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mercoledì 5 dicembre 2012

I dialetti italiani....interpretati da Enrico Brignano




Enrico Brignano è un comico dallo straordinario talento. Come tutti i talentuosi, con poco sforzo e molta genialità può trasferire concetti ed emozioni, ma allo stesso tempo può insegnare. Ho ascoltato ore e ore di lezioni sulla storia della lingua italiana, ho letto libri, ho studiato manuali. Ma in nessun caso ho mai trovato un esempio così chiarificatore come quello che qui sopra si vede e si ascolta. L'Italia è una, ma sono cento allo stesso tempo, come i suoi campanili, come le sue lingue, come i suoi dialetti e i suoi accenti. Ascoltatevi tutti questi 10 minuti di pura genialità. A 1:45 comincia la festa.
Simone Ariot

sabato 1 dicembre 2012

Reato d'opinione? leggetevi l'articolo incriminato del caso Sallusti

Alessandro Sallusti

Non potete non aver sentito nulla sulla questione di Sallusti, il direttore del Giornale arrestato questa mattina, poi evaso dagli arresti domiciliari e riarrestato. Il motivo? Reato d'opinione, nemmeno commesso direttamente da lui, ma da Renato Farina, giornalista e senatore che nel 2007 scrisse l'articolo incriminato. Si parlava di politica? c'era di mezzo qualche ministro? capi di stato o grandi imprenditori inquisiti o loscamente presenti nelle dinamiche mafiose? No.
L'articolo, che potete leggere a questo link e che non voglio copia-incollare perchè non vorrei essere io stesso indagato, parla di un aborto. Nello specifico di un aborto che ha subito una ragazzina 13enne, desiderosa di tenere il bambino contro la volontà dei genitori e il parere dei medici.
Per carità, una questione che potrebbe accendere infiniti dibattiti, o sviluppare una sorta di round all’ultimo sangue tra sostenitori del diritto alla vita e filoabortisti. Ma la questione è un’altra, almeno per noi. Perché l’articolo in oggetto ha portato all’arresto del direttore responsabile a causa di una legge, quella sul reato d’opinione, che molti considerano inadeguata e da cambiare. Come prima cosa è una legge le cui cause collegate ricadono sul diritto penale e non civile (quindi di mezzo c’è il carcere), evidente retaggio del ventennio fascista, che solitamente vengono applicate in misura minore, convertendo la carcerazione con una multa, cosa che non è avvenuta in questo cosa.
Provate a leggervi l’articolo incriminato, potete stare dalla parte dell’autore o avere un’altra posizione, ma il fatto che questo abbia portato ad una carcerazione è scandalosamente grave. Anzi, meglio usare il condizionale e dire che “potrebbe” essere grave. Non vorrei mai essere denunciato anch’io.

venerdì 16 novembre 2012

Quando è l'artista a raccontarti l'arte


Non conosco l'arte.
La mia cultura storico artistica è assai limitata. Non un esame di storia dell'arte inserito nel piano di studio universitario, poche letture riguardanti l'argomento, un numero di musei visitati probabilmente superiore alla media nazionale ma non certo elevato. Posso conoscere a grandi linee le caratteristiche di uno stile o di un determinato periodo artistico, magari facendo il nome di un qualche autore punto di riferimento. E poco altro. Se vedo un quadro, o se sento il nome di un autore che non sia il solito Raffaello o Picasso, non arrivo nell'immediato a contestualizzarlo, immaginando una dopo l'altra le opere che portano la sua firma, come invece potrei fare con gli autori della letteratura italiana.
Sono insomma un semianalfabeta artistico. E se aggiungiamo il fatto che le mie doti grafiche nell'utilizzo della matita o dei pennelli hanno solo il merito di farmi prendere del ridicolo, posso certamente dire che non sono certamente una persona dalla formazione o dalla cultura artistica.
All'arte però mi sono avvicinato anch'io. In punta di piedi direi, con la posizione distaccata di chi sa di non sapere. Forse non ho scelto di avvicinarmi, ma mi sono trovato lì. E il contatto è stato sicuramente privilegiato. L'arte la sto conoscendo partendo dagli artisti, che questa volta non sono morti da almeno cent'anni, ma se ne stanno lì, davanti a me, a raccontarmi la loro storia. Per il lavoro che faccio, infatti, mi è capitato e mi capiterà di raggiungerli, ascoltarli e raccontarli attraverso un articolo, o una mostra.
E' buffo, perchè sarebbe più logico pensare che questo possa capitarmi con la letteratura. E invece no, a prendermi per mano sono gli artisti delle arti figurative e pittoriche, oppure gli architetti e i designer, a metà strada fra arte e professione.  Nel tempo ho cominciato a conoscerli, inizialmente osservandoli in silenzio.
Con loro in molte occasioni si è creato un rapporto di reciproco scambio, dove io me ne stavo ad aspettare che si creasse quel clima che mi permettesse di chiedere loro qualcosa, spesso indipendentemente dalla necessità giornalistica. Da uno sono diventati due, poi tre......ora non saprei contarli tutti, ma ho una certezza. Conoscere l'arte attraverso questo modo è decisamente meglio. Capire, o cercare di capirla direttamente dall'incontro con persone come Bruna Lanza, Giorgio Dalla Costa, Mattia Trotta, Toni Zarpellon, Stefano Luciano ed altri ancora è un privilegio. Anche loro sono tra i protagonisti dalla contemporaneità. Sono loro che vedono le cose prima degli altri e che possono anticiparcele, mostrarcele. Ed è un enorme privilegio. Non solo per il fatto che spesso e volentieri i nostri incontri si concludono con una loro opera che mi viene data in omaggio, ma soprattutto perchè mi consentono di guardare le cose con uno sguardo diverso, che spesso si spoglia di una serie infinita di costrizioni e pregiudizi che in modo quasi paradigmatico abbiamo.
Bruna Lanza

Toni Zarpellon
Mattia Trotta



Giorgio Dalla Costa

Stefano Luciano


Ieri ad esempio ho conosciuto Toni Zarpellon, un artista  da cui dovevo stare poco più di mezz'ora. Alla fine le ore sono diventate quattro, in mezzo c'è stato un trionfo di penne all'arrabbiata e tante, tante storie raccontate. Le storie delle cave di Rubbiodove con pennelli e colori ha trasformato la roccia in volti e sensazioni umane,  oppure la storia che l'ha portato a cercare una pace quasi in mezzo al bosco, sulle colline di Marsan, dove la sua casa/studio è un deposito di memorie, teorie, opere. "Geni si nasce, imbecilli si diventa".  Questa frase era scritta in un cartello appeso all'entrata di casa sua, fiera e rivelatrice di una verità forse un po' scomoda. Una grande verità. Eppure pare quasi che ogni giorno, quasi faticosamente, scegliamo un po' tutti di diventare imbecilli, scordandoci di alcuni bisogni naturali, del contatto con noi stessi, l'altro, la natura, risucchiati come invece siamo dalla frenesia e da tempi che corrono e stritolano. 
Cave di Rubbio
Arte per me è anche questo, incontrare una persona che aiuta a far pensare, a mettere in discussione alcune proprie sicurezze, a sentirsi stabili nell'instabilità.

p.s: Toni Zarpellon è un signore. Mi ha accolto a casa sua e mi ha offerto un pranzo che non dimenticherò.



mercoledì 24 ottobre 2012

Impegni e giramenti vari



A volte, se non pubblico con costanza, è perchè ho altro da fare. O semplicemente perchè ho le palle girate. Ecco, in questo caso per tutti e due i motivi.
Quindi pazientate ancora un po'.


Simone Ariot

lunedì 8 ottobre 2012

Ho donato 20 euro a Wikipedia



L’ho fatto d’istinto, senza pensarci un momento. Semplicemente perché Wikipedia stesso me l’ha proposto attraverso una comunicazione su un banner posizionato in alto nella pagina del sito.
Non ci ho pensato un attimo perché è stato immediato in me il rendermi conto che Wikipedia fa parte della mia quotidianità, del mio lavoro, del mio tempo libero.  Non ci ho pensato perché per mille volte che mi ha aiutato Wikipedia, per una volta posso farlo io.
Enciclopedia libera, certo. Ma se le voci inserite una ad una sono frutto del lavoro volontario di milioni di utenti che, prima o poi, decidono di scrivere una “voce”, un sito così mica si tiene in piedi da solo.  A colpirmi è stato questo messaggio, scritto appunto in un banner nero in alto sul sito.
§  -    Wikipedia è un’organizzazione no-profit, eppure è il quinto sito web al mondo
al  Per proteggere la nostra indipendenza, non vedrai mai pubblicità sul nostro sito.
§  Google e Yahoo hanno migliaia di server e dipendenti. Noi abbiamo 641 server e 140 collaboratori.
 Se ogni lettore donasse 5 euro, basterebbe un’ora per raccogliere i fondi che ci servono. Fai una donazione per mantenere Wikipedia libera.
Sostienici  
Solo dopo aver donato i 20 euro ( con una semplicità a cui i siti di e-commerce dovrebbero ispirarsi) mi sono posto alcune domande.
Ho fatto bene? Sono stato un fesso?
E ancora, me lo devo tenere per me? Lo devo dire in giro?
Si, lo devo dire in giro. Non per autocelebrarmi, perché il gesto non è certo particolarmente meritevole o raro. Ma perché come me forse molti non ci avevano mai pensato. Oppure hanno detto “la prossima volta”, oppure si sono fatti spaventare dalla procedura che chiede il numero di carta di credito.
E la conferma che sia stato un gesto giusto viene dai molti “mi piace” che in pochi secondi si sono aggiunti alla mia dichiarazione di status su Facebook in cui dicevo semplicemente Ho appena donato 20 euro a Wikipedia e mi sento meglio. In effetti mi sono sentito meglio.
Chiaramente lo si fa se ce lo si può permettere, ma considerando che la donazione minima è di 5 euro direi che possono permetterselo in molti.  E in molti vivono a contatto con Wikipedia ogni giorno.
Come giornalista e insegnante ne faccio largo uso,  per sincerarmi rispetto ad una pseudo certezza che ho, per scoprire cose nuove, per ritrovare concetti vecchi.
Donare 5 euro a Wikipedia è donare una piccola ma preziosa parte di libertà alla conoscenza, all’informazione, al progresso.  

Simone Ariot

giovedì 27 settembre 2012

A volte si muore

Maestro Giuseppe Nordio

C'è anche Lei.
C'è anche la Morte. 

Maiuscola come una sorta di entità più grande a cui si deve rispetto, forse perchè la si teme o forse perchè non la si conosce se non nelle proiezioni che ci facciamo. Però c'è.
A volte arriva all'improvviso come nel caso del Maestro Nordio, che pochi giorni fa se ne è andato in silenzio, in solitaria, senza fare troppo rumore. 
Non conoscevo bene il Maestro Nordio, ci avevo parlato qualche anno fa in una delle mie prime supplenze alle elementari, nella scuola dove insegnava, mentre ancora studiavo all'Università. Allora come adesso incontrare un maestro maschio in una scuola elementare era cosa rara e inaspettata, una sorta di evento straordinario. Ma quando capitava mi faceva sentire più umano e meno animale in estinzione. Con il maestro Nordio condividevo questo, la scuola. E soprattutto l'essere un maestro elementare, titolo di cui vado fiero ancora oggi, più di quello professorale. Ricordo che il maestro Nordio, Beppe come lo chiamavano gli alunni, stava bene un po' con tutti, con i colleghi e con i bambini, soprattutto con i bambini. Cercando in internet qua e là si trovano testimonianze di alcuni suoi ex alunni che lo ricordano citando aneddoti e momenti di vita scolastica e non solo. Una vita passata nella scuola, vissuta per la scuola e per lo sport.......e soprattutto dedicata ai bambini, quei bambini con i quali parlava e si divertiva, ma che allo stesso tempo sapeva sgridare e avvicinare allo studio. Il Maestro Beppe però non è l'unico ad essersene andato in questi ultimi tempi.  Prima di lui, la morte ha chiamato Alvise Ravazzolo , 


Alvise Ravazzolo
un amico amante della montagna che in montagna ha perso la vita, tradito da una natura che ancora oggi sa essere matrigna, anche se la si rispetta e la si ama. Perchè Alvise la montagna l' amava, e sono sicuro la ami ancora oggi. Con lui ho fatto il mio primo e unico serio Trekking della mia vita, tre giorni e tre notti in val Travenanzes, dalle parti di Cortina, in luoghi e paesaggi che non credevo esistessero. Elvis era più giovane di qualche anno, ma era di gran lunga più esperto di montagna e vita all'aria aperta. Lui e la natura erano un tutt'uno, dialogavano con una semplicità e con un rispetto quanto più naturale si potesse immaginare. Ricordo che avevamo raggiunto le montagne a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen partendo di notte per arrivare all'alba. 5 disperati pronti a spaccarsi la schiena, ma ben equipaggiati. Non certo per merito mio, il più scarso del gruppo. Elvis era il più giovane, si era da poco diplomato al Pigafetta. Jacopo Nordera il più grande, una sorta di nostra guida alpina personale e mentore del gruppo. Poi c'era Nicola Rezzara e Matteo Bozzo, mio cugino. Un gruppo misto, improbabile, messo insieme in quattro e quattrotto ma molto entusiasti.  In quei giorni abbiamo riso e scherzato, ma anche condiviso momenti importanti ed emotivamente forti. La montagna, e la natura in generale, fungono come da collante e da detonatore emotivo. E' come se le emozioni  le si provasse più intensamente, come se fossero più forti. Negli anni successivi ho visto Alvise molto poco, giusto quei momenti in cui ci si poteva comunque dare un'abbraccio e raccontarsi velocemente le ultime imprese della vita, come l'ultimo nostro incontro di fine luglio, del tutto casuale, in Croazia. E anche in quell'occasione il suo sorriso e il suo abbraccio mi sono venuti incontro. Già, perchè Alvise aveva una bellissima e rarissima abitudine: Sorrideva, ma soprattutto ti stringeva con un bell'abbraccio. Cose d'altri tempi. 
Sono felice di averti incontrato nella mia vita.

Simone Ariot
   

mercoledì 19 settembre 2012

Ricomincio da 100 (post)




A volte, per ripartire, serve una scossa. O uno scossone. 
Serve uno stimolo che ci fa riprendere, vedere all'orizzonte la direzione, e partire.
Ma se la pausa è durata tre mesi, più che una scossa serve un terremoto. Di quelli emotivi.
Il mio terremoto emotivo per riprendere in mano il blog dopo la pausa estiva ha avuto epicentro ieri pomeriggio, nella campagna tra Verona e Vicenza. 
Me ne stavo alla guida della mia auto ascoltando Radio24, stazione che mi accompagna nelle giornate  alla guida parlandomi di tutto e di più. Ascoltavo "I Magnifici destini", trasmissione tanto riuscita quanto entusiasmante in cui si raccontano i momenti di vita salienti di quelle persone che lasciano il segno nella storia, che siano cantanti o capi di stato, guide spirituali o campioni olimpionici. La puntata del giorno raccontava la vita spericolata di Vasco Rossi, cantautore dall'indubbia popolarità, amato oppure odiato, uno di quegli uomini per cui la via di mezzo non esiste. Per fortuna.
La storia di Vasco potete ascoltarvela qui  e di sicuro non vi annoierete. La storia di questo blog invece, per chi non la conoscesse in quanto non lettore seriale, nasce 100 post fa, nel settembre 2009, quando in preda ad una crisi esitenzial-professionale decisi di dare una svolta nel modo di fare didattica. Da quel momento sono cambiate tante cose, professionalmente e personalmente, alcune anche grazie a questo blog, che nel frattempo è arrivato a superare le 60.000 visite. 
I blog, si sa, sono tanto facili da far partire quanto difficili da mantenere. Il 90% di loro non supera il primo mese, molti non arrivano al secondo post e pochissimi superano il primo anno di vita.
Parolefantasiose sembra sopravvivere anche se non sempre puntuale nelle uscite, ma ci si difende.
Non voglio però parlare del blog ed essere solo autoreferenziale, voglio ri-accogliere tutti quelli che vorranno contribuire leggendo e commentando, approvando e disapprovando, costruendo o distruggendo tutto ciò che si dirà.
Ma cosa centra tutto questo con Vasco Rossi? Forse nulla, forse era solo un pretesto. Ma mi è venuto in mente, e l'inconscio a volte lancia molti più messaggi di quanto si pensi. Tra i tanti messaggi , ce n'era uno che mi diceva in modo esplicito "Svegliati blog, è ora di rinascere". Ed ora, beccatevi Vasco, in una canzone vecchia e semisconosciuta.





Simone Ariot

lunedì 18 giugno 2012

Che l'estate sia con voi (tanto poi ci rivediamo!)





Cari studenti,
sono in ritardo lo so.
E sono pure stato poco diligente perchè avrei dovuto scrivere di più e più frequentemente, soprattutto in questo ultimo periodo. Ma “meglio tardi che mai….” potrei dire, un po’ per giustificarmi e un po’ per farvi vedere che comunque il post di fine anno è arrivato, anche se non puntuale.
Un anno scolastico passa in fretta, sempre più in fretta. 8 anni fa, quando entravo per la prima volta in un’aula di liceo come insegnante, le giornate passavano ancora lentamente. Le ore sulla cattedra erano di più (nelle scuole private gli insegnanti lavorano molto di più, e in condizioni più difficili, guadagnando di meno), i problemi in classe erano ben più seri, i confronti con i colleghi molto più costanti. Con gli anni le cose sono cambiate, trasformandosi, ed evolvendosi. 
Ora le ore in classe sembrano più veloci e leggere, il tempo passato a casa nel preparare le lezioni e correggere le verifiche si è andato razionalizzandosi in modo decisivo, e sono subentrati nuovi e importanti impegni. Ormai il mio essere insegnante è in perenne dialogo con il mio essere giornalista ed altre avventure professionali sono entrate in modo stabile e accattivante nella mia vita. Ma la scuola rimane sempre lì. Non voglio abbandonarla, perché mi piace e mi nutre, mi consente di confrontarmi continuamente con menti giovani e disposte al dialogo e all’ascolto, di offre spunti e suggerimenti costanti e continui e soprattutto mi guida, fungendo come da regolatore dei mille salti e movimenti  che la mia mente fa. Si, la scuola per me è quasi come una terapia, ma allo stesso tempo un viaggio (anche un po’ una vacanza), che faccio mai solo ma sempre accompagnato da voi studenti.
Voi, diversi l’uno dall’altro come diverse sono le pietre di mille ambienti lontani, ogni giorno mi ricordate di essere un uomo, o meglio un essere umano. La fuori, dove contano i numeri e i profitti, dove le persone sono rappresentati da codici e le passioni viste come merce da vendere, funziona in modo molto diverso. Voi già lo sapete, ed io non perdo occasione di farvi vedere come funzionano le cose nel mondo reale per imparare poi a prenderne quanto c’è di buono. E anche quando ve ne rendete conto continuate a mantenere uno sguardo che vuole andare oltre, portandosi i sogni con sé  senza troppo sentirsene in colpa. E fate bene!
Fate bene a voler essere vivi e qualche volta a rompere le scatole, e non poco. Credo si veda quando non vi sopporto, a volte capita, ma so che capita meno di quanto pensiate. Io alla fine, con voi, mi trovo bene.
Mi trovo bene anche quando uno ad uno vi metterei un cerotto sulla bocca o una sordina per coprire gli sbraitamenti vari, e mi trovo bene anche quando vi ripeto che sembrate delle galline nel pollaio ( che aspettano il gallo che passa tra i corridoi……vero Giulia?) o quando in piena catalessi tenete lo sguardo fisso su un punto inesistente della lavagna, completamente immersi in un viaggio chiamato boh. Mi trovo bene anche quando vi guardo pensando che non abbiate capito molto di quanto ci siamo detti, e mi trovo ancora meglio quando dopo il discorso di qualcuno ce ne stiamo un po’ zitti, in silenzio, per pensare a ciò che è venuto fuori, ai segreti simbolici presenti in alcune poesie, alle parole che non si dicono e alle emozioni che non si vedono.
Insomma, quest’anno ne abbiamo passate di tutti i colori. Da quelli accesi a quelli tenui, da quelli fluo a quelli chiari, da quelli veri a quelli finti. Colori come sensazioni ed emozioni, che a volte stanno lì ad aspettarti dicendo, “mi accendi o no?!”
Anche quest’anno è arrivata l’estate, tutto un colpo dopo i freddi primaverili, ed è arrivata la fine della scuola che, nonostante tutto, ripartirà tra tre mesi. Tre mesi in cui succederà molto o poco, tre mesi in cui molti vorrebbero veder trasformata la propria vita ma solamente a pochi succederà.
Non abbiate timore, questi tre mesi ritorneranno l’anno prossimo e quello dopo ancora, per molto tempo. Se non riuscite a viverli del tutto ora, significa che non era ancora il tempo. Ma questo tempo, prima o poi, arriverà.
Ora vi saluto, dandovi un arrivederci.
Ci rivedremo l’anno prossimo?
Non lo so. Anche questo fa parte del gioco.
Au revoir
Simone Ariot


venerdì 25 maggio 2012

Incontrando Milo Manara


Un giornalista ha il privilegio di incontrare personalità importanti. Politici, grandi imprenditori, sportivi famosi in tutto il mondo. Molto più raro è quando, oltre al personaggio, si trova la persona. In questi casi il privilegio diventa un piacere, una vera e propria occasione della vita. Ieri, per la rivista Sei Magazineho intervistato Milo Manara, il più autorevole esponente dell'arte del fumetto artistico in Italia, e forse nel mondo Le sue creature, come la seducente Miele ( nomen omen) , hanno scandalizzato e attratto le menti di uomini (e non solo), che grazie all'immaginazione hanno esplorato mondi che solo la fantasia può inventare. Erotismo, fascino e attrazione, ingredienti onnipresenti nella vita, e quindi nell'arte. Ma l'arte, controllata nelle epoche dai censori di turno, non è sempre riuscita ad esprimere in piena libertà le emozioni e gli istinti umani. In passatosi doveva giocare con le parole, usare simboli più o meno noti, rischiare il rogo o inimicarsi i potenti di turno. Salvo poi produrre su commissione quanto di più vietato esistesse. Per Milo Manara non è stato così, gli scandali non hanno dominato la sua vita,  perchè l'erotismo che contraddistingue i suoi lavori non hanno mai sfociato in pornografia. "Tutte le invenzioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno trovato nella pornografia un perfetto campo d'azione. La Polaroid, internet, la viedocamera....., mentre l'arte figurativa, o il fumetto, prevedono ancora l'immaginazione, l'erotismo. Altra cosa rispetto l pornografia", spiega il maestro. E non possiamo dargli torto, perchè nell'osservare le sue donnine giovani e sensuali non si percepisce un mondo sporco o malsano, ma la semplice esternazione dei desideri umani, ancestrali. "Il fumetto è un pugno in faccia al super io, uno sfogo che ogni uomo o donna può consentursi."
Già, perchè contrariamente alle altre arti figurative, il fumetto è popolare e accessibile, motivo per cui ancora oggi molti la considerano una'arte di serie B, alla portata di tutti, ma in realtà importante e fondamentale quanto le altre arti. Con Milo abbiamo parlato per un paio d'ore, affrontando molti argomenti, anche al di là dell'arte, ma anche sbellicandoci dalle risate nel ricordare aneddoti o fatti che l'hanno visto protagonista, insieme a mostri sacri come Hugo Pratt, Federico Fellini o Andrea Pazienza, morto troppo giovane per essere conosciuto dai più, troppo presto perchè al mondo aveva ancora tante cose da dare. Ora è rimasto lui, Milo Manara, fumettaro come si definisce, ritirato sulle colline della Valpolicella dove vive e lavora. Nel suo studio, una piccola stanza dove il legno dei pavimenti è coperto da centinaia di libri e disegni, guarda tutte le colline, e quella pianura che negli anni si è trasformata.
Ma per saperne di più.....dovrete aspettare la pubblicazione di Sei Magazine, in uscita a fine giugno come allegato gratuito al Giornale di Vicenza, L'Arena e Brescia Oggi. Leggetelo, vi racconterò Milo Manara  fino in fondo, toccando temi inediti fin'ora inespressi. Il tutto fotografato da Lorenzo Rui.

Milo Manare e Simone Ariot nello studio del Maestro


Simone Ariot

lunedì 7 maggio 2012

Assemblee d'istituto oggi. Cazzeggio libero e collettivo


Questo sarà un post impopolare, ma avevo due possibilità. Commentare un interessante articolo  scritto da Marco Rossi Doria, sottosegretario all'istruzione, che riprende una questione molto cara alla scuola italiana, o meglio a chi la scuola l'ha pensata e studiata partendo dalla considerazione di Don Milani. Oppure cogliere l'attimo che mi si è presentato davanti questa mattina, quando ho scoperto che gli studenti della scuola in cui insegno chiedevano di poter svolgere un' "assemblea d'istituto" al parco Querini, parco pubblico a meno di un km dalla sede del liceo.
Forse chi legge potrà chiedersi cosa c'è di male nel voler organizzare e realizzare un'assemblea all'interno di un parco, dove gli studenti in questo maggio che finalmente ci regalerà un sole ritardatario potrebbero sciallare  amichevolmente. Effettivamente non è tanto il luogo in cui si chiede di celebrare l'assemblea  che mi sconvolge, quanto i contenuti. Negli ultimissimi anni infatti le assemblee d'istituto non prevedono più discussioni e dibattiti su temi collegati alla scuola (se non in qualche misura eccezionale, e comunque condotti  da insegnanti o esperti esterni) quanto la realizzazione di spettacoli, corsi, laboratori e momenti di socialità diffusa. Non più la cara e vecchia palestra gremita di studenti accalcati che stanno in fila per prendere la parola scagliandosi l'impossibile nelle rimbalzose offese tra fasci e compagni, ma momenti di ilarità collettiva in cui potersi impratichire in attività laboratoriali che esplorano vari argomenti, tra i quali:
  • Laboratorio di cucina
  • …..di giocoleria
  • ….di ballo caraibico
  • ....   di blog
  • …..  di espressione creativa
  • …..di yoga
  • …..discussione sulla Tav
  • ………..di mille latre cose.
  • ….orientamento universitario

Per carità, tutte belle iniziative. Una l’ho pure condotta io ( laboratorio sul blog), ma avrebbe avuto più senso farlo in un altro momento e mi chiedo il motivo per cui in un’assemblea studentesca non si possa parlare dei problemi veri e propri che vivono gli studenti quotidianamente: mancanza di spazi, litigi con i professori, diritti dello studente, aggiornamento tecnologico a scuola, il bluf dei programmi, le azioni intimidatorie di alcuni docenti, l’orientamento politico di una dirigenza piuttosto che un’altra…... Insomma, parlare di argomenti che riguardino la vita quotidiana di uno studente reale. Invece no, di questi problemi a scuola non se ne parla, salvo poi passare ore ed ore in chat a dire a questo o quell’altro compagno di classe quanto ci si senta male, quanto i professori siano cattivi e quante altre nuove compagne siano diventate anoressiche. Si, ad esempio di questo se ne potrebbe anche parlare, invece che far finta di nulla. Ogni tanto, o meglio, ogni due per tre, a scuola sfilano scheletri travestiti da persone che dicono in un modo o nell’altro che stanno soffrendo. “Non mangio, sto male”. Ma nessuno sembra accorgersene, se non gli impiegati di Villa Margherita, clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari che sembra aver fatto una convenzione con la scuola in cui insegno, da quante studentesse (tutte con medie elevatissime) riesce ad accogliere ogni anno. Ma l’importante è non parlare nemmeno di questo. Allora, alla fin fine, mi chiedo perché gli studenti non sentano il bisogno di parlare di queste cose. 
Quando nel 1997 facevo il rappresentante d’istituto al Fogazzaro le assemblee che organizzavo erano momenti in cui scannarsi, discutere, litigare se fosse stato necessario. Momenti in cui volevamo prenderci lo spazio per affrontare i problemi che sentivamo  all’interno della scuola, della nostra scuola. Tutti insieme, 1300 persone che discutevano. Chi non aveva il coraggio di prendere la parola al microfono scriveva un biglietto che veniva letto da uno di noi. Chi voleva parlare direttamente, lo faceva. La scuola allora era diversa. Sono passati solo 15 anni ma era veramente diversa. Non c’era internet prima di tutto, solo alcuni geek della prima ora lo avevano a casa, ma era una rarità. Non c’erano le mail di classe, lo psicologo scolastico, o i voti nel registro elettronico. La scuola era molto diversa perché se uno studente prendeva 4 tornava a casa e si trovava 4 sberle stampate sul viso. Oggi dare 4 significa spesso e volentieri doversi giustificare con il genitore di turno che ti rinfaccia la genialità del figlio e la tua incapacità nel comprenderla. Ma soprattutto all’epoca le assemblee volevamo organizzarle noi, da soli, senza l’aiuto degli insegnanti (che erano un po’ tutti nemici, e questo non è detto che fosse positivo). Volevamo organizzarle noi perché potevamo creare e fare qualcosa, noi, con le nostre forze. Personalmente, in quei momenti, ho imparato moltissimo. Credo di poterla considerare la mia prima vera esperienza di lavoro, anche se non retribuita. Passavo ore su ore a programmare le assemblee, e molte erano le ore di lezione che perdevo, ma poi mica me le scontavano, anzi,dovevo recuperarle da solo, muci muci in silenzio, sapendo che all’interrogazione mi avrebbero chiesto ancora di più. Eppure, come direbbe Renzo Tramaglino, ho imparato, e quelle esperienze sono state fondamentali. Ma evidentemente questi sono pensieri vecchi, oggi si preferisce sciallare a seguire un corso di ballo caraibico in palestra, tanto i problemi non ci sono. 
Forse è proprio così, e allora sciallamoci tutti al parco.

Esempio di assemblea "scialla", inutile, in pieno stile 2012. 


Simone Ariot

lunedì 23 aprile 2012

Li chiamavano "matti"



Una volta era più semplice, e ci si limitava a chiamarli matti, folli, fuori di testa o scemi. Li si nascondeva in casa, come mostri di cui vergognarsi, come esseri non esseri a cui a malapena ci si avvicinava, perchè molto spesso li si odiava. Nelle isolette, o nei posti di mare, si dice che a volte, da bambini, partissero con i padri pescatori e che misteriosamente cadessero in mare, al largo, inghiottiti da un vortice, o più probabilmente da quel rifiuto di accettarli.
Eh si, la vita è dura, e a volte fa brutti scherzi. A volte capita che una famiglia sia colpita da questo tragico regalo, da un'esperienza che non riesce quasi mai a rivelarsi attesa o aspettata. Eppure, anche se ad alcuni sembra strano, esistono anche loro. E, a volte, un incontro può sorprendere. 
Si. 
Non voglio essere fanatico e ridicolo come chi dice che avere un figlio autistico o con serissimi problemi mentali sia una fortuna piovuta dal cielo, perchè c'è chi preso dalla disperazione arriva a dirlo; credo piuttosto sia una batosta difficile da digerire, ma so per certo che confrontarsi con un certo mondo non solo è fattibile, ma addirittura che fare almeno una volta un certo incontro molto spesso aiuta.
Aiuta a crescere, a comprendere, a guardare diversamente e ad aspettare , a volte infinitamente, di sintonizzarsi su una dimensione nuova, dove le regole che regolano le relazioni ( gioco di parole) scadono e cadono, sbriciolandosi, per disorientare e spaventare. Chi? Noi. Noi “normali”.
Ed è per questo che vi invito a guardare questo documentario ( a questo link la seconda parte, a questo la terza), perchè alcuni scopriranno un mondo nuovo.
A scuola, dalle elementari in poi, può essere capitato a tutti di avere il compagno "un po' strano". Più si cresce più si ha difficoltà a relazionarsi con loro, si perde la pazienze e non si sa gestirne la comunicazione. Ma solo alcuni arrivano a conoscerne l'esperienza fuori da scuola, in famiglia, o nel gruppo di amici. 
Io, che l'ho vissuta e in modo abbastanza intenso, ho imparato qualcosa. Ho capito che a volte è come cercare di imparare una nuova lingua, di cui ad un certo punto si pensa di aver perso il libro di grammatica e il dizionario, e in altri momenti invece torna  a sorprenderci, prendendoci per mano per poi nuovamente scomparire. E' un mondo che insegna che non tutto è programmabile, non tutto spiegabile. Ma è un mondo che esiste. E, come Ulisse, se si ha voglia di conoscere si vuole conoscere tutto. In questo caso per sentire.

Non voglio dir altro, vi invito a guardare questo video, perchè da come questo padre parla del rapporto con il figlio autistico si possono capire molte cose. Una per tutte che la vita, anche se colma di disgrazie, è un po' una sfida, che può portare molte sorprese, ma va vissuta e a testa alta. 
Guardate il video, è un consiglio.
Simone Ariot

lunedì 9 aprile 2012

Perchè odio Pasquetta




Già metterci la maiuscola mi da fastidio. Non so, lo ammetto, se ci vada o meno, ma la metto per lamentarmene. 

Odio la Pasquetta.

L'ho sempre odiata.

Ho sempre odiato questo momento semi imposto in cui tutti, e dico tutti, sentono come per miracolo la voglia di passare del tempo tra amici cercando di creare una situazione bucolica. Con i risultati che tutti conoscono. Orde di compagnie di giovani e meno giovani che si riscoprono grandi appassionati di natura, torte salate e partite a palla (non pallavolo, palla e basta che fa più sfigato). Si sceglie un posto, quasi sempre disordinatamente raggiunto da tre o quattro auto che disseminano timore e pericolo fra le strade, procedendo a 25 Km/h quando il limite è di 70 e guardando a destra e sinistra per individuare un bel prato vergine. Poi lo si punta.... e infine l'agguato. L'obiettivo è di arrivarci con l'auto,  aprire il portellone, accendere la radio e strabbuffarsi di cibo fino a sera, per poi ripetere fino a sera "che bella giornata, fossero tutte così". Poi, per i 364 giorni successivi, non una passeggiata, non un picnic, non uno sguardo al patrimonio agri-pastorale italiano. Negli ultimi anni i pasquettari (o pasquettisti), si sono tecnologizzati, postando su facebook foto della scampagnata con tanto di commentini prodotti dai parenti impossibilitati a raggiungerli. E vogliamo parlare di quelle allegre famigliole che si fermano sul ciglio della strada per andare in montagna, in un microspazietto di 10 mq, tirano fuori la sdraio dall'auto e decidono di accamparsi per ore per respirare un po' di gas di scarico e godersi la bella visuale di "auto che passa"? Se non li avete mai visti, salite ad Asiago per la strada che passa per Lusiana, ne vedrete delle belle. Spesso hanno la targa VE come Venezia, e secondo alcuni decidono di fermarsi a metà strada perchè non essendo abituati all'altimetria si accontentano di qualche centinaio di metri per sentirsi in montagna. 

Tra le varie Pasquette ridicole, mi vengono in mente quelle di qualche città urbana, dove le aiuole sono prese d'assalto (manco ci fossero lingotti d'oro nascosti all'interno) e le vie del centro miracolosamente svuotate.

Non mi stupirei se per Pasquetta i geni del marketing che promuovono i  centri commerciali organizzassero degli angoli (scusate, ora si dice corner) con dei prati finti dove poter "far pasquetta" anche con la pioggia. Ve l' immaginate l'allegra famigliola che se ne va alle Piramidi con tanto di uova sode e tramezzini farciti comprati nel bar interno, a due passi dal prato sintetico? Questo sarebbe veramente il massimo del minimo.

Odio ancora molte cose di Pasquetta, potrei parlarne per ore, ma per essere un po' politicamente corretto ne faccio a meno, non vorrei urtar la sensibilità altrui.

Insomma, se non l'avete ancora capito, lo ribadisco.

Io odio Pasquetta.


Simone Ariot

p.s: Pasquetta esiste dal dopoguerra, una sorta di contentino dato al popolo per prolungare la vacanza di Pasqua. L'origine della scampagnata? Forse per emulare il cammino verso Emmaus da parte dei due discepoli di Cristo. 



lunedì 26 marzo 2012

Book Crossing, esperimento riuscito !





Book Crossing, ovvero, trovi un libro, lo leggi, e lo lascia a qualcuno, da qualche parte. Detta così sembra un po' una cosa strana, ma nella realtà il fenomeno del book crossing c'è, ed è sviluppato molto più di quanto si pensi. Nella 2°E del liceo Pigafetta, una delle classi in cui insegno, è partito un esperimento di book crossing interno, con tanto di registro dei prestiti, che sta dando ottimi risultati. Menti e artefici di questo progetto sono Lucia Esposito e Susanna Sgambaro, accanite lettrici decise a coinvolgere anche i compagni in una passione che non conosce crisi, almeno in per ora! Oggi ci raccontano la storia di questa esperienza in un breve intervista.



Come definireste in modo creativo e semplice l'esperienza del book crossing di classe?
E' una proposta che dà la possibilità di scegliere tra tanti libri di diverso genere e scoprire il piacere della lettura per tante persone che prima di questo progetto non leggevano mai. 
Da cosa è partita l'idea?
Un giorno siamo andate in biblioteca Bertoliana a Vicenza per prendere in prestito dei libri, ma ci hanno detto che non potevamo prenderne fino all'età di 18 anni, a meno che non fossimo accompagnate dai genitori. Ci è sembrato assurdo rinunciare a leggere per questo motivo, quindi abbiamo deciso di crearcene una in classe con il contributo dei nostri compagni che  hanno portato molti  di libri di vario genere. In ogni casa ci sono libri fermi e impolverati, ma qualcuno lì fuori magari li leggerebbe
Come è stata recepita dai compagni?
All’inizio con un po’ di perplessità, poi hanno aderito numerosi e oggi il progetto va alla grande.
Quali pensate siano i punti di forza di un progetto book crossing?
 Noi due siamo grandi lettrici, quindi possiamo consigliare i compagni e invogliarli a prendere un libro. Poi abbiamo qualsiasi genere di libro, da quelli romantici ai gialli, quindi ognuno può scegliere quello più appropriato per i suoi gusti. Il tutto gratis, senza spendere un euro.

E il fatto che sia autogestito da voi studenti?
Non è visto come un dovere,bensì come un possibile piacere. Siamo contente perché stiamo dimostrando di saperci gestire, in una cosa nostra e creata da noi
Qual è il libro e il genere che sta riscuotendo maggior interesse?
 I libri che vanno di più sono: Seta, di Baricco, Bianca come il latte rossa come il sangue di D'avenia, I passi dell'amore di Sparks,E finalmente ti dirò addio di Oliver, Io e te e Ti prendo e ti porto via di Ammaniti,e la saga di Glattauer.
Sono tutti romanzi non troppo impegnativi,storie d'amore e libri scritti per lettori giovani, non solo recentissimi ( vedi Seta)
Cosa ti ha sorpreso di più di questo progetto?
Persone che dicevano di odiare la lettura ora hanno letto più libri e si sono appassionate alla lettura,ed è proprio questo l'obbiettivo del nostro progetto.
Lo consigliereste ad altre classi?
Sicuramente! 
E se qualcuno avesse dei libri di cui non sa più cosa farsene, gli accettereste per il progetto? Certamente,accettiamo tutti i libri, "chi più ne ha, più ne metta!".
Ringrazio Lucia e Susanna per la disponibilità e per l’idea, venuta lo ribadisco) a due studentesse e non certo all’insegnante. Dimostrazione che più spesso di quanto si pensa anche gli studenti hanno voglia di fare qualcosa di buono!

Simone Ariot

sabato 10 marzo 2012

Conosciamoci rispondendo



Come ci si fa a conoscere? O ancor meglio, come ci si fa a far conoscere, lanciando  suggerimenti, offrendo spunti per dire chi siamo e da cosa ci sentiamo rappresentati? Marcel Proust, autore di "A' la Recherche du temps perdu",  deve essersi posto queste domande quando ha inventato il suo celebre questionnaire,escamotage forse trovato per fermarsi un po' nel processo della sua monumentale opera. Si tratta di un gruppo di domande da porsi o da porre, alle quali rispondere in modo molto molto istintivo e veloce, dedicandoci poche parole. Certo, non possiamo pensare si tratti di un sistema esaustivo e completo per penetrare la psiche di una persona, e nemmeno per poterla rappresentare in modo completo, ma la sensazione che si prova quando ci si pone queste domande e si tenta si offrirne una risposta è curiosa. Sembra quasi di guardarsi da fuori, provare a darsi una forma tentando di descriverla. Ve le spalmo qui, una dopo l'altra, invitandovi a farvi queste domande. Mi sono permesso di fare due piccole  modifiche nelle domande contrassegnate da un *, sostanzialmente ho aggiunto un contenuto tra parentesi, per adattare il questionario ai nostri tempi.  E se volete conoscere le risposte che si è dato Marcel Proust, qui le trovate.

  • Il tratto principale del mio carattere 
  • La qualità che desidero in un uomo. 
  • La qualità che preferisco in una donna. 
  • Quel che apprezzo di più nei miei amici. 
  • Il mio principale difetto
  • La mia occupazione preferita
  • Il mio sogno di felicità. 
  • Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia: 
  • Quel che vorrei essere. 
  • Il paese dove vorrei vivere. 
  • Il colore che preferisco. 
  • Il fiore che amo. 
  • L'uccello che preferisco. 
  • I miei autori preferiti in prosa. 
  • I miei poeti preferiti. 
  • I miei eroi nella finzione. 
  • Le mie eroine preferite nella finzione. 
  • I miei compositori ( o cantanti) preferiti. *
  • I miei pittori  preferiti. 
  • I miei eroi nella vita reale. 
  • Le mie eroine nella storia. 
  • I miei nomi preferiti. 
  • Quel che detesto più di tutto. 
  • I personaggi storici che disprezzo di più. 
  • L'impresa militare (o politica/umanitaria) che ammiro di più. *
  • La riforma che apprezzo di più. 
  • Il dono di natura che vorrei avere. 
  • Come vorrei morire. 
  • Stato attuale del mio animo. 
  • Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
  • Il mio motto. 


Simone Ariot


giovedì 1 marzo 2012

L'anno che verrà, senza di Te.




Stavo per scrivere di altro. Di Proust e del suo celebre questionario. Ma evidentemente slitterà, in avanti intendo. Dico "stavo" perchè effettivamente ero lì, pronto anzi prontissimo e addirittura preparato. Come un promemoria se ne stava lì, in uno di quei post-it gialli e appiccicosi con un bel messaggio in evidenza. C'era scritto "post questionario Proust Parolefantasiose". E invece le cose possono cambiare all'ultimo momento, se si è in un giorno speciale. In questo caso per nostalgia. Già, perchè curiosando tra le altrui bacheche di Faccialibro vedo che Emma, una mia vecchia compagna di scuola, ha condiviso un video, di Lucio Dalla. "L'anno che verrà (1979)" con immagini che scorrono del cantautore, conosciuta da molti come "Caro amico ti scrivo". Una canzone che tutti hanno canticchiato o ascoltato. Una canzone citata anche nei film, come su Marrakech Express, o molti altri , ma soprattutto canzone ricordata, da tutti. Una canzone che nemmeno sapevo fosse stata presentata nel 1979, il mio anno di nascita, come dice Emma, e come dico anch'io. 33 anni sono passati da quella canzone, ma lei se ne sta lì pronta a risuonare nella musica e nel significato. Una televisione che annuncia una grande trasformazione, l'arrivo di un mondo incredibile, in cui tutto funziona alla meraviglia, in cui le leggi della fisica e della moralità si rovesciano. "Senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età". E invece è sparito lui, il Lucio nazionale insieme al suo omonimo di nome e quasi di compleanno ( Battisti infatti era nato il giorno dopo Lucio Dalla). Una canzone sul tempo che passa, ma anche e soprattutto delle cose che restano. Passano i giorni e le ore, restano le emozione e resta l'amicizia. Caro amico ti scrivo, "ma sono qui" ci verrebbe da dire. E anche lui, Lucio, può anche andarsene come ha appena fatto, ma resta qui, con noi. Resta nelle sue canzoni, nella sua figura pulcinellosa, nel suo berretto e nel suo clarinetto. Resta in 4 marzo 1943 ( giorno del suo compleanno e titolo di una straordinaria canzone), in Piazza Grande, in Caruso, in l'ultima luna, in Anna e Marco......Resta nelle parole che ha trasformato in emozioni, ma resta anche nei nostri, unici e intimi momenti. Perchè ciò che  rimane in eterno, diventa anche di altri. Come la poesia, che non muore e non dorme mai, come l'arte . Ciao Lucio

Simone Ariot