sabato 10 marzo 2012

Conosciamoci rispondendo



Come ci si fa a conoscere? O ancor meglio, come ci si fa a far conoscere, lanciando  suggerimenti, offrendo spunti per dire chi siamo e da cosa ci sentiamo rappresentati? Marcel Proust, autore di "A' la Recherche du temps perdu",  deve essersi posto queste domande quando ha inventato il suo celebre questionnaire,escamotage forse trovato per fermarsi un po' nel processo della sua monumentale opera. Si tratta di un gruppo di domande da porsi o da porre, alle quali rispondere in modo molto molto istintivo e veloce, dedicandoci poche parole. Certo, non possiamo pensare si tratti di un sistema esaustivo e completo per penetrare la psiche di una persona, e nemmeno per poterla rappresentare in modo completo, ma la sensazione che si prova quando ci si pone queste domande e si tenta si offrirne una risposta è curiosa. Sembra quasi di guardarsi da fuori, provare a darsi una forma tentando di descriverla. Ve le spalmo qui, una dopo l'altra, invitandovi a farvi queste domande. Mi sono permesso di fare due piccole  modifiche nelle domande contrassegnate da un *, sostanzialmente ho aggiunto un contenuto tra parentesi, per adattare il questionario ai nostri tempi.  E se volete conoscere le risposte che si è dato Marcel Proust, qui le trovate.

  • Il tratto principale del mio carattere 
  • La qualità che desidero in un uomo. 
  • La qualità che preferisco in una donna. 
  • Quel che apprezzo di più nei miei amici. 
  • Il mio principale difetto
  • La mia occupazione preferita
  • Il mio sogno di felicità. 
  • Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia: 
  • Quel che vorrei essere. 
  • Il paese dove vorrei vivere. 
  • Il colore che preferisco. 
  • Il fiore che amo. 
  • L'uccello che preferisco. 
  • I miei autori preferiti in prosa. 
  • I miei poeti preferiti. 
  • I miei eroi nella finzione. 
  • Le mie eroine preferite nella finzione. 
  • I miei compositori ( o cantanti) preferiti. *
  • I miei pittori  preferiti. 
  • I miei eroi nella vita reale. 
  • Le mie eroine nella storia. 
  • I miei nomi preferiti. 
  • Quel che detesto più di tutto. 
  • I personaggi storici che disprezzo di più. 
  • L'impresa militare (o politica/umanitaria) che ammiro di più. *
  • La riforma che apprezzo di più. 
  • Il dono di natura che vorrei avere. 
  • Come vorrei morire. 
  • Stato attuale del mio animo. 
  • Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
  • Il mio motto. 


Simone Ariot


giovedì 1 marzo 2012

L'anno che verrà, senza di Te.




Stavo per scrivere di altro. Di Proust e del suo celebre questionario. Ma evidentemente slitterà, in avanti intendo. Dico "stavo" perchè effettivamente ero lì, pronto anzi prontissimo e addirittura preparato. Come un promemoria se ne stava lì, in uno di quei post-it gialli e appiccicosi con un bel messaggio in evidenza. C'era scritto "post questionario Proust Parolefantasiose". E invece le cose possono cambiare all'ultimo momento, se si è in un giorno speciale. In questo caso per nostalgia. Già, perchè curiosando tra le altrui bacheche di Faccialibro vedo che Emma, una mia vecchia compagna di scuola, ha condiviso un video, di Lucio Dalla. "L'anno che verrà (1979)" con immagini che scorrono del cantautore, conosciuta da molti come "Caro amico ti scrivo". Una canzone che tutti hanno canticchiato o ascoltato. Una canzone citata anche nei film, come su Marrakech Express, o molti altri , ma soprattutto canzone ricordata, da tutti. Una canzone che nemmeno sapevo fosse stata presentata nel 1979, il mio anno di nascita, come dice Emma, e come dico anch'io. 33 anni sono passati da quella canzone, ma lei se ne sta lì pronta a risuonare nella musica e nel significato. Una televisione che annuncia una grande trasformazione, l'arrivo di un mondo incredibile, in cui tutto funziona alla meraviglia, in cui le leggi della fisica e della moralità si rovesciano. "Senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età". E invece è sparito lui, il Lucio nazionale insieme al suo omonimo di nome e quasi di compleanno ( Battisti infatti era nato il giorno dopo Lucio Dalla). Una canzone sul tempo che passa, ma anche e soprattutto delle cose che restano. Passano i giorni e le ore, restano le emozione e resta l'amicizia. Caro amico ti scrivo, "ma sono qui" ci verrebbe da dire. E anche lui, Lucio, può anche andarsene come ha appena fatto, ma resta qui, con noi. Resta nelle sue canzoni, nella sua figura pulcinellosa, nel suo berretto e nel suo clarinetto. Resta in 4 marzo 1943 ( giorno del suo compleanno e titolo di una straordinaria canzone), in Piazza Grande, in Caruso, in l'ultima luna, in Anna e Marco......Resta nelle parole che ha trasformato in emozioni, ma resta anche nei nostri, unici e intimi momenti. Perchè ciò che  rimane in eterno, diventa anche di altri. Come la poesia, che non muore e non dorme mai, come l'arte . Ciao Lucio

Simone Ariot

lunedì 20 febbraio 2012

Pausa forzata




A volte si deve. E, purtroppo, quando si tratta di scegliere, si fa una scelta amara e si va in pausa con ciò che più si ama.
Infatti sta andando così: in questo periodo zero sport , non una discesa con gli sci, il blog che perde post per strada, cineforum dimenticato da due mesi, buon cibo scomparso dal palato, riviste alle quali sono abbonato che mi aspettano lì, nel comodino delle cose dimenticate, ancora incelofanate, che mi guardano implorandomi di aprirle...........Purtroppo a volte è così, si è sommersi dal lavoro, e quando hai un paio d'ore .......crolli, letteralmente. Nel senso che magari arriva una giornata che si potrebbe sfruttare per fare ciò che si ama e invece le forze vengono a mancare e ........ci si addormenta, letteralmente. Poi, ti svegli una mattina in orari in cui non c'è più il buio, ti senti riposato, e ti rendi conto che ci sono 60 temi da correggere e altri 20 test di Dante da finire! Guardi fuori dalla finestra, e capisci che la pioggia ci sta, almeno non ti viene voglia di uscire per fare una passeggiata! Poi apri il pc, e noti che mancano 3 giorni alla chiusura in redazione delle prossime riviste e che mancano ancora 6 pezzi da scrivere.........ma non basta. In questi momenti chiaramente capitano anche gli imprevisti, il dentista, il commercialista, mille cose tutte insieme. E poi gli altri progetti, le consulenze che slittano, il cliente che non ti paga e che devi andare a recuperare.......

A volte è proprio un bel casino!

Ricordo quando ero adolescente, e dentro di me pensavo a come sarebbe stata la mia vita a 30 anni. La immaginavo piena di tempo libero, con la sola preoccupazione di dover decidere cosa fare, a quale tra le tanti passioni avrei potuto dedicarmi, immaginando quasi per forza che il lavoro sarebbe stato lì presente a chiederti poco e offrirti molto. Poi, un po' alla volta ma probabilmente troppo in anticipo, la vita vera ti arriva addosso e ti rendi conto che di tempo non ce n'è, che si smaterializza, che ti sfugge dalle mani. In men che non si dica ti trovi a far parte di quel terribile club in gergo chiamato over 80, dove 80 non sono gli anni ma le ore di lavoro che si fanno in una settimana. Un club brutto e triste, dove molti ambiscono ad entrare nel livello top, l'over 100, per consacrarsi a 15 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette. Ho visto l'over cento, l'ho conosciuto. In alcuni periodi dell'anno devo entrarci, ma mi auguro che accada sempre meno perchè è proprio un brutto mondo, una sorta d' inferno. Il fatto è che uscirne non è semplice. Senti come qualcosa che ti tiene legato lì, senti gli impegni che sono grandi, senti le aspettative degli altri, e le tue. Soprattutto senti la paura di finire  in quell'altro club, l'under money, quello di chi non arriva a fine mese avendo però molto tempo a disposizione. E oggi questa paura è viva in molti, anche in chi non teme la fatica, chi è propenso al sacrificio. I giornali ne parlano, il costo della vita è sempre più alto,  difficoltà a farsi pagare, ad ottenere contratti..... Per questo tra i due club, se devo scegliere, scelgo l'over 80, sperando prima o poi si trasformi in over 70, over 60, over 50, over 40.....e va bene così.  A volte è il prezzo che si deve pagare per poter raggiungere un obiettivo importante, una certa autonomia, o anche semplicemente per sapere di potercela fare e  poi non essere obbligati a farlo. L'importante è che non diventi l'obiettivo, la meta, la sola ed unica scelta. Per alcuni è così. Generalmente sono quelli che a 25 anni sognano di averne 40 e il successo garantito. A 30 sono contenti perchè non escono prima di mezzanotte dall'ufficio, a 35 sono esaltati perchè si sentono più fighi, più giusti, più desiderabili. A 40 si sentono soli, perchè tutti gli altri si stanno facendo una famiglia e guardandosi intorno scoprono di essere rimasti gli unici. Allora ricominciano a fare i 20enni, staccano un po' con il lavoro e giocano a divertirsi. Ma a quel punto è troppo tardi, e sono diventate delle macchiette per divertire gli altri. 
Oggi mi sono ripreso un po' del mio tempo, quello che mi faccio rubare ogni giorno dal lavoro, quello che quantifico in una sorta di clessidra semitrasparente che riesce ancora a mentire almeno un po'. Oggi mi sono alzato dal letto più tardi, ho fatto un po' di ginnastica giusto per constatare che ne ho bisogno, ho scritto questo post, ho fatto una colazione più lunga del solito, ho pensato. Oggi sono stato un po' più vivo, un po' più me. A volte fa bene. Vorrei riuscire a farlo più spesso, questo almeno è l'obiettivo. Speriamo di farcela, perchè ogni tanto ci vuole.

 Simone Ariot



mercoledì 1 febbraio 2012

Con un "corto" s'impara. E si insegna





Da qualche anno a questa parta il 27 gennaio ricompare ad intervalli regolari nel calendario scolastico alla voce “non ci sono lezioni”.  Molto spesso si trasforma in giorno della tristezza, giorno della perdita di tempo, giorno dello svago o , ancora peggio, giorno dello stare a casa. Sarei troppo politicamente corretto se volessi a tutti i costi sostenere che in questa giornata (scolastica s'intende) tutti gli studenti colgono l'occasione per ricordarsi, sensibilizzarsi o istruirsi rispetto un tema tanto delicato quanto importante. Molto spesso, purtroppo, non è così. Ma le occasioni possono rendere l'uomo migliore, se almeno decide di provarci! E qui ne abbiamo un esempio.
Alcuni studenti del liceo Quadri di Vicenza hanno girato un cortometraggio ( "Noi come loro") per ricordare la tragedia della Shoha, e l’hanno fatto in grande stile. Il premio? Una visita (non proprio allegra se dobbiamo essere sinceri) nei campi di concentramento nazisti dove furono rinchiusi e torturati gli ebrei vissuti in quella triste pagina di storia. Una gita insomma, diversa da quelle più tradizionali a Parigi o Roma, ma pur sempre una gita, da conquistarsi con tutte le forze. Non bastava certo partecipare: bisognava vincere. 
Diciamo subito che non ce l’hanno fatta, e poi scopriremo il perché, ma questo non toglie che il loro lavoro  sia molto apprezzabile e soprattutto creativo. Questa parola che mi sta a cuore entra in gioco in un lavoro di gruppo ( cooperative learning lo chiamano i moderni pedagogisti) tutt’altro che semplice. Stefano Niero, fratello d’arte del regista Tiziano, ci ha raccontato l’esperienza fatta insieme ad alcuni compagni, tra i quali non posso non citare alcuni dei protagonisti del corto come Francesca Baldisseri, Luca Mattarolo, Giovanni Munaretto, Luca Dal Zovo, Diego Lombarda, Carolina Fanchin, Alessia Zaraccolo e Kristian Ristov. Una squadra al completo per dimostrare, ancora una volta, che quando a scuola si porta la creatività si impara di più, ci si diverte, e si lascia un segno.

- Perchè avete deciso di partecipare al concorso?
Ci è sembrata una buona occasione per conquistare una gita. Io, personalmente, ero interessato a fare quest’esperienza da regista e vedere un po’ cosa riuscivo a produrre.
 -Da quante persone era formato il gruppo di lavoro e quali ruoli avevate?
 Ad aver partecipato al corto eravamo una decina, il resto dei compagni ha dato il suo contributo allo spettacolo teatrale collegato ad esso. C'erano attori,regista, montatore, tecnici.
- Dove avete girato il filmato? Perchè la scelta del cortometraggio e non altre forme di comunicazione, magari più semplici da realizzare ( ex disegni, articoli...) ?
La prima parte è stata ambientata al cimitero acattolico di Vicenza, la cattura nel nascondiglio l’abbiamo girata nella mia cantina mentre per il trasporto e l’esecuzione ci ha ospitato la campagna ai piedi dei colli Berici. La scelta del corto…. Ci sembrava un’idea più concreta e originale, rispetto alla solita rappresentazione teatrale. Avevamo pensato anche ad un’animazione con i Lego ma è stata scartata all’ultimo.
- Quanto tempo avete dedicato al progetto?  Non poco, soprattutto io e Kristian, che si è occupato del montaggio. Direi diversi pomeriggi, circa una ventina di ore tra organizzazione, riprese e montaggio.
Siete soddisfatti del risultato  finale? 
Beh “ogni scarafone è bello a mamma sua”! Però ho ricevuto diversi apprezzamenti quindi mi considero abbastanza soddisfatto. Sono contento, anche se ormai mi esce dalle orecchie da quante volte l’ho visto e purtroppo non abbiamo vinto il concorso (aperto a tutte le classi quarte del liceo Quadri).
-Cosa vi ha insegnato questa attività?
Mi ha insegnato ad organizzare  un gruppo di lavoro e a prevedere gli imprevisti che sono stati molti. L’idea originale era un po’ diversa dal risultato, soprattutto nelle location scelte, ma alcuni di questi imprevisti credo abbiano giovato al risultato finale (il luogo per il nascondiglio iniziale ad esempio). Però ci ha lasciato un po’ di amarezza la premiazione del concorso perché alcuni dei progetti vincenti non erano affatto originali. Uno era stato copiato da unospettacolo di Paolini ad esempio. Non sempre vincono i migliori, non dico che i migliori fossimo noi, ma credo che avremmo potuto giocarcela con altri progetti.
-Pensi che la scuola debba sperimentare maggiormente queste occasioni in cui agendo si impara? ad esempio attraverso sistemi alternativi di insegnamento e apprendimento, come in questo caso?
La scuola dovrebbe sperimentare maggiormente queste attività, fanno fare esperienza nell’organizzazione e soprattutto nella collaborazione all’interno del gruppo. Questi sistemi alternativi sono senz’altro molto efficaci, ma andrebbero seguiti e curati un po’ di più e accolti con più partecipazione dagli studenti.

Dalle parole di Stefano traspare una nota di critica in queste ultime parole. Una nota significativa. Le occasioni sono utili, a volte ci sono, ma non sempre gli studenti le sanno sfruttano, pensando quasi che sia normale averle, o ancora peggio pensando che le avranno per sempre. Nulla di più sbagliato. Carpite diem, adulescentes!

Simone Ariot

sabato 21 gennaio 2012

L'inforcata non convince




Premessa: forse è un post politico. Mi dispiaccio ma non me ne pento.

Dal primo momento, appena ho sentito parlare di questo movimento dal nome così letterariamente scelto, ho pensato alla presunta assoluta fatalità per la quale sia scoppiata la bomba solo ora. Risposta? probabilmente perchè il nuovo governo ha messo in dubbio alcuni storici e perseveranti assistenzialismi di cui la Sicilia gode, mettendoli in discussione e prevedendo una forse lenta ma sicura fine. A questo punto la ribellione, non del popolo (che mai sceglierebbe un nome così evocativo), ma di alcuni privilegiati fra gli assistiti dalle politiche assistenziali, clientelari e , perchè no, di stampo mafioso. Capi clan, sedicenti rappresentanti di categorie deboli, sprovveduti mezzi uomini dal coltello facile e lo sguardo cattivo. Mi sembra semplicemente che vi sia una protesta poichè alcune facilitazioni e alcuni trattamenti di favore verranno a mancare. Già Machiavelli diceva che se il popolo è abituato troppo bene farà poi fatica ad accettare un cambiamento che miri all'uguaglianza. Infatti. Il dramma è che in questo caso tutto nasce non dalla spontaneità, ma dal freddo calcolo di chi arriva ad usare gli inconsapevoli popolani, mascherati da passionali convinti, semplicemente per perseguire il proprio obiettivo. Il diritto a prendersi, fino alla morte, tutto quanto ci si possa prendere. Sovvenzioni, favori, voti, condizioni privilegiate. Ed allora si confeziona una messa in scena non troppo surreale (per chi conosce i fatti di una cultura che , purtroppo, prevede al proprio interno la dimensione mafiosa). Non nelle infiltrazioni, ma nel radicato stampo che fin da bambini si imprime in alcuni soggetti. Pochi, certamente, ma abbastanza per condizionarne molti. Ed è un circolo che si perpetua, come dato di fatto, come elemento identitario, che diventa prassi. Consuetudine la chiamano i giuristi. La stessa consuetudine che consente a tal capitan Schettino d’avvicinare spropositatamente alla costa la sua creatura mastodontica, per poi essere linciato pubblicamente al momento dell’impatto. La stessa consuetudine, se mi consentite la ripetizione e non solo, che eleva ad eroe popolare (forse nazional-popolare) un altro capitano (De Falco) che consente alla nave il passaggio vicino all’isola ( perché non è intervenuto quando il radar segnalava il cambio di rotta?) , salvo poi adoperarsi quando il danno era fatto. Ma così come è bello osservare il contadino con il forcone di legno e pensare a quanto possa essere disperato, magari nel suo agriturismo edificato illegalmente e ristrutturato con fondi regionali, così allo stesso tempo è bello ( o forse è proprio prassi), sapere che le consuetudini esistono e far finta di nulla. Con omertà. Ed anche questo fa parte del gioco.
Simone Ariot 

mercoledì 18 gennaio 2012

Imparare divertendosi. Con i Lip Dub si può



Si chiamano Lip Dub, e sono una sorta di video girati in presa diretta (vale a dire senza montaggio), in cui un gruppo di attori canta con il labiale una canzone che fa da sfondo acustico al video. Un video che deve essere spontaneo, autentico, partecipato e divertito. Un video che coinvolga persone spesso giovani e spesso appartenenti ad un gruppo ben definito. Come un' Università. Non ci stupiamo infatti che in rete i video Lip Dub più diffusi siano quelli delle Università americane, canadesi, inglesi. Luoghi in cui gli studenti , oltre a studiare, sono abituati a collaborare per la realizzazione di un prodotto, un messaggio, un intento. 
In Italia, nelle scuole e Università, Lip Dub studenteschi non se ne fanno, per carità. Non li propongono i professori, non li chiedono gli studenti.
 Il tempio della cultura umanistica non li contempla e non li promuove, ma soprattutto li demonizza. "Perdita di tempo" potranno dire i conservatori, e forse hanno pure ragione, perchè di fatto una sorta di video musicale di certo non può portare uno studente ad accrescere la sua "formazione culturale", ma probabilmente lo metterà di fronte ad una situazione che nel mondo del lavoro è molto diffusa. La collaborazione. Collaborare per creare qualcosa, mettersi alla prova, saper gestire il proprio tempo e le proprie risorse all'interno di un gruppo, dove c'è chi lavora di più e chi di meno, chi è leader  attivo ( e decide) e chi invece è passivo (e obbedisce), chi si fa sentire e chi preferisce ascoltare. 
Ma, soprattutto, in un'occasione come questa si possono (si potrebbero) mettere in pratica competenze e abilità importanti: La coordinazione spazio temporale ad esempio, la capacità di sintesi motoria, il sapersi mettere d'accordo nella gestione e nella scelta di un contenuto e molto altro.
A noi italiani sembra strano, individualisti come siamo nel lavoro e nozionisti come pochi altri negli studi, ma il mondo va nella direzione della valorizzazione delle attività complesse in cui serva la collaborazione di più persone abituate a lavorare insieme, al di la degli individualismi. Dico questo perchè mi accorgo, ogni giorno, in classe, che la sfida vera, il lavoro complesso, non è capire un concetto, ma saperlo applicare. E non applicarlo da soli, ma in gruppo, perchè nel mondo del lavoro non si lavora mai soli, anche quando si pensa di esserlo. In un modo o nell'altro, si è sempre in relazione con altri, come un piccolo meccanismo all'interno di una grande macchina. Ed è bene capirlo presto. Sarà per questo che le attività di gruppo che faccio svolgere agli studenti sono solitamente ben gestite dai più giovani, magari dalle classi del biennio, perchè ancora pronti a confrontarsi con qualcosa di nuovo, ancora meno formati nella forma (perdonate il gioco di parole), mentre i più grandi ( non parliamo degli universitari o di chi è nelle classi terminali del liceo), fanno una gran fatica e gestiscono un tempo dedicato all'attività nel modo peggiore, come una sorta id vacanza.
Lip Dub quindi come esempio di possibilità per mettere in pratica una competenza ( quella al lavoro di squadra, sapendosi coordinare nei tempi e nelle decisioni), che agli studenti e ai lavoratori farebbe bene possedere. 
Voi, sareste pronti a mettere in scena un Lip Dub?
Potrebbe essere una sfida, o una provocazione.
Simone Ariot 

martedì 10 gennaio 2012

Ricordi sbiaditi




In Facebook circola questa immagine, e postandola sulla mia pagina mi sono trovato in pochi minuti decine di I like. Non c'è da chiedersi il perchè, in quanto ogni volta che si parla di qualcosa del passato si stimola la nostalgia, sentimento tanto instabile quanto diffuso, e si producono un'infinita serie di racconti del passato che si recitano soprattutto a sé stessi.
Non voglio parlare del passato in termini necessariamente nostalgici, e nemmeno lanciarmi in una pericolosa e saccente considerazione sociologica, ma semplicemente stimolare i ricordi, per ricreare il gioco silenziosamente proposto da questa immagine.
Ci sono state connessioni magiche, destini incrociati di oggetti o realtà, che se presi separatamente comunicano qualcosa e una volta uniti assumono una nuova, indissolubile, funzione? Ci sono storie d'amore tra piccoli e grandi aggeggi ( ma non solo aggeggi meccanici) che non riusciamo più a immaginare separati e che già ora, o tra qualche anno, saranno caduti nel dimenticatoio?

La cassetta e la matita usata per riavvolgere il nastro fuoriuscito è una sorta di topos irrinunciabile, che i nati tra gli anni 50' e 85' non possono nono conoscere. Ma ce ne sono altri. Molti altri. 

Comincio io, vediamo se indovinate, e vediamo se vi ricordate di altre combinazioni.









                                  







Sempre una penna protagonista, insieme ad un righello. Cosa mai diventeranno? Un allegro gioco, apprezzato soprattutto dai maschietti! L'avete indovinato?



Simone Ariot



lunedì 26 dicembre 2011

In regalo le emozioni




Immaginiamo che il denaro sparisca e i negozi non esistano più. Immaginiamo un Natale senza acquisti e senza spese, un Natale a misura di povertà. Ma immaginiamo che in questo nuovo Natale i regali continuino ad esistere. Non si tratterà più di tablet o maglioni, di scarponi da sci o cd. Ora i  regali sono a costo zero, e si chiamano emozioni.
Immaginiamo che il regalo non sia impacchettato e confezionato, ma semplicemente donato e ricevuto. Immaginiamo che tra questi regali possano avere un ruolo primario quelle sensazioni che spesso cerchiamo e non sempre troviamo. Potremo ricevere calma, tristezza, amore, rabbia, spensieratezza, ironia, competenze, leggerezza, simpatia, poesia, golosità, apertura mentale, grinta, furbizia...............
Non sarebbe male, almeno per una volta, che ne dite?
Credo che l'essere umano, infelice e insoddisfatto per definizione, si concentri molto sulle cose (che si comprano) sapendo che le emozioni non sono in vendita, e quindi difficili da ottenere. Anche se spesso sono dietro l’angolo, e pure gratis. 
Io, in primis, ho avuto e ho periodi in cui copro i vuoti emotivi con le cose. Il periodo del cachemire ad esempio, per la gioia dei negozianti che mi hanno spennato, terminato nel momento in cui i miei due armadi dedicati hanno detto “stop!Non c’è più spazio!” . Oppure il periodo delle camicie che mi ha portato alla costruzione del cromatismo perfetto, una mia mania che prevede l’allineamento cromatico delle camicie negli appendini, partendo dal bianco, per passare alle righe dei diversi colori……in sile Grande Gatsby, una dopo l’altra messe in fila, superando quota 70. Non parliamo poi del periodo riviste, anni in cui sono stato abbonato a una ventina di riviste, suscitando incredulità nella postina, convinta che casa mia fosse un ufficio marketing e non un’abitazione privata. Sia ben chiaro che le manie non finiscono mai del tutto, ma si ridimensionano, o si sostituiscono, probabilmente perché i vuoti non sono mai colmati del tutto, perché è più comodo e facile aprire il portafogli e regalarsi (o regalare) cose, piuttosto che emozioni. 
Bene, come potrebbe essere la letterina di Natale che chiede solo emozioni? Oppure, visto che Natale è passato, quali potrebbero essere le attese per il 2012, in termini di emozioni da ricevere? Cosa desideriamo? Proviamo a fare una lista di 4 emozioni che vorremo ci appartenessero maggiormente in questo 2012. Comincio io.


1. Spensieratezza ( far girare con un po' più calma il cervello)
2. Emotività ( per non lasciar spazio alle troppe razionalizzazioni)
3. Ironia ( saperlo essere anche con me stesso)
4. Semplicità ( abbandonare un po’ di narcisismo e perfezionismo, che fa più danni che altro
E voi? Sono convinto che abbiate anche voi molte cose da dire. Anche anonimamente


Simone Ariot


venerdì 23 dicembre 2011

Buona musica made in Vicenza




Non serve scappare lontano, verso vicoli londinesi o  loft delle periferie fredde d'Amburgo. Anche nella sonnolenta città del Palladio si può produrre buona musica. Proprio in quella Vicenza dove la musica "non colta" viene bistrattata da chi l'ascolta e quella "colta" esaltata da chi non la comprende, può nascere un pezzo come Blackout, che potete qui ascoltare in versione acustica.


video



Fatelo subito, cogliendone il testo e il ritmo, poi confrontatela con la versione rock, quella con le distorsioni per intenderci.  Loro sono i Mistonocivo, un gruppo nato nel 94' che tutti noi adolescenti dell'epoca conoscevamo. Cris, il cantante, era noto per l'escursione vocale, e ricordo ancora quanto riusciva a far innamorare le ragazze con i suoi vocalizzi. Si andava alla birreria delle banche, si ascoltavano dei gruppi, e si tornava a casa con qualche sogno in più e una certezza in meno, perchè quella ragazza che ti piaceva tanto ormai era innamorata dei Mistonocivo ( più avanti scriverò un post sui musicisti dei gruppi vicentini di cui tutte le ragazze si innamoravano ). Poi il salto di qualità, l'incontro con un produttore, il viaggio in America per registrare, e questo pezzo, che per un po' è passato su MTV e veniva canticchiato un po' in tutta Italia. Poi il silenzio. 
La ricerca è continuata ma la qualità non sempre paga abbastanza e ciò che molti consideravano una piacevole scoperta dal sicuro successo è divenuta una meteora.
 Che luccica e si allontana. 
Ma come in astronomia, anche nella musica si possono cogliere luci del passato, o meglio ascoltarle, e il tempo si rivela quindi come un semplice segno, non necessariamente del successo, ma forse della qualità. O per le meno di una buona idea.
Buon ascolto.
 Alla prossima, 

Simone Ariot


martedì 20 dicembre 2011

Motivi validi per non chiudere il blog



E' da 17 giorni che non pubblico alcun post. 
Non sono depresso, non sono più impegnato che in altri momenti, non sono incazzato. Ma, semplicemente, non sto riuscendo a mantenere quella sorta di ricorsiva ispirazione che ad intervallo settimanale mi ha fatto espellere parole fantasiose, una dopo l'altra, con la speranza che non fossero noiose. Forse mi sono preoccupato un po' troppo di questo, di non annoiare, dimenticandomi che un blog non deve né vendere né necessariamente piacere. Ma ci sono delle cose, nella vita, che le si fanno anche senza dover trovare sempre una spiegazione convincente. Il fatto è che questo blog era nato per un motivo piuttosto definito: cercare di coinvolgere i miei studenti affinchè trovassero uno spazio in cui confrontarsi, anche senza esporsi direttamente, su temi non necessariamente scolastici ma allo stesso tempo non troppo quotidiani.  E' da un po' però che i commenti ai post stanno calando, anche se le pagine visualizzate giornalmente non sono calate, anzi. Mediamente un centinaio di persone leggono Parolefantasiose, ma sempre meno scrivono e commentano. Dirò di più: Google Analitycs mi dice che la frequenza media è aumentata, le visualizzazioni di pagina durano di più e non si limitano solo all'ultima pagina pubblicata. Il mistero quindi aumenta.
Comunque, ritornando al titolo, mi chiedo per quali motivi parolefantasiose non debba chiudere e non debba nemmeno sentirsi troppo in vacanza. Provo a iniziare, andando per punti ma un po' a casaccio.
1.      E' una cosa mia
2.      possono esserci ancora tante cose da raccontare
3.      può ancora essere uno strumento utile a qualche studente timido, che ha qualche difficoltà ad esprimersi con la voce, anzi con il "flatus vocis" 
4.      continua a rimanere vagone rimorchiatore del primo esperimento di blogdidattica italiano, sicuramente quello più studiato ( mi riferisco ai blog collegati)
5.      è un'occasione per frequentare la scrittura ma senza essere pagato (quindi una scemenza penseranno alcuni, ma anche un diversivo visto che per fortuna lo scrivere per me è un'altra fonte di reddito)
6.      l'occasione, anche per me, per dire qualcosa in modo meno diretto e più protetto
7.      ...........
8.      ........
9.      ........
E per voi, ci sono altri motivi? 

Simone Ariot

sabato 3 dicembre 2011

Fotografia d'autore, by Google street view.



Avete presente Google Street View? La foto che vedete pubblicata non l’ha scattata un genio della fotografia, ma un dispositivo automatico posto sopra un’auto che scatta ogni cinque metri percorsi, senza alcun impulso umano.
 La fotografia è forse, insieme alla musica, la più frequentata (e inflazionata) arte del XXI° secolo. Orde di sedicenti fotografi frequentano boschi, parchi, città, bagni pubblici e molto altro per trovare la tanto attesa ispirazione e immortalare un nulla che diventa opera d’arte (superba l'interpretazione dei Griffin a proposito, clicca qui). Non odio la fotografia, la rispetto profondamente al punto da non cimentarmi, ma semplicemente mi chiedo perché proprio ora, e solo ora, tutti si stiano riscoprendo amanti di questa pratica, che solo raramente è anche arte. Perchè, se volgiamo dirla tutta, prevede l’uso di uno strumento sempre più accessibile e semplice da usare, mettendo nelle condizioni molti, ma non tutti, di collezionare “scatti” decenti sentendosi novelli Robert Capa.  
Il problema  viene forse dal digitale? Prima del suo avvento gli scatti erano pochi, sudati, selezionati, non sprecati. A non doversi preoccupare di spreco è sicuramente la Google car, l’auto con cui il colosso di Mountain view sta girando in lungo e in largo il mondo per catturarlo e offrirci la possibilità di ripercorrerlo per ogni strada accessibile, non solo alle auto, ma da qualche tempo anche a cicli e pedoni. E tra le centinaia di migliaia, o forse milioni, di foto scattate, ci sono anche capolavori come questo. Il difficile sta nello scovarli, curiosando pazientemente tra le vie (cibernautiche) di Google street view. Date un'occhiata a queste foto, scattate dall'auto e poi scovate e selezionate sul web da Aaron Hobson.

Simone Ariot

lunedì 28 novembre 2011

Ci piace tutto, amiamo poco.


vs



Mi piace qualcosa.
Amo qualcosa.

Che differenza c'è?

Nessuna direbbero in tanti, solo una piccola variazione lessicale, una minima e inavvertibile sfumatura che scomoda solo i puristi della lingua.
E invece NO, e non ne facciamo una questione squisitamente linguistico-glottologica, ma filosofico- ideologica.
Perchè tra un "mi piace" e "amo" c'è una bella differenza.

Risulta difficile da spiegare e dimostrare, sequestrati come siamo da una terminologia di facebookiana memoria dove un I like non lo si nega a nessuno, ma oggi si è sempre più in preda ad una tendenza fastidiosa quanto diffusa che vuole a tutti i costi l'essere umano come animale apprezzante. Quasi si volesse ribaltare il noto cogito ergo sum di Cartesio in un aestimo ergo sum (apprezzo quindi sono), escludendo invece la possibilità di un ben più nobile (e faticoso) amo ergo sum. Forse perchè oggi easy is more, e pensare di amare qualcosa, per carità, sembra troppo complicato! Ci si trova quindi con 32.000 canzoni nell' iPod senza mai averne ascoltata una interamente, 4999 amici in Facebook (ma non gli abbiamo mai visti in faccia), con collezioni di biglietti Ryanair  da poterli mettere uno dopo l'altro e camminarci sopra facendoci il giro del mondo, ma non essere mai, nemmeno una volta, usciti dallo stereotipo del tour organizzato del paese ospitante. Ci piacciono 32.000 canzoni quindi, le ascoltiamo senza faticare, gratis, scaricandole o piratandole, senza sudarcele minimamente. Le ascoltiamo per una ventina di secondi, e poi via che si passa alla successiva, per dimenticarsi ancor prima della precedente.
E ciò che c’è intorno non ci aiuta. Non ci aiuta per la velocità con cui arriva e se ne va, non ci aiuta perché tutto diventa vecchio e superato facilmente, e invece per amare qualcosa bisogna prendersi del tempo, avvicinarsi magari con lentezza, osservare da diverse angolazioni. Ma oggi, oggi no, non si può, altrimenti si corre il rischio di perdersi a sognare, sganciati dal mondo che corre avanti a tutta birra, capace di illudere della sua consistenza, incapace di essere amato. Ma solo apprezzato.

Simone Ariot




lunedì 21 novembre 2011

Ulisse, l'uomo moderno che ci chiama.





Luca ha 33 anni, due figli, una laurea in fisica e un impiego da ricercatore. Studia le cellule tumorali ed è vicino ad una cura per combattere il cancro. Lo volevano le multinazionali farmaceutiche e lo aspettavano una Porsche e i week end a Cortina. Ha detto NO, ha scelto di  viaggiare su una Punto scassata, pagare le interminabili rate del mutuo e andare in vacanza in campeggio, anche quando fuori piove. Luca come Ulisse sceglie, e sceglie di essere uomo, mortale, forte e debole al tempo stesso, coraggioso e pauroso. Luca come Ulisse vive le contraddizioni della vita affrontandole a testa alta, si sveglia ogni mattino con la consapevolezza che la vita è difficile e noi, essere umani, siamo solo uomini, o donne. E questo non è certo poco, perchè essere uomini significa scegliere la strada più difficile, più dura, più impervia, per sapere che alla fine, a prescindere dai risultati, sarà la strada giusta. Essere uomo significa anche voler andare oltre ciò che c'è e si conosce, significa voler abbattere i confini, non solo quelli del gretto municipalismo cerebrale, anche quelli della scienza, della cultura ufficiale, del canone. Significa, per Ulisse, andare oltre le colonne d'Ercole, oltre i confini conosciuti. Per Luca significa andare oltre le conoscenze scientifiche esistenti, per varcarle, superarle, abbatterle. Per Ulisse essere uomo è rinunciare all'amore di una dea, di Calypso, per Luca stare insieme a Chiara, che qualche diffettuccio lo ha, ma è bellissima così. Per Ulisse essere uomo è rinunciare a diventare Dio, per Luca rinunciare  ad un premio che gli darebbe molta visibilità e poche conoscenze (scientifiche).  
Ci sono molti Luca tra noi, e quindi molti Ulisse. Li vediamo tutti i giorni e tutte le mattine mentre sfidano la quotidianità, mentre affrontano le piccole e grandi insidie di una dimensione di vita che di certo non è sempre facile. Ulisse, eroe moderno e antico al tempo stesso, indica la via maestra da seguire, consapevole che non solo offrirà bocconi amari da ingoiare, ma addirittura un posto all’Inferno. E allora? 
Anche l’Inferno sarà una prova. E Ulisse l’accetterà.
Simone Ariot

martedì 15 novembre 2011

Parola campione d'incassi: SPREAD




Fino a pochi giorni fa nessuno l'aveva mai sentito nominare. Oggi esce dalle bocche di tutti, ma continuano ad essere in pochissimi a comprenderne il significato. Stiamo parlando dello SPREAD, termine finanziario che letteralmente significa "ampiezza", e che indica in sostanza la differenza tra il valore di titoli di Stato di un paese in deficit e uno in "salute". Nel caso specifico, tra l'Italia e la Germania. Non vogliamo essere tecnici e occuparci di valori economici, eccessi di rialzo e altre astruse  complicazioni, ma piuttosto osservare( sarebbe  meglio dire interessarci ) dello stato di utilizzo di un termine, per verificare staticità o dinamismo. Stando a quanti oggi usano questo termine, ci verrebbe da dire che si tratta di una parola in movimento, sana, vegeta. Il problema è che viene usata senza conoscerne il significato. E tu, dicci la verità, lo conoscevi?

Simone Ariot

domenica 6 novembre 2011

Piove. Per Montale e non solo



Senza commento, senza analisi, senza introduzione. 


                                  PIOVE       E. MONTALE


Piove. È uno stillicidio 
senza tonfi 
di motorette o strilli 
di bambini.
Piove 
da un ciclo che non ha 
nuvole. 
Piove 
sul nulla che si fa 
in queste ore di sciopero 
generale.
Piove 
sulla tua tomba 
a San Felice 
a Ema 
e la terra non trema 
perché non c'è terremoto 
né guerra.
Piove 
non sulla favola bella 
di lontane stagioni, 
ma sulla cartella 
esattoriale, 
piove sugli ossi di seppia, 
e sulla greppia nazionale.
Piove 
sulla Gazzetta Ufficiale 
qui dal balcone aperto, 
piove sul Parlamento, 
piove su via Solferino, 
piove senza che il vento 
smuova le carte.
Piove 
in assenza di Ermione 
se Dio vuole, 
piove perché l'assenza 
è universale 
e se la terra non trema 
è perché Arcetri a lei 
non l'ha ordinato.
Piove sui nuovi epistèmi 
del primate a due piedi, 
sull'uomo indiato, sul cielo, 
ottimizzato, sul ceffo 
dei teologi in tuta 
o paludati, 
piove sul progresso 
della contestazione, 
piove sui works in regress, 
piove 
sui cipressi malati 
del cimitero, sgocciola 
sulla pubblica opinione.
Piove, ma dove appari 
non è acqua né atmosfera, 
piove perché se non sei 
è solo la mancanza 
e può affogare.


venerdì 28 ottobre 2011

Degrado a Campo Marzio? Corri che ti passa!


Oggi, come in molte altre occasioni, sono passato per Campo Marzio, parco urbano non recintato tra il centro storico e la stazione dei treni della mia città, Vicenza. Un parco che tutti conoscono perchè visibile, dove ogni anno per un paio di settimane settembrine c'è la consueta sagra cittadina. Un parco che un tempo era frequentato dalle famiglie, dagli anziani in passeggiata, da chi doveva tornare a casa dopo un viaggio in treno. D'estate, da bambino, mio nonno mi portava a mangiare la Grattachecca, al gusto menta e tamarindo. Bei ricordi. Da qualche anno a questa parte regna il degrado, e Campo Marzio diventa semplice luogo di transito o di stazionamento per chi non sa dove andare. Molto spesso per delinquere. A volte per sballarsi o, molto triste, per smaltire la sbornia. Oggi sono passato, a piedi, da solo. Passeggiata durata dieci minuti, con diversi incontri. Alla fine del mio percorso di 600 metri, alle due del pomeriggio, ho incrociato e contato nell'ordine: 
  • ragazzo addormentato sulla panchina
  • coppia di fidanzati litiganti, visibilmente strafatti
  • spacciatore che prova a vedermi  fumo
  • spacciatore che prova a vendermi coca
  • spacciatore che mi insulta perchè non compro del fumo
  • tossico che si faceva in vena, in crisi per non trovare la vena
  • disadattato che mi offende perchè ho una valigia da lavoro ( chissà cosa gli ha fatto la mia valigia)
  • ubriaco che urina su un albero, come un cagnolino
  • gruppo di allegra compagnia, multietnica, multilingue, multigenere e multisballo, impegnata in discussione/litigio/conferenza in cui i termini  riconoscibili più facilmente erano "stai calmo, non  ho mangiato io la Nutellla, io non sono un ladro!" sbiascicato all'infinito e ripetuto talvolta all'alberello, confuso con un amico.
Direi che la descrizione può finire qui.

Non mi sono potuto fermare per leggere il giornale in santa pace su una panchina, no. Erano sporche e una di queste imbrattata di vomito. 
Non mi sono potuto sedere per terra per leggerlo, perchè c'è un'ordinanza che lo vieta, e sia mai che un insegnante del Pigafetta commetta un simile reato! Non mi sono potuto fermare un po', respirare con calma e rilassarmi, oppure cominciare una telefonata. Non si tratta di sicurezza, non sono quattro sballati a spaventarmi, ma di certo non mi sentivo a mio agio, non mi sentivo rappresentato da quella situazione. 
Quindi ho ripreso la mia camminata e mi sono allontanato. Nel frattempo, vedevo alcuni studenti universitari che percorrevano il vialetto per andare in stazione, a passo svelto. Nel recinto dei cani, invece, un signore contemplava la corsa del proprio Fido, ma guardandosi alle spalle con un certo sospetto. Dopo la pisciatina di rito, Fido e il suo padrone si sono allontanati verso casa.
In sostanza quello che è successo è che io, persona forse non troppo normale ma non affetto da una significativa propensione al delinquere, in linea di massima non temibile o temuto,senza strane vicende di violenza aggravata alle spalle o di spaccio in età adolescenziale, ho dovuto abbandonare Campo Marzio. I personaggi di cui sopra, al contrario,  se ne sono stati lì al loro posto, godendo di uno spazio un tempo pensato per altro, diventandone addirittura custodi e dialogandoci come fa un padrone di casa a casa propria.
C'è forse da chiedersi perchè succeda questo. 
Troppo semplice sarebbe giustificare l'accaduto sostenendo che i tossici vanno dove non sono controllati, e che i delinquenti preferiscono quelle zone dove le forze dell'ordine non stazionano. "E' colpa delle forze dell'ordine e della politica. Governo ladro. d.c." direbbe con accento veneto un veneto medio.
 No. La questione è più sottile e interessante.
Questa gente semplicemente si impadronisce di spazi che hanno perso il loro significato, mal progettati, mal gestiti o addirittura non gestiti, abbandonati insomma dalla collettività. A Central Park queste cose non accadono, e nemmeno nei grandi parchi urbani di Londra, privi di recinto o mura e aperti sulle strade.

 BELLO, CURATO, VALORIZZATO. UN LUOGO COSI', NON CONOSCERA' IL DEGRADO

Protestare però è fin troppo facile. Credo sia più difficile e rischioso agire.
 Nel proprio piccolo con le azioni, pubblicamente con le proposte. Alcune delle quali a costo zero, e non scomodano nessuno. Perchè star fermi ad aspettare non serve, e ogni cittadino, nel suo piccolo, ha la sua responsabilità.
Parto io, poi chi voglia, a ruota, può seguirmi e lanciare in un commento la propria proposta. Magari ne viene fuori una cosa interessante.

LA MIA PROPOSTA:    EDUCAZIONE FISICA AL PARCO.



Si avete capito bene. Trasferire le ore di educazione fisica a Campo Marzio.
Quante sono le scuole superiori in centro a Vicenza? Almeno tre. Pigafetta, Lioy e Fogazzaro, per un totale di 3500 studenti circa. Significano circa 160 classi. Se i miei cari colleghi di educazioni fisica portassero un'ora alla settimana ogni classe a Campo Marzio a fare jogging, ripetute, stretching e altro, ci sarebbero mediamente 200 persone che fanno attività fisica a nel parco. Ragazzi che corrono e faticano, che saltano e si allungano, sudano e sbuffano. Tute colorate (magari con lo stemma scolastico), che si riappropriano di uno spazio sociale oltre che naturale. Animi adolescenti, rumorosi e sereni a volte, silenziosi e turbati altre, che si muovono sulle foglie e si confondono tra gli alberelli. E se a questi si associassero gli studenti di alcune scuole medie? E del Piovene? E dell'Oxford? Allora potrebbero essere 300, 400, 500. E se arrivassero altri vicentini, meno intimoriti dai balordi perchè "ora a Campo Marsio ghe xe i tosi del liceo, ghe xe anca me nevodo e tutti i tosati dea classe sua"....
Il parco riassume così un proprio senso, i balordi diventano minoranza e se ne vanno. E' un normale processo socio antropologico, forse addirittura fisico biologico. 
E il pomeriggio? Idem. Molte scuole hanno il rientro, nel frattempo la moda partirebbe e Campo Marzio si creerebbe gli anticorpi al degrado. Perchè in questo caso c'è un uso, un utilizzo, non una semplice campagna promozionale politica per creare qualcosa che di fatto costa soldi e finisce subito.

Costo dell'operazione? ZERO.
Costo della campagna pubblicitaria per promuoverla? ZERO. Con Facebook è gratis.
Costo dell'idea? ZERO. La regalo alla città, perchè in questo modo ne godo anch'io.

Vi sembra un progetto fattibile? A me si, ma nessuno ci aveva pensato. 
Se raccolgo un po' di riscontro qui nel blog, creo un gruppo in Facebook. Poi vediamo, si potrebbe......... 

Simone Ariot