula di liceo come insegnante, le giornate passavano ancora lentamente. Le ore sulla cattedra erano di più (nelle scuole private gli insegnanti lavorano molto di più, e in condizioni più difficili, guadagnando di meno), i problemi in classe erano ben più seri, i confronti con i colleghi molto più costanti. Con gli anni le cose sono cambiate, trasformandosi, ed evolvendosi. 
Ora le ore in classe sembrano più veloci e leggere, il tempo passato a casa nel preparare le lezioni e correggere le verifiche si è andato razionalizzandosi in modo decisivo, e sono subentrati nuovi e importanti impegni. Ormai il mio essere insegnante è in perenne dialogo con il mio essere giornalista ed altre avventure professionali sono entrate in modo stabile e accattivante nella mia vita. Ma la scuola rimane sempre lì. Non voglio abbandonarla, perché mi piace e mi nutre, mi consente di confrontarmi continuamente con menti giovani e disposte al dialogo e all’ascolto, di offre spunti e suggerimenti costanti e continui e soprattutto mi guida, fungendo come da regolatore dei mille salti e movimenti  che la mia mente fa. Si, la scuola per me è quasi come una terapia, ma allo stesso tempo un viaggio (anche un po’ una vacanza), che faccio mai solo ma sempre accompagnato da voi studenti.
Voi, diversi l’uno dall’altro come diverse sono le pietre di mille ambienti lontani, ogni giorno mi ricordate di essere un uomo, o meglio un essere umano. La fuori, dove contano i numeri e i profitti, dove le persone sono rappresentati da codici e le passioni viste come merce da vendere, funziona in modo molto diverso. Voi già lo sapete, ed io non perdo occasione di farvi vedere come funzionano le cose nel mondo reale per imparare poi a prenderne quanto c’è di buono. E anche quando ve ne rendete conto continuate a mantenere uno sguardo che vuole andare oltre, portandosi i sogni con sé  senza troppo sentirsene in colpa. E fate bene!
Fate bene a voler essere vivi e qualche volta a rompere le scatole, e non poco. Credo si veda quando non vi sopporto, a volte capita, ma so che capita meno di quanto pensiate. Io alla fine, con voi, mi trovo bene.
Mi trovo bene anche quando uno ad uno vi metterei un cerotto sulla bocca o una sordina per coprire gli sbraitamenti vari, e mi trovo bene anche quando vi ripeto che sembrate delle galline nel pollaio ( che aspettano il gallo che passa tra i corridoi……vero Giulia?) o quando in piena catalessi tenete lo sguardo fisso su un punto inesistente della lavagna, completamente immersi in un viaggio chiamato boh. Mi trovo bene anche quando vi guardo pensando che non abbiate capito molto di quanto ci siamo detti, e mi trovo ancora meglio quando dopo il discorso di qualcuno ce ne stiamo un po’ zitti, in silenzio, per pensare a ciò che è venuto fuori, ai segreti simbolici presenti in alcune poesie, alle parole che non si dicono e alle emozioni che non si vedono.
Insomma, quest’anno ne abbiamo passate di tutti i colori. Da quelli accesi a quelli tenui, da quelli fluo a quelli chiari, da quelli veri a quelli finti. Colori come sensazioni ed emozioni, che a volte stanno lì ad aspettarti dicendo, “mi accendi o no?!”
Anche quest’anno è arrivata l’estate, tutto un colpo dopo i freddi primaverili, ed è arrivata la fine della scuola che, nonostante tutto, ripartirà tra tre mesi. Tre mesi in cui succederà molto o poco, tre mesi in cui molti vorrebbero veder trasformata la propria vita ma solamente a pochi succederà.
Non abbiate timore, questi tre mesi ritorneranno l’anno prossimo e quello dopo ancora, per molto tempo. Se non riuscite a viverli del tutto ora, significa che non era ancora il tempo. Ma questo tempo, prima o poi, arriverà.
Ora vi saluto, dandovi un arrivederci.
Ci rivedremo l’anno prossimo?
Non lo so. Anche questo fa parte del gioco.
Au revoir
Simone Ariot


lunedì 23 aprile 2012

Li chiamavano "matti"



Una volta era più semplice, e ci si limitava a chiamarli matti, folli, fuori di testa o scemi. Li si nascondeva in casa, come mostri di cui vergognarsi, come esseri non esseri a cui a malapena ci si avvicinava, perchè molto spesso li si odiava. Nelle isolette, o nei posti di mare, si dice che a volte, da bambini, partissero con i padri pescatori e che misteriosamente cadessero in mare, al largo, inghiottiti da un vortice, o più probabilmente da quel rifiuto di accettarli.
Eh si, la vita è dura, e a volte fa brutti scherzi. A volte capita che una famiglia sia colpita da questo tragico regalo, da un'esperienza che non riesce quasi mai a rivelarsi attesa o aspettata. Eppure, anche se ad alcuni sembra strano, esistono anche loro. E, a volte, un incontro può sorprendere. 
Si. 
Non voglio essere fanatico e ridicolo come chi dice che avere un figlio autistico o con serissimi problemi mentali sia una fortuna piovuta dal cielo, perchè c'è chi preso dalla disperazione arriva a dirlo; credo piuttosto sia una batosta difficile da digerire, ma so per certo che confrontarsi con un certo mondo non solo è fattibile, ma addirittura che fare almeno una volta un certo incontro molto spesso aiuta.
Aiuta a crescere, a comprendere, a guardare diversamente e ad aspettare , a volte infinitamente, di sintonizzarsi su una dimensione nuova, dove le regole che regolano le relazioni ( gioco di parole) scadono e cadono, sbriciolandosi, per disorientare e spaventare. Chi? Noi. Noi “normali”.
Ed è per questo che vi invito a guardare questo documentario ( a questo link la seconda parte, a questo la terza), perchè alcuni scopriranno un mondo nuovo.
A scuola, dalle elementari in poi, può essere capitato a tutti di avere il compagno "un po' strano". Più si cresce più si ha difficoltà a relazionarsi con loro, si perde la pazienze e non si sa gestirne la comunicazione. Ma solo alcuni arrivano a conoscerne l'esperienza fuori da scuola, in famiglia, o nel gruppo di amici. 
Io, che l'ho vissuta e in modo abbastanza intenso, ho imparato qualcosa. Ho capito che a volte è come cercare di imparare una nuova lingua, di cui ad un certo punto si pensa di aver perso il libro di grammatica e il dizionario, e in altri momenti invece torna  a sorprenderci, prendendoci per mano per poi nuovamente scomparire. E' un mondo che insegna che non tutto è programmabile, non tutto spiegabile. Ma è un mondo che esiste. E, come Ulisse, se si ha voglia di conoscere si vuole conoscere tutto. In questo caso per sentire.

Non voglio dir altro, vi invito a guardare questo video, perchè da come questo padre parla del rapporto con il figlio autistico si possono capire molte cose. Una per tutte che la vita, anche se colma di disgrazie, è un po' una sfida, che può portare molte sorprese, ma va vissuta e a testa alta. 
Guardate il video, è un consiglio.
Simone Ariot

lunedì 26 marzo 2012

Book Crossing, esperimento riuscito !





Book Crossing, ovvero, trovi un libro, lo leggi, e lo lascia a qualcuno, da qualche parte. Detta così sembra un po' una cosa strana, ma nella realtà il fenomeno del book crossing c'è, ed è sviluppato molto più di quanto si pensi. Nella 2°E del liceo Pigafetta, una delle classi in cui insegno, è partito un esperimento di book crossing interno, con tanto di registro dei prestiti, che sta dando ottimi risultati. Menti e artefici di questo progetto sono Lucia Esposito e Susanna Sgambaro, accanite lettrici decise a coinvolgere anche i compagni in una passione che non conosce crisi, almeno in per ora! Oggi ci raccontano la storia di questa esperienza in un breve intervista.



Come definireste in modo creativo e semplice l'esperienza del book crossing di classe?
E' una proposta che dà la possibilità di scegliere tra tanti libri di diverso genere e scoprire il piacere della lettura per tante persone che prima di questo progetto non leggevano mai. 
Da cosa è partita l'idea?
Un giorno siamo andate in biblioteca Bertoliana a Vicenza per prendere in prestito dei libri, ma ci hanno detto che non potevamo prenderne fino all'età di 18 anni, a meno che non fossimo accompagnate dai genitori. Ci è sembrato assurdo rinunciare a leggere per questo motivo, quindi abbiamo deciso di crearcene una in classe con il contributo dei nostri compagni che  hanno portato molti  di libri di vario genere. In ogni casa ci sono libri fermi e impolverati, ma qualcuno lì fuori magari li leggerebbe
Come è stata recepita dai compagni?
All’inizio con un po’ di perplessità, poi hanno aderito numerosi e oggi il progetto va alla grande.
Quali pensate siano i punti di forza di un progetto book crossing?
 Noi due siamo grandi lettrici, quindi possiamo consigliare i compagni e invogliarli a prendere un libro. Poi abbiamo qualsiasi genere di libro, da quelli romantici ai gialli, quindi ognuno può scegliere quello più appropriato per i suoi gusti. Il tutto gratis, senza spendere un euro.

E il fatto che sia autogestito da voi studenti?
Non è visto come un dovere,bensì come un possibile piacere. Siamo contente perché stiamo dimostrando di saperci gestire, in una cosa nostra e creata da noi
Qual è il libro e il genere che sta riscuotendo maggior interesse?
 I libri che vanno di più sono: Seta, di Baricco, Bianca come il latte rossa come il sangue di D'avenia, I passi dell'amore di Sparks,E finalmente ti dirò addio di Oliver, Io e te e Ti prendo e ti porto via di Ammaniti,e la saga di Glattauer.
Sono tutti romanzi non troppo impegnativi,storie d'amore e libri scritti per lettori giovani, non solo recentissimi ( vedi Seta)
Cosa ti ha sorpreso di più di questo progetto?
Persone che dicevano di odiare la lettura ora hanno letto più libri e si sono appassionate alla lettura,ed è proprio questo l'obbiettivo del nostro progetto.
Lo consigliereste ad altre classi?
Sicuramente! 
E se qualcuno avesse dei libri di cui non sa più cosa farsene, gli accettereste per il progetto? Certamente,accettiamo tutti i libri, "chi più ne ha, più ne metta!".
Ringrazio Lucia e Susanna per la disponibilità e per l’idea, venuta lo ribadisco) a due studentesse e non certo all’insegnante. Dimostrazione che più spesso di quanto si pensa anche gli studenti hanno voglia di fare qualcosa di buono!

Simone Ariot

sabato 10 marzo 2012

Conosciamoci rispondendo



Come ci si fa a conoscere? O ancor meglio, come ci si fa a far conoscere, lanciando  suggerimenti, offrendo spunti per dire chi siamo e da cosa ci sentiamo rappresentati? Marcel Proust, autore di "A' la Recherche du temps perdu",  deve essersi posto queste domande quando ha inventato il suo celebre questionnaire,escamotage forse trovato per fermarsi un po' nel processo della sua monumentale opera. Si tratta di un gruppo di domande da porsi o da porre, alle quali rispondere in modo molto molto istintivo e veloce, dedicandoci poche parole. Certo, non possiamo pensare si tratti di un sistema esaustivo e completo per penetrare la psiche di una persona, e nemmeno per poterla rappresentare in modo completo, ma la sensazione che si prova quando ci si pone queste domande e si tenta si offrirne una risposta è curiosa. Sembra quasi di guardarsi da fuori, provare a darsi una forma tentando di descriverla. Ve le spalmo qui, una dopo l'altra, invitandovi a farvi queste domande. Mi sono permesso di fare due piccole  modifiche nelle domande contrassegnate da un *, sostanzialmente ho aggiunto un contenuto tra parentesi, per adattare il questionario ai nostri tempi.  E se volete conoscere le risposte che si è dato Marcel Proust, qui le trovate.

  • Il tratto principale del mio carattere 
  • La qualità che desidero in un uomo. 
  • La qualità che preferisco in una donna. 
  • Quel che apprezzo di più nei miei amici. 
  • Il mio principale difetto
  • La mia occupazione preferita
  • Il mio sogno di felicità. 
  • Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia: 
  • Quel che vorrei essere. 
  • Il paese dove vorrei vivere. 
  • Il colore che preferisco. 
  • Il fiore che amo. 
  • L'uccello che preferisco. 
  • I miei autori preferiti in prosa. 
  • I miei poeti preferiti. 
  • I miei eroi nella finzione. 
  • Le mie eroine preferite nella finzione. 
  • I miei compositori ( o cantanti) preferiti. *
  • I miei pittori  preferiti. 
  • I miei eroi nella vita reale. 
  • Le mie eroine nella storia. 
  • I miei nomi preferiti. 
  • Quel che detesto più di tutto. 
  • I personaggi storici che disprezzo di più. 
  • L'impresa militare (o politica/umanitaria) che ammiro di più. *
  • La riforma che apprezzo di più. 
  • Il dono di natura che vorrei avere. 
  • Come vorrei morire. 
  • Stato attuale del mio animo. 
  • Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
  • Il mio motto. 


Simone Ariot


giovedì 1 marzo 2012

L'anno che verrà, senza di Te.




Stavo per scrivere di altro. Di Proust e del suo celebre questionario. Ma evidentemente slitterà, in avanti intendo. Dico "stavo" perchè effettivamente ero lì, pronto anzi prontissimo e addirittura preparato. Come un promemoria se ne stava lì, in uno di quei post-it gialli e appiccicosi con un bel messaggio in evidenza. C'era scritto "post questionario Proust Parolefantasiose". E invece le cose possono cambiare all'ultimo momento, se si è in un giorno speciale. In questo caso per nostalgia. Già, perchè curiosando tra le altrui bacheche di Faccialibro vedo che Emma, una mia vecchia compagna di scuola, ha condiviso un video, di Lucio Dalla. "L'anno che verrà (1979)" con immagini che scorrono del cantautore, conosciuta da molti come "Caro amico ti scrivo". Una canzone che tutti hanno canticchiato o ascoltato. Una canzone citata anche nei film, come su Marrakech Express, o molti altri , ma soprattutto canzone ricordata, da tutti. Una canzone che nemmeno sapevo fosse stata presentata nel 1979, il mio anno di nascita, come dice Emma, e come dico anch'io. 33 anni sono passati da quella canzone, ma lei se ne sta lì pronta a risuonare nella musica e nel significato. Una televisione che annuncia una grande trasformazione, l'arrivo di un mondo incredibile, in cui tutto funziona alla meraviglia, in cui le leggi della fisica e della moralità si rovesciano. "Senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età". E invece è sparito lui, il Lucio nazionale insieme al suo omonimo di nome e quasi di compleanno ( Battisti infatti era nato il giorno dopo Lucio Dalla). Una canzone sul tempo che passa, ma anche e soprattutto delle cose che restano. Passano i giorni e le ore, restano le emozione e resta l'amicizia. Caro amico ti scrivo, "ma sono qui" ci verrebbe da dire. E anche lui, Lucio, può anche andarsene come ha appena fatto, ma resta qui, con noi. Resta nelle sue canzoni, nella sua figura pulcinellosa, nel suo berretto e nel suo clarinetto. Resta in 4 marzo 1943 ( giorno del suo compleanno e titolo di una straordinaria canzone), in Piazza Grande, in Caruso, in l'ultima luna, in Anna e Marco......Resta nelle parole che ha trasformato in emozioni, ma resta anche nei nostri, unici e intimi momenti. Perchè ciò che  rimane in eterno, diventa anche di altri. Come la poesia, che non muore e non dorme mai, come l'arte . Ciao Lucio

Simone Ariot

lunedì 20 febbraio 2012

Pausa forzata




A volte si deve. E, purtroppo, quando si tratta di scegliere, si fa una scelta amara e si va in pausa con ciò che più si ama.
Infatti sta andando così: in questo periodo zero sport , non una discesa con gli sci, il blog che perde post per strada, cineforum dimenticato da due mesi, buon cibo scomparso dal palato, riviste alle quali sono abbonato che mi aspettano lì, nel comodino delle cose dimenticate, ancora incelofanate, che mi guardano implorandomi di aprirle...........Purtroppo a volte è così, si è sommersi dal lavoro, e quando hai un paio d'ore .......crolli, letteralmente. Nel senso che magari arriva una giornata che si potrebbe sfruttare per fare ciò che si ama e invece le forze vengono a mancare e ........ci si addormenta, letteralmente. Poi, ti svegli una mattina in orari in cui non c'è più il buio, ti senti riposato, e ti rendi conto che ci sono 60 temi da correggere e altri 20 test di Dante da finire! Guardi fuori dalla finestra, e capisci che la pioggia ci sta, almeno non ti viene voglia di uscire per fare una passeggiata! Poi apri il pc, e noti che mancano 3 giorni alla chiusura in redazione delle prossime riviste e che mancano ancora 6 pezzi da scrivere.........ma non basta. In questi momenti chiaramente capitano anche gli imprevisti, il dentista, il commercialista, mille cose tutte insieme. E poi gli altri progetti, le consulenze che slittano, il cliente che non ti paga e che devi andare a recuperare.......

A volte è proprio un bel casino!

Ricordo quando ero adolescente, e dentro di me pensavo a come sarebbe stata la mia vita a 30 anni. La immaginavo piena di tempo libero, con la sola preoccupazione di dover decidere cosa fare, a quale tra le tanti passioni avrei potuto dedicarmi, immaginando quasi per forza che il lavoro sarebbe stato lì presente a chiederti poco e offrirti molto. Poi, un po' alla volta ma probabilmente troppo in anticipo, la vita vera ti arriva addosso e ti rendi conto che di tempo non ce n'è, che si smaterializza, che ti sfugge dalle mani. In men che non si dica ti trovi a far parte di quel terribile club in gergo chiamato over 80, dove 80 non sono gli anni ma le ore di lavoro che si fanno in una settimana. Un club brutto e triste, dove molti ambiscono ad entrare nel livello top, l'over 100, per consacrarsi a 15 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette. Ho visto l'over cento, l'ho conosciuto. In alcuni periodi dell'anno devo entrarci, ma mi auguro che accada sempre meno perchè è proprio un brutto mondo, una sorta d' inferno. Il fatto è che uscirne non è semplice. Senti come qualcosa che ti tiene legato lì, senti gli impegni che sono grandi, senti le aspettative degli altri, e le tue. Soprattutto senti la paura di finire  in quell'altro club, l'under money, quello di chi non arriva a fine mese avendo però molto tempo a disposizione. E oggi questa paura è viva in molti, anche in chi non teme la fatica, chi è propenso al sacrificio. I giornali ne parlano, il costo della vita è sempre più alto,  difficoltà a farsi pagare, ad ottenere contratti..... Per questo tra i due club, se devo scegliere, scelgo l'over 80, sperando prima o poi si trasformi in over 70, over 60, over 50, over 40.....e va bene così.  A volte è il prezzo che si deve pagare per poter raggiungere un obiettivo importante, una certa autonomia, o anche semplicemente per sapere di potercela fare e  poi non essere obbligati a farlo. L'importante è che non diventi l'obiettivo, la meta, la sola ed unica scelta. Per alcuni è così. Generalmente sono quelli che a 25 anni sognano di averne 40 e il successo garantito. A 30 sono contenti perchè non escono prima di mezzanotte dall'ufficio, a 35 sono esaltati perchè si sentono più fighi, più giusti, più desiderabili. A 40 si sentono soli, perchè tutti gli altri si stanno facendo una famiglia e guardandosi intorno scoprono di essere rimasti gli unici. Allora ricominciano a fare i 20enni, staccano un po' con il lavoro e giocano a divertirsi. Ma a quel punto è troppo tardi, e sono diventate delle macchiette per divertire gli altri. 
Oggi mi sono ripreso un po' del mio tempo, quello che mi faccio rubare ogni giorno dal lavoro, quello che quantifico in una sorta di clessidra semitrasparente che riesce ancora a mentire almeno un po'. Oggi mi sono alzato dal letto più tardi, ho fatto un po' di ginnastica giusto per constatare che ne ho bisogno, ho scritto questo post, ho fatto una colazione più lunga del solito, ho pensato. Oggi sono stato un po' più vivo, un po' più me. A volte fa bene. Vorrei riuscire a farlo più spesso, questo almeno è l'obiettivo. Speriamo di farcela, perchè ogni tanto ci vuole.

 Simone Ariot



sabato 21 gennaio 2012

L'inforcata non convince




Premessa: forse è un post politico. Mi dispiaccio ma non me ne pento.

Dal primo momento, appena ho sentito parlare di questo movimento dal nome così letterariamente scelto, ho pensato alla presunta assoluta fatalità per la quale sia scoppiata la bomba solo ora. Risposta? probabilmente perchè il nuovo governo ha messo in dubbio alcuni storici e perseveranti assistenzialismi di cui la Sicilia gode, mettendoli in discussione e prevedendo una forse lenta ma sicura fine. A questo punto la ribellione, non del popolo (che mai sceglierebbe un nome così evocativo), ma di alcuni privilegiati fra gli assistiti dalle politiche assistenziali, clientelari e , perchè no, di stampo mafioso. Capi clan, sedicenti rappresentanti di categorie deboli, sprovveduti mezzi uomini dal coltello facile e lo sguardo cattivo. Mi sembra semplicemente che vi sia una protesta poichè alcune facilitazioni e alcuni trattamenti di favore verranno a mancare. Già Machiavelli diceva che se il popolo è abituato troppo bene farà poi fatica ad accettare un cambiamento che miri all'uguaglianza. Infatti. Il dramma è che in questo caso tutto nasce non dalla spontaneità, ma dal freddo calcolo di chi arriva ad usare gli inconsapevoli popolani, mascherati da passionali convinti, semplicemente per perseguire il proprio obiettivo. Il diritto a prendersi, fino alla morte, tutto quanto ci si possa prendere. Sovvenzioni, favori, voti, condizioni privilegiate. Ed allora si confeziona una messa in scena non troppo surreale (per chi conosce i fatti di una cultura che , purtroppo, prevede al proprio interno la dimensione mafiosa). Non nelle infiltrazioni, ma nel radicato stampo che fin da bambini si imprime in alcuni soggetti. Pochi, certamente, ma abbastanza per condizionarne molti. Ed è un circolo che si perpetua, come dato di fatto, come elemento identitario, che diventa prassi. Consuetudine la chiamano i giuristi. La stessa consuetudine che consente a tal capitan Schettino d’avvicinare spropositatamente alla costa la sua creatura mastodontica, per poi essere linciato pubblicamente al momento dell’impatto. La stessa consuetudine, se mi consentite la ripetizione e non solo, che eleva ad eroe popolare (forse nazional-popolare) un altro capitano (De Falco) che consente alla nave il passaggio vicino all’isola ( perché non è intervenuto quando il radar segnalava il cambio di rotta?) , salvo poi adoperarsi quando il danno era fatto. Ma così come è bello osservare il contadino con il forcone di legno e pensare a quanto possa essere disperato, magari nel suo agriturismo edificato illegalmente e ristrutturato con fondi regionali, così allo stesso tempo è bello ( o forse è proprio prassi), sapere che le consuetudini esistono e far finta di nulla. Con omertà. Ed anche questo fa parte del gioco.
Simone Ariot 

mercoledì 18 gennaio 2012

Imparare divertendosi. Con i Lip Dub si può



Si chiamano Lip Dub, e sono una sorta di video girati in presa diretta (vale a dire senza montaggio), in cui un gruppo di attori canta con il labiale una canzone che fa da sfondo acustico al video. Un video che deve essere spontaneo, autentico, partecipato e divertito. Un video che coinvolga persone spesso giovani e spesso appartenenti ad un gruppo ben definito. Come un' Università. Non ci stupiamo infatti che in rete i video Lip Dub più diffusi siano quelli delle Università americane, canadesi, inglesi. Luoghi in cui gli studenti , oltre a studiare, sono abituati a collaborare per la realizzazione di un prodotto, un messaggio, un intento. 
In Italia, nelle scuole e Università, Lip Dub studenteschi non se ne fanno, per carità. Non li propongono i professori, non li chiedono gli studenti.
 Il tempio della cultura umanistica non li contempla e non li promuove, ma soprattutto li demonizza. "Perdita di tempo" potranno dire i conservatori, e forse hanno pure ragione, perchè di fatto una sorta di video musicale di certo non può portare uno studente ad accrescere la sua "formazione culturale", ma probabilmente lo metterà di fronte ad una situazione che nel mondo del lavoro è molto diffusa. La collaborazione. Collaborare per creare qualcosa, mettersi alla prova, saper gestire il proprio tempo e le proprie risorse all'interno di un gruppo, dove c'è chi lavora di più e chi di meno, chi è leader  attivo ( e decide) e chi invece è passivo (e obbedisce), chi si fa sentire e chi preferisce ascoltare. 
Ma, soprattutto, in un'occasione come questa si possono (si potrebbero) mettere in pratica competenze e abilità importanti: La coordinazione spazio temporale ad esempio, la capacità di sintesi motoria, il sapersi mettere d'accordo nella gestione e nella scelta di un contenuto e molto altro.
A noi italiani sembra strano, individualisti come siamo nel lavoro e nozionisti come pochi altri negli studi, ma il mondo va nella direzione della valorizzazione delle attività complesse in cui serva la collaborazione di più persone abituate a lavorare insieme, al di la degli individualismi. Dico questo perchè mi accorgo, ogni giorno, in classe, che la sfida vera, il lavoro complesso, non è capire un concetto, ma saperlo applicare. E non applicarlo da soli, ma in gruppo, perchè nel mondo del lavoro non si lavora mai soli, anche quando si pensa di esserlo. In un modo o nell'altro, si è sempre in relazione con altri, come un piccolo meccanismo all'interno di una grande macchina. Ed è bene capirlo presto. Sarà per questo che le attività di gruppo che faccio svolgere agli studenti sono solitamente ben gestite dai più giovani, magari dalle classi del biennio, perchè ancora pronti a confrontarsi con qualcosa di nuovo, ancora meno formati nella forma (perdonate il gioco di parole), mentre i più grandi ( non parliamo degli universitari o di chi è nelle classi terminali del liceo), fanno una gran fatica e gestiscono un tempo dedicato all'attività nel modo peggiore, come una sorta id vacanza.
Lip Dub quindi come esempio di possibilità per mettere in pratica una competenza ( quella al lavoro di squadra, sapendosi coordinare nei tempi e nelle decisioni), che agli studenti e ai lavoratori farebbe bene possedere. 
Voi, sareste pronti a mettere in scena un Lip Dub?
Potrebbe essere una sfida, o una provocazione.
Simone Ariot 

martedì 10 gennaio 2012

Ricordi sbiaditi




In Facebook circola questa immagine, e postandola sulla mia pagina mi sono trovato in pochi minuti decine di I like. Non c'è da chiedersi il perchè, in quanto ogni volta che si parla di qualcosa del passato si stimola la nostalgia, sentimento tanto instabile quanto diffuso, e si producono un'infinita serie di racconti del passato che si recitano soprattutto a sé stessi.
Non voglio parlare del passato in termini necessariamente nostalgici, e nemmeno lanciarmi in una pericolosa e saccente considerazione sociologica, ma semplicemente stimolare i ricordi, per ricreare il gioco silenziosamente proposto da questa immagine.
Ci sono state connessioni magiche, destini incrociati di oggetti o realtà, che se presi separatamente comunicano qualcosa e una volta uniti assumono una nuova, indissolubile, funzione? Ci sono storie d'amore tra piccoli e grandi aggeggi ( ma non solo aggeggi meccanici) che non riusciamo più a immaginare separati e che già ora, o tra qualche anno, saranno caduti nel dimenticatoio?

La cassetta e la matita usata per riavvolgere il nastro fuoriuscito è una sorta di topos irrinunciabile, che i nati tra gli anni 50' e 85' non possono nono conoscere. Ma ce ne sono altri. Molti altri. 

Comincio io, vediamo se indovinate, e vediamo se vi ricordate di altre combinazioni.









                                  







Sempre una penna protagonista, insieme ad un righello. Cosa mai diventeranno? Un allegro gioco, apprezzato soprattutto dai maschietti! L'avete indovinato?



Simone Ariot



lunedì 26 dicembre 2011

In regalo le emozioni




Immaginiamo che il denaro sparisca e i negozi non esistano più. Immaginiamo un Natale senza acquisti e senza spese, un Natale a misura di povertà. Ma immaginiamo che in questo nuovo Natale i regali continuino ad esistere. Non si tratterà più di tablet o maglioni, di scarponi da sci o cd. Ora i  regali sono a costo zero, e si chiamano emozioni.
Immaginiamo che il regalo non sia impacchettato e confezionato, ma semplicemente donato e ricevuto. Immaginiamo che tra questi regali possano avere un ruolo primario quelle sensazioni che spesso cerchiamo e non sempre troviamo. Potremo ricevere calma, tristezza, amore, rabbia, spensieratezza, ironia, competenze, leggerezza, simpatia, poesia, golosità, apertura mentale, grinta, furbizia...............
Non sarebbe male, almeno per una volta, che ne dite?
Credo che l'essere umano, infelice e insoddisfatto per definizione, si concentri molto sulle cose (che si comprano) sapendo che le emozioni non sono in vendita, e quindi difficili da ottenere. Anche se spesso sono dietro l’angolo, e pure gratis. 
Io, in primis, ho avuto e ho periodi in cui copro i vuoti emotivi con le cose. Il periodo del cachemire ad esempio, per la gioia dei negozianti che mi hanno spennato, terminato nel momento in cui i miei due armadi dedicati hanno detto “stop!Non c’è più spazio!” . Oppure il periodo delle camicie che mi ha portato alla costruzione del cromatismo perfetto, una mia mania che prevede l’allineamento cromatico delle camicie negli appendini, partendo dal bianco, per passare alle righe dei diversi colori……in sile Grande Gatsby, una dopo l’altra messe in fila, superando quota 70. Non parliamo poi del periodo riviste, anni in cui sono stato abbonato a una ventina di riviste, suscitando incredulità nella postina, convinta che casa mia fosse un ufficio marketing e non un’abitazione privata. Sia ben chiaro che le manie non finiscono mai del tutto, ma si ridimensionano, o si sostituiscono, probabilmente perché i vuoti non sono mai colmati del tutto, perché è più comodo e facile aprire il portafogli e regalarsi (o regalare) cose, piuttosto che emozioni. 
Bene, come potrebbe essere la letterina di Natale che chiede solo emozioni? Oppure, visto che Natale è passato, quali potrebbero essere le attese per il 2012, in termini di emozioni da ricevere? Cosa desideriamo? Proviamo a fare una lista di 4 emozioni che vorremo ci appartenessero maggiormente in questo 2012. Comincio io.


1. Spensieratezza ( far girare con un po' più calma il cervello)
2. Emotività ( per non lasciar spazio alle troppe razionalizzazioni)
3. Ironia ( saperlo essere anche con me stesso)
4. Semplicità ( abbandonare un po’ di narcisismo e perfezionismo, che fa più danni che altro
E voi? Sono convinto che abbiate anche voi molte cose da dire. Anche anonimamente


Simone Ariot


venerdì 23 dicembre 2011

Buona musica made in Vicenza




Non serve scappare lontano, verso vicoli londinesi o  loft delle periferie fredde d'Amburgo. Anche nella sonnolenta città del Palladio si può produrre buona musica. Proprio in quella Vicenza dove la musica "non colta" viene bistrattata da chi l'ascolta e quella "colta" esaltata da chi non la comprende, può nascere un pezzo come Blackout, che potete qui ascoltare in versione acustica.





Fatelo subito, cogliendone il testo e il ritmo, poi confrontatela con la versione rock, quella con le distorsioni per intenderci.  Loro sono i Mistonocivo, un gruppo nato nel 94' che tutti noi adolescenti dell'epoca conoscevamo. Cris, il cantante, era noto per l'escursione vocale, e ricordo ancora quanto riusciva a far innamorare le ragazze con i suoi vocalizzi. Si andava alla birreria delle banche, si ascoltavano dei gruppi, e si tornava a casa con qualche sogno in più e una certezza in meno, perchè quella ragazza che ti piaceva tanto ormai era innamorata dei Mistonocivo ( più avanti scriverò un post sui musicisti dei gruppi vicentini di cui tutte le ragazze si innamoravano ). Poi il salto di qualità, l'incontro con un produttore, il viaggio in America per registrare, e questo pezzo, che per un po' è passato su MTV e veniva canticchiato un po' in tutta Italia. Poi il silenzio. 
La ricerca è continuata ma la qualità non sempre paga abbastanza e ciò che molti consideravano una piacevole scoperta dal sicuro successo è divenuta una meteora.
 Che luccica e si allontana. 
Ma come in astronomia, anche nella musica si possono cogliere luci del passato, o meglio ascoltarle, e il tempo si rivela quindi come un semplice segno, non necessariamente del successo, ma forse della qualità. O per le meno di una buona idea.
Buon ascolto.
 Alla prossima, 

Simone Ariot


martedì 20 dicembre 2011

Motivi validi per non chiudere il blog



E' da 17 giorni che non pubblico alcun post. 
Non sono depresso, non sono più impegnato che in altri momenti, non sono incazzato. Ma, semplicemente, non sto riuscendo a mantenere quella sorta di ricorsiva ispirazione che ad intervallo settimanale mi ha fatto espellere parole fantasiose, una dopo l'altra, con la speranza che non fossero noiose. Forse mi sono preoccupato un po' troppo di questo, di non annoiare, dimenticandomi che un blog non deve né vendere né necessariamente piacere. Ma ci sono delle cose, nella vita, che le si fanno anche senza dover trovare sempre una spiegazione convincente. Il fatto è che questo blog era nato per un motivo piuttosto definito: cercare di coinvolgere i miei studenti affinchè trovassero uno spazio in cui confrontarsi, anche senza esporsi direttamente, su temi non necessariamente scolastici ma allo stesso tempo non troppo quotidiani.  E' da un po' però che i commenti ai post stanno calando, anche se le pagine visualizzate giornalmente non sono calate, anzi. Mediamente un centinaio di persone leggono Parolefantasiose, ma sempre meno scrivono e commentano. Dirò di più: Google Analitycs mi dice che la frequenza media è aumentata, le visualizzazioni di pagina durano di più e non si limitano solo all'ultima pagina pubblicata. Il mistero quindi aumenta.
Comunque, ritornando al titolo, mi chiedo per quali motivi parolefantasiose non debba chiudere e non debba nemmeno sentirsi troppo in vacanza. Provo a iniziare, andando per punti ma un po' a casaccio.
1.      E' una cosa mia
2.      possono esserci ancora tante cose da raccontare
3.      può ancora essere uno strumento utile a qualche studente timido, che ha qualche difficoltà ad esprimersi con la voce, anzi con il "flatus vocis" 
4.      continua a rimanere vagone rimorchiatore del primo esperimento di blogdidattica italiano, sicuramente quello più studiato ( mi riferisco ai blog collegati)
5.      è un'occasione per frequentare la scrittura ma senza essere pagato (quindi una scemenza penseranno alcuni, ma anche un diversivo visto che per fortuna lo scrivere per me è un'altra fonte di reddito)
6.      l'occasione, anche per me, per dire qualcosa in modo meno diretto e più protetto
7.      ...........
8.      ........
9.      ........
E per voi, ci sono altri motivi? 

Simone Ariot