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lunedì 26 dicembre 2011

In regalo le emozioni




Immaginiamo che il denaro sparisca e i negozi non esistano più. Immaginiamo un Natale senza acquisti e senza spese, un Natale a misura di povertà. Ma immaginiamo che in questo nuovo Natale i regali continuino ad esistere. Non si tratterà più di tablet o maglioni, di scarponi da sci o cd. Ora i  regali sono a costo zero, e si chiamano emozioni.
Immaginiamo che il regalo non sia impacchettato e confezionato, ma semplicemente donato e ricevuto. Immaginiamo che tra questi regali possano avere un ruolo primario quelle sensazioni che spesso cerchiamo e non sempre troviamo. Potremo ricevere calma, tristezza, amore, rabbia, spensieratezza, ironia, competenze, leggerezza, simpatia, poesia, golosità, apertura mentale, grinta, furbizia...............
Non sarebbe male, almeno per una volta, che ne dite?
Credo che l'essere umano, infelice e insoddisfatto per definizione, si concentri molto sulle cose (che si comprano) sapendo che le emozioni non sono in vendita, e quindi difficili da ottenere. Anche se spesso sono dietro l’angolo, e pure gratis. 
Io, in primis, ho avuto e ho periodi in cui copro i vuoti emotivi con le cose. Il periodo del cachemire ad esempio, per la gioia dei negozianti che mi hanno spennato, terminato nel momento in cui i miei due armadi dedicati hanno detto “stop!Non c’è più spazio!” . Oppure il periodo delle camicie che mi ha portato alla costruzione del cromatismo perfetto, una mia mania che prevede l’allineamento cromatico delle camicie negli appendini, partendo dal bianco, per passare alle righe dei diversi colori……in sile Grande Gatsby, una dopo l’altra messe in fila, superando quota 70. Non parliamo poi del periodo riviste, anni in cui sono stato abbonato a una ventina di riviste, suscitando incredulità nella postina, convinta che casa mia fosse un ufficio marketing e non un’abitazione privata. Sia ben chiaro che le manie non finiscono mai del tutto, ma si ridimensionano, o si sostituiscono, probabilmente perché i vuoti non sono mai colmati del tutto, perché è più comodo e facile aprire il portafogli e regalarsi (o regalare) cose, piuttosto che emozioni. 
Bene, come potrebbe essere la letterina di Natale che chiede solo emozioni? Oppure, visto che Natale è passato, quali potrebbero essere le attese per il 2012, in termini di emozioni da ricevere? Cosa desideriamo? Proviamo a fare una lista di 4 emozioni che vorremo ci appartenessero maggiormente in questo 2012. Comincio io.


1. Spensieratezza ( far girare con un po' più calma il cervello)
2. Emotività ( per non lasciar spazio alle troppe razionalizzazioni)
3. Ironia ( saperlo essere anche con me stesso)
4. Semplicità ( abbandonare un po’ di narcisismo e perfezionismo, che fa più danni che altro
E voi? Sono convinto che abbiate anche voi molte cose da dire. Anche anonimamente


Simone Ariot


venerdì 23 dicembre 2011

Buona musica made in Vicenza




Non serve scappare lontano, verso vicoli londinesi o  loft delle periferie fredde d'Amburgo. Anche nella sonnolenta città del Palladio si può produrre buona musica. Proprio in quella Vicenza dove la musica "non colta" viene bistrattata da chi l'ascolta e quella "colta" esaltata da chi non la comprende, può nascere un pezzo come Blackout, che potete qui ascoltare in versione acustica.


video



Fatelo subito, cogliendone il testo e il ritmo, poi confrontatela con la versione rock, quella con le distorsioni per intenderci.  Loro sono i Mistonocivo, un gruppo nato nel 94' che tutti noi adolescenti dell'epoca conoscevamo. Cris, il cantante, era noto per l'escursione vocale, e ricordo ancora quanto riusciva a far innamorare le ragazze con i suoi vocalizzi. Si andava alla birreria delle banche, si ascoltavano dei gruppi, e si tornava a casa con qualche sogno in più e una certezza in meno, perchè quella ragazza che ti piaceva tanto ormai era innamorata dei Mistonocivo ( più avanti scriverò un post sui musicisti dei gruppi vicentini di cui tutte le ragazze si innamoravano ). Poi il salto di qualità, l'incontro con un produttore, il viaggio in America per registrare, e questo pezzo, che per un po' è passato su MTV e veniva canticchiato un po' in tutta Italia. Poi il silenzio. 
La ricerca è continuata ma la qualità non sempre paga abbastanza e ciò che molti consideravano una piacevole scoperta dal sicuro successo è divenuta una meteora.
 Che luccica e si allontana. 
Ma come in astronomia, anche nella musica si possono cogliere luci del passato, o meglio ascoltarle, e il tempo si rivela quindi come un semplice segno, non necessariamente del successo, ma forse della qualità. O per le meno di una buona idea.
Buon ascolto.
 Alla prossima, 

Simone Ariot


martedì 20 dicembre 2011

Motivi validi per non chiudere il blog



E' da 17 giorni che non pubblico alcun post. 
Non sono depresso, non sono più impegnato che in altri momenti, non sono incazzato. Ma, semplicemente, non sto riuscendo a mantenere quella sorta di ricorsiva ispirazione che ad intervallo settimanale mi ha fatto espellere parole fantasiose, una dopo l'altra, con la speranza che non fossero noiose. Forse mi sono preoccupato un po' troppo di questo, di non annoiare, dimenticandomi che un blog non deve né vendere né necessariamente piacere. Ma ci sono delle cose, nella vita, che le si fanno anche senza dover trovare sempre una spiegazione convincente. Il fatto è che questo blog era nato per un motivo piuttosto definito: cercare di coinvolgere i miei studenti affinchè trovassero uno spazio in cui confrontarsi, anche senza esporsi direttamente, su temi non necessariamente scolastici ma allo stesso tempo non troppo quotidiani.  E' da un po' però che i commenti ai post stanno calando, anche se le pagine visualizzate giornalmente non sono calate, anzi. Mediamente un centinaio di persone leggono Parolefantasiose, ma sempre meno scrivono e commentano. Dirò di più: Google Analitycs mi dice che la frequenza media è aumentata, le visualizzazioni di pagina durano di più e non si limitano solo all'ultima pagina pubblicata. Il mistero quindi aumenta.
Comunque, ritornando al titolo, mi chiedo per quali motivi parolefantasiose non debba chiudere e non debba nemmeno sentirsi troppo in vacanza. Provo a iniziare, andando per punti ma un po' a casaccio.
1.      E' una cosa mia
2.      possono esserci ancora tante cose da raccontare
3.      può ancora essere uno strumento utile a qualche studente timido, che ha qualche difficoltà ad esprimersi con la voce, anzi con il "flatus vocis" 
4.      continua a rimanere vagone rimorchiatore del primo esperimento di blogdidattica italiano, sicuramente quello più studiato ( mi riferisco ai blog collegati)
5.      è un'occasione per frequentare la scrittura ma senza essere pagato (quindi una scemenza penseranno alcuni, ma anche un diversivo visto che per fortuna lo scrivere per me è un'altra fonte di reddito)
6.      l'occasione, anche per me, per dire qualcosa in modo meno diretto e più protetto
7.      ...........
8.      ........
9.      ........
E per voi, ci sono altri motivi? 

Simone Ariot

sabato 3 dicembre 2011

Fotografia d'autore, by Google street view.



Avete presente Google Street View? La foto che vedete pubblicata non l’ha scattata un genio della fotografia, ma un dispositivo automatico posto sopra un’auto che scatta ogni cinque metri percorsi, senza alcun impulso umano.
 La fotografia è forse, insieme alla musica, la più frequentata (e inflazionata) arte del XXI° secolo. Orde di sedicenti fotografi frequentano boschi, parchi, città, bagni pubblici e molto altro per trovare la tanto attesa ispirazione e immortalare un nulla che diventa opera d’arte (superba l'interpretazione dei Griffin a proposito, clicca qui). Non odio la fotografia, la rispetto profondamente al punto da non cimentarmi, ma semplicemente mi chiedo perché proprio ora, e solo ora, tutti si stiano riscoprendo amanti di questa pratica, che solo raramente è anche arte. Perchè, se volgiamo dirla tutta, prevede l’uso di uno strumento sempre più accessibile e semplice da usare, mettendo nelle condizioni molti, ma non tutti, di collezionare “scatti” decenti sentendosi novelli Robert Capa.  
Il problema  viene forse dal digitale? Prima del suo avvento gli scatti erano pochi, sudati, selezionati, non sprecati. A non doversi preoccupare di spreco è sicuramente la Google car, l’auto con cui il colosso di Mountain view sta girando in lungo e in largo il mondo per catturarlo e offrirci la possibilità di ripercorrerlo per ogni strada accessibile, non solo alle auto, ma da qualche tempo anche a cicli e pedoni. E tra le centinaia di migliaia, o forse milioni, di foto scattate, ci sono anche capolavori come questo. Il difficile sta nello scovarli, curiosando pazientemente tra le vie (cibernautiche) di Google street view. Date un'occhiata a queste foto, scattate dall'auto e poi scovate e selezionate sul web da Aaron Hobson.

Simone Ariot

lunedì 28 novembre 2011

Ci piace tutto, amiamo poco.


vs



Mi piace qualcosa.
Amo qualcosa.

Che differenza c'è?

Nessuna direbbero in tanti, solo una piccola variazione lessicale, una minima e inavvertibile sfumatura che scomoda solo i puristi della lingua.
E invece NO, e non ne facciamo una questione squisitamente linguistico-glottologica, ma filosofico- ideologica.
Perchè tra un "mi piace" e "amo" c'è una bella differenza.

Risulta difficile da spiegare e dimostrare, sequestrati come siamo da una terminologia di facebookiana memoria dove un I like non lo si nega a nessuno, ma oggi si è sempre più in preda ad una tendenza fastidiosa quanto diffusa che vuole, a tutti i costi, l'essere umano come animale apprezzante. Quasi si volesse ribaltare il noto aforisma cogito ergo sum di Cartesio in un aestimo ergo sum (apprezzo quindi sono), escludendo invece la possibilità di un ben più nobile (e faticoso) amo ergo sum. Forse perchè oggi easy is more, e pensare di amare qualcosa, per carità, sembra troppo complicato! Ci si trova quindi con 32.000 canzoni nell' iPod senza mai averne ascoltata una interamente, 4999 amici in Facebook,  collezioni di biglietti Ryanair  da poterli mettere uno dopo l'altro e camminarci sopra facendoci il giro del mondo, ma non essere mai, nemmeno una volta, usciti dallo stereotipo del tour organizzato del paese ospitante. Ma le canzoni non le ascoltiamo certamente tutte, ma solo per una ventina di secondi, così come con le persone. Un amico è su Facebook, ma non lo conosciamo veramente. Non sappiamo riconoscerlo per strada, ad una certa distanza, non ne conosciamo i gusti preferiti, non prevediamo le sue battute.
E ciò che c’è intorno non aiuta. Non  aiuta per la velocità con cui arriva e se ne va, non aiuta perché tutto diventa vecchio e superato. Invece per amare qualcosa bisogna prendersi del tempo, avvicinarsi magari con lentezza, osservare da diverse angolazioni. Ma oggi, oggi no, non si può, altrimenti si corre il rischio di perdersi a sognare, sganciati dal mondo che corre avanti a tutta birra, capace di illudere della sua consistenza, incapace di essere amato. Ma solo apprezzato.

Simone Ariot




lunedì 21 novembre 2011

Ulisse, l'uomo moderno che ci chiama.





Luca ha 33 anni, due figli, una laurea in fisica e un impiego da ricercatore. Studia le cellule tumorali ed è vicino ad una cura per combattere il cancro. Lo volevano le multinazionali farmaceutiche e lo aspettavano una Porsche e i week end a Cortina. Ha detto NO, ha scelto di  viaggiare su una Punto scassata, pagare le interminabili rate del mutuo e andare in vacanza in campeggio, anche quando fuori piove. Luca come Ulisse sceglie, e sceglie di essere uomo, mortale, forte e debole al tempo stesso, coraggioso e pauroso. Luca come Ulisse vive le contraddizioni della vita affrontandole a testa alta, si sveglia ogni mattino con la consapevolezza che la vita è difficile e noi, essere umani, siamo solo uomini, o donne. E questo non è certo poco, perchè essere uomini significa scegliere la strada più difficile, più dura, più impervia, per sapere che alla fine, a prescindere dai risultati, sarà la strada giusta. Essere uomo significa anche voler andare oltre ciò che c'è e si conosce, significa voler abbattere i confini, non solo quelli del gretto municipalismo cerebrale, anche quelli della scienza, della cultura ufficiale, del canone. Significa, per Ulisse, andare oltre le colonne d'Ercole, oltre i confini conosciuti. Per Luca significa andare oltre le conoscenze scientifiche esistenti, per varcarle, superarle, abbatterle. Per Ulisse essere uomo è rinunciare all'amore di una dea, di Calypso, per Luca stare insieme a Chiara, che qualche diffettuccio lo ha, ma è bellissima così. Per Ulisse essere uomo è rinunciare a diventare Dio, per Luca rinunciare  ad un premio che gli darebbe molta visibilità e poche conoscenze (scientifiche).  
Ci sono molti Luca tra noi, e quindi molti Ulisse. Li vediamo tutti i giorni e tutte le mattine mentre sfidano la quotidianità, mentre affrontano le piccole e grandi insidie di una dimensione di vita che di certo non è sempre facile. Ulisse, eroe moderno e antico al tempo stesso, indica la via maestra da seguire, consapevole che non solo offrirà bocconi amari da ingoiare, ma addirittura un posto all’Inferno. E allora? 
Anche l’Inferno sarà una prova. E Ulisse l’accetterà.
Simone Ariot

martedì 15 novembre 2011

Parola campione d'incassi: SPREAD




Fino a pochi giorni fa nessuno l'aveva mai sentito nominare. Oggi esce dalle bocche di tutti, ma continuano ad essere in pochissimi a comprenderne il significato. Stiamo parlando dello SPREAD, termine finanziario che letteralmente significa "ampiezza", e che indica in sostanza la differenza tra il valore di titoli di Stato di un paese in deficit e uno in "salute". Nel caso specifico, tra l'Italia e la Germania. Non vogliamo essere tecnici e occuparci di valori economici, eccessi di rialzo e altre astruse  complicazioni, ma piuttosto osservare( sarebbe  meglio dire interessarci ) dello stato di utilizzo di un termine, per verificare staticità o dinamismo. Stando a quanti oggi usano questo termine, ci verrebbe da dire che si tratta di una parola in movimento, sana, vegeta. Il problema è che viene usata senza conoscerne il significato. E tu, dicci la verità, lo conoscevi?

Simone Ariot

domenica 6 novembre 2011

Piove. Per Montale e non solo



Senza commento, senza analisi, senza introduzione. 


                                  PIOVE       E. MONTALE


Piove. È uno stillicidio 
senza tonfi 
di motorette o strilli 
di bambini.
Piove 
da un ciclo che non ha 
nuvole. 
Piove 
sul nulla che si fa 
in queste ore di sciopero 
generale.
Piove 
sulla tua tomba 
a San Felice 
a Ema 
e la terra non trema 
perché non c'è terremoto 
né guerra.
Piove 
non sulla favola bella 
di lontane stagioni, 
ma sulla cartella 
esattoriale, 
piove sugli ossi di seppia, 
e sulla greppia nazionale.
Piove 
sulla Gazzetta Ufficiale 
qui dal balcone aperto, 
piove sul Parlamento, 
piove su via Solferino, 
piove senza che il vento 
smuova le carte.
Piove 
in assenza di Ermione 
se Dio vuole, 
piove perché l'assenza 
è universale 
e se la terra non trema 
è perché Arcetri a lei 
non l'ha ordinato.
Piove sui nuovi epistèmi 
del primate a due piedi, 
sull'uomo indiato, sul cielo, 
ottimizzato, sul ceffo 
dei teologi in tuta 
o paludati, 
piove sul progresso 
della contestazione, 
piove sui works in regress, 
piove 
sui cipressi malati 
del cimitero, sgocciola 
sulla pubblica opinione.
Piove, ma dove appari 
non è acqua né atmosfera, 
piove perché se non sei 
è solo la mancanza 
e può affogare.


venerdì 28 ottobre 2011

Degrado a Campo Marzio? Corri che ti passa!


Oggi, come in molte altre occasioni, sono passato per Campo Marzio, parco urbano non recintato tra il centro storico e la stazione dei treni della mia città, Vicenza. Un parco che tutti conoscono perchè visibile, dove ogni anno per un paio di settimane settembrine c'è la consueta sagra cittadina. Un parco che un tempo era frequentato dalle famiglie, dagli anziani in passeggiata, da chi doveva tornare a casa dopo un viaggio in treno. D'estate, da bambino, mio nonno mi portava a mangiare la Grattachecca, al gusto menta e tamarindo. Bei ricordi. Da qualche anno a questa parte regna il degrado, e Campo Marzio diventa semplice luogo di transito o di stazionamento per chi non sa dove andare. Molto spesso per delinquere. A volte per sballarsi o, molto triste, per smaltire la sbornia. Oggi sono passato, a piedi, da solo. Passeggiata durata dieci minuti, con diversi incontri. Alla fine del mio percorso di 600 metri, alle due del pomeriggio, ho incrociato e contato nell'ordine: 
  • ragazzo addormentato sulla panchina
  • coppia di fidanzati litiganti, visibilmente strafatti
  • spacciatore che prova a vedermi  fumo
  • spacciatore che prova a vendermi coca
  • spacciatore che mi insulta perchè non compro del fumo
  • tossico che si faceva in vena, in crisi per non trovare la vena
  • disadattato che mi offende perchè ho una valigia da lavoro ( chissà cosa gli ha fatto la mia valigia)
  • ubriaco che urina su un albero, come un cagnolino
  • gruppo di allegra compagnia, multietnica, multilingue, multigenere e multisballo, impegnata in discussione/litigio/conferenza in cui i termini  riconoscibili più facilmente erano "stai calmo, non  ho mangiato io la Nutellla, io non sono un ladro!" sbiascicato all'infinito e ripetuto talvolta all'alberello, confuso con un amico.
Direi che la descrizione può finire qui.

Non mi sono potuto fermare per leggere il giornale in santa pace su una panchina, no. Erano sporche e una di queste imbrattata di vomito. 
Non mi sono potuto sedere per terra per leggerlo, perchè c'è un'ordinanza che lo vieta, e sia mai che un insegnante del Pigafetta e giornalista commetta un simile reato! Non mi sono potuto fermare un po', respirare con calma e rilassarmi, oppure cominciare una telefonata. Non si tratta di sicurezza, non sono quattro sballati a spaventarmi, ma di certo non mi sentivo a mio agio, non mi sentivo rappresentato da quella situazione. 
Quindi ho ripreso la mia camminata e mi sono allontanato. Nel frattempo, vedevo alcuni studenti universitari che percorrevano il vialetto per andare in stazione, a passo svelto. Nel recinto dei cani, invece, un signore contemplava la corsa del proprio Fido, ma guardandosi alle spalle con un certo sospetto. Dopo la pisciatina di rito, Fido e il suo padrone si sono allontanati verso casa.
In sostanza quello che è successo è che io, persona forse non troppo normale ma non affetto da una significativa propensione al delinquere, in linea di massima non temibile o temuto,senza strane vicende di violenza aggravata alle spalle o di spaccio in età adolescenziale, ho dovuto abbandonare Campo Marzio. I personaggi di cui sopra, al contrario,  se ne sono stati lì al loro posto, godendo di uno spazio un tempo pensato per altro, diventandone addirittura custodi e dialogandoci come fa un padrone di casa a casa propria.
C'è forse da chiedersi perchè succeda questo. 
Troppo semplice sarebbe giustificare l'accaduto sostenendo che i tossici vanno dove non sono controllati, e che i delinquenti preferiscono quelle zone dove le forze dell'ordine non stazionano. "E' colpa delle forze dell'ordine e della politica. Governo ladro. d.c." direbbe con accento veneto un veneto medio.
 No. La questione è più sottile e interessante.
Questa gente semplicemente si impadronisce di spazi che hanno perso il loro significato, mal progettati, mal gestiti o addirittura non gestiti, abbandonati insomma dalla collettività. A Central Park queste cose non accadono, e nemmeno nei grandi parchi urbani di Londra, privi di recinto o mura e aperti sulle strade.

 BELLO, CURATO, VALORIZZATO. UN LUOGO COSI', NON CONOSCERA' IL DEGRADO

Protestare però è fin troppo facile. Credo sia più difficile e rischioso agire.
 Nel proprio piccolo con le azioni, pubblicamente con le proposte. Alcune delle quali a costo zero, e non scomodano nessuno. Perchè star fermi ad aspettare non serve, e ogni cittadino, nel suo piccolo, ha la sua responsabilità.
Parto io, poi chi voglia, a ruota, può seguirmi e lanciare in un commento la propria proposta. Magari ne viene fuori una cosa interessante.

LA MIA PROPOSTA:    EDUCAZIONE FISICA AL PARCO.



Si avete capito bene. Trasferire le ore di educazione fisica a Campo Marzio.
Quante sono le scuole superiori in centro a Vicenza? Almeno tre. Pigafetta, Lioy e Fogazzaro, per un totale di 3500 studenti circa. Significano circa 160 classi. Se i miei cari colleghi di educazioni fisica portassero un'ora alla settimana ogni classe a Campo Marzio a fare jogging, ripetute, stretching e altro, ci sarebbero mediamente 200 persone che fanno attività fisica a nel parco. Ragazzi che corrono e faticano, che saltano e si allungano, sudano e sbuffano. Tute colorate (magari con lo stemma scolastico), che si riappropriano di uno spazio sociale oltre che naturale. Animi adolescenti, rumorosi e sereni a volte, silenziosi e turbati altre, che si muovono sulle foglie e si confondono tra gli alberelli. E se a questi si associassero gli studenti di alcune scuole medie? E del Piovene? E dell'Oxford? Allora potrebbero essere 300, 400, 500. E se arrivassero altri vicentini, meno intimoriti dai balordi perchè "ora a Campo Marsio ghe xe i tosi del liceo, ghe xe anca me nevodo e tutti i tosati dea classe sua"....
Il parco riassume così un proprio senso, i balordi diventano minoranza e se ne vanno. E' un normale processo socio antropologico, forse addirittura fisico biologico. 
E il pomeriggio? Idem. Molte scuole hanno il rientro, nel frattempo la moda partirebbe e Campo Marzio si creerebbe gli anticorpi al degrado. Perchè in questo caso c'è un uso, un utilizzo, non una semplice campagna promozionale politica per creare qualcosa che di fatto costa soldi e finisce subito.

Costo dell'operazione? ZERO.
Costo della campagna pubblicitaria per promuoverla? ZERO. Con Facebook è gratis.
Costo dell'idea? ZERO. La regalo alla città, perchè in questo modo ne godo anch'io.

Vi sembra un progetto fattibile? A me si, ma nessuno ci aveva pensato. 
Se raccolgo un po' di riscontro qui nel blog, creo un gruppo in Facebook. Poi vediamo, si potrebbe......... 

Simone Ariot

giovedì 20 ottobre 2011

Un incontro che cambia.


scendere fino al video, premere play, tornare al testo e fermarsi. Aspettare una decina di secondi e cominciare la lettura, senza esagerare nella velocità, lasciandosi cullare dalla musica e continuando a leggere.

Ora comincia il post.


Ci sono incontri che possono colpirci e condizionarci? Incontri con persone e con la loro parte più vera e intima? E soprattutto, questi incontri, possono cambiarci la vita?

Io, per me (come direbbe Montale), penso proprio di si.

L’incontro a volte è scontro, violento quasi, improvviso. Arrivato dal nulla, quando meno ce se lo aspetta. Altre volte invece è dolce , con il bisogno di avere un bel po’ di tempo per manifestarsi e la voglia di confermarsi senza clessidre e condizioni. Può essere atteso o improvviso, temuto o idealizzato, ma quando arriva lo si riconosce. Può essere una persona più grande ed esperta che aiuta ad indicare una strada, un amico fidato che si rivela in grado di capirci, un amore importante, che dialoga con la parte più profonda di noi stessi.

Di certo, c’è che gli incontri importanti si riconoscono. Perché nutrono, e perché non smettono di alimentare un senso di appagamento, un senso che si manifesta con quel “finalmente qualcuno mi capisce” che si cerca per tutta la vita.

Io, per me ( sempre ricordando il buon Montale), ho aspettato una vita questi incontri. Quando ne avevo più bisogno non c’erano, non arrivavano. Poi, senza volerli e tantomeno cercarli, si sono presentati, uno dopo l’altro. Non sono molti per la verità. Anzi, sono pochissimi. E molto diversi tra loro. Ma importanti e vitali.

Uno di questi si è presentato senza quasi nemmeno farsi trovare, defilato e fermo lì, con cadenza periodica, quasi fosse un pronto soccorso delle proprie turbe. Un incontro in grado di aprire quelle due o tre porte che stanno lì, chiuse e immobili, e che aprendosi rivelano anche ciò che non si vorrebbe accettare. Un incontro non certo salvifico, ma con una funzione di guida, come una sorta di segnale stradale che , molto sottilmente, indica una strada da seguire ed esplorare, anche se non si sa dove porterà.

Un altro incontro invece è più recente, ma ugualmente forte. Senza cercarsi o aspettarsi, è arrivata l’occasione e fin dal principio abbiamo scoperto di parlare la stessa lingua, arrivando a comprendere non solo le parole che si pronunciano ma anche tutte quelle che non escono dalla bocca, accompagnate da una colonna sonora e da immagini che rendono ancora più chiara e cristallina la comunicazione. E’ come se fossimo entrati fin da subito in un’autostrada del dialogo. Un incontro in cui i ruoli si avvicinano e non sono separati, dove la meta è comune e la strada per arrivarci la si sceglie insieme.

Gli incontri sono occasioni che rendono la vita più densa e degna d’essere vissuta, a volte arrivano, altre volte sfuggono, altre ancora non si riconoscono, forse perché non si è ancora pronti.

Ma se lo si vuole, l’incontro prima o poi arriva.

Siete d'accordo?

Simone Ariot


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domenica 9 ottobre 2011

Bestemmiare va di moda


Un tempo era addirittura vietato, forse per l’incidenza della Chiesa nel nostro paese. Ora non lo è, ma in compenso si è estesa l’utenza di chi si cimenta in una prassi linguistica e sociale al tempo stesso: la bestemmia.

Se Veneti e Toscani, un po’ di tutte le fasce sociali, condiscono i loro discorsi con bestemmie ricorrenti, in alcune realtà geografiche italiane l’imprecazione è totalmente sconosciuta, per non parlare degli altri paesi europei, dove la bestemmia non esiste. Così come non esiste un manuale di “Storia della bestemmia”, probabilmente perché nessuno avrebbe il coraggio di scriverlo, anche se le cose da dire sarebbero moltissime. Ci sono diversi ambiti di analisi infatti: storico, antropologico, linguistico………e senza scomodare illuminanti teorici come Germano Mosconi ognuno di noi potrebbe trovare diversi elementi di interesse culturale che in un modo o nell’altro spiegano l’argomento. Perché ad esempio la bestemmia è particolarmente diffusa in Italia? Probabilmente perché la Chiesa è particolarmente influente proprio in questo territorio e, di conseguenza, ha trovato pure molti detrattori. Ma il motivo del post non risiede nella volontà di scovare l’archetipo delle bestemmie o le motivazioni che portano molti a pronunciarle, una dopo l’altra, come intercalare dei propri discorsi. Per quelle ricerche si può consultare wikipedia. L’inpout mi è stato piuttosto offerto qualche giorno fa quando, in autobus, ho osservato due gruppi di ragazze 15enni accanite bestemmiatrici. Se ne stavano lì, sedute senza lasciare il posto a qualche persona anziana (e ce n’erano!) infilando una bestemmia dopo l’altra in quei dialoghi che già di per sé la dicevano lunga sulla qualità intellettuale dei discorsi (e sulla qualità umana dei parlanti). Sono rimasto scioccato, non certo per le bestemmie ( sono veneto anch’io, ne ho sentite e ne sento a tutto spiano), ma per chi le stava pronunciando. Queste ragazzine con il viso da falso angelo buono avrebbero vinto numerosi campionati di bestemmia gareggiando contro i più incalliti muratori della bassa padovana e superando senza problemi le acrobazie linguistiche dei boscaioli asiaghesi. Esili corpicini di rosa vestiti, con le loro borsettine griffate e le ballerine ai piedi, assolutamente a loro agio con una terminologia da scaricatore di porto navigato! Ho di fatto dovuto riflettere, cercando di capire se esista effettivamente un collegamento tra forma ( ragazzine ben vestite, pulite, in ordine) e sostanza (il contenuto linguistico), arrivando a concludere che probabilmente no, oggi non c'è più un collegamento immediato. Perchè? Onestamente preferivo quando questo collegamento c'era, ed era pure evidente.

Simone Ariot


martedì 27 settembre 2011

Chi vuol esser lieto....sia


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Ecco...magari evitiamo di esagerare, di farci prendere un po' troppo dall'entusiasmo, perchè se è vero che della vita si deve godere, il presupposto per farlo è che la vita esista. Quindi preserviamola.

Dopo questa parentesi buonista e protettiva, scialba nei toni e moralista negli intenti, posso pure cominciare ad esaltare il contrario, quindi concordare con il buon Fantozzi (Fracchia/Villaggio), che in questo caso mi da diversi spunti.
Il primo, ancor prima di guardare al contenuto, lo collego alla falsa rivendicazione di proprietà intellettuale dell'opera che Fantozzi rende propria. "Che bei versi, sono suoi?" chiede la divina Mazzamauro. "Eh si, una mia cosettina gioavanile" è la risposta dello sventurato, che di fatto si appropria di alcuni versi di una celebre poesia di Lorenzo De Medici, scritta in occasione del Carnevale del 1490. Tutto ciò fa tornare alla mente un'annosa questione: la poesia è di chi la scrive o di chi la usa? Magistralmente Mario Ruopolo, il postino interpretato da Massimo Troisi, offre una interpretazione e una risposta che non fa una piega. "La poesia non è di chi la scrive, è di chi le serve" prendendosi così il diritto di render propria un'opera altrui. In effetti è così, il poeta scrive, raccontando con parole nuove, ciò che molti sentono e pensano, senza riuscire a trasmetterne le emozioni. E allora entra in scena il poeta, seleziona parole che fa danzare in un palcoscenico, le mette in fila, una dopo l'altra, e le rende uniche. Dense o scarne, piene o volutamente vuote, la poesia riesce a confezionare emozioni, riporta a sensazioni dimenticate, accende stimoli a pensieri creduti morti e sepolti. E chi ne ha bisogno la può rendere sua, senza eccezioni.
Il secondo stimolo invece ha a che fare con il contenuto, perchè un testo tanto vitale è difficile trovarlo, ma siamo sicuri che la giovinezza trasmetta sempre queste sensazioni? Per una volta infatti non voglio citare il Carpe diem oraziano, il senso del tempo che fugge e quanto solitamente si collega a questi versi, ma voglio aprire un altro spiraglio, vedere se questa riflessione crea qualcosa di nuovo.

"Quant'è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza "

Ho qualche dubbio. Giovinezza significherà anche energia e bellezza, ma è proprio l'energia che consente molto spesso, quando si è giovani, di far fatica a dare un senso alle cose, perchè il cervello è sempre perennemente acceso e sintonizzato alla ricerca di qualcosa di più grande, complesso, artificioso. Giovinezza non è solo spensieratezza, o forse lo è quando c'è inconsapevolezza. Giovinezza è spesso e volentieri riflessione, dubbio, ricerca di un riconoscimento, e molto altro. Si tratta quindi di una lettura un po' diversa che mi viene da offrire a questa poesia, una lettura e un'analisi in cui non posso fare a meno di notare come i protagonisti dell'opera non siano ragazzi e ragazze ma ninfe, satiri, creature mitologiche e non umane. Come se la spensieratezza fosse destinata a loro, creature fantastiche, e non a noi.
Io, per me, ( come direbbe Montale) penso che la spensieratezza non esista, che la si possa paradossalmente ricercare come stato passeggero (alla Leopardi) e verso la quale ci si debba dirigere, ma non credo proprio esista una sorta di cittadina della felicità e della spensieratezza. Anzi, credo piuttosto sia facile perdersi nei meandri della tristezza e della depressione, e se mi concentro nei volti che incrocio ogni giorno, mi sembra che questa prevalga. Ma questo non significa che non la si debba rincorrere, la spensieratezza, anzi, è un obbligo!
E quindi?
Pensate vi stia invitando ad essere tristi? No
Ma vi invito a snocciolare, così come se fosse una carta di caramella, la vostra idea a proposito.

La giovinezza è l'eta della felicità?

Simone Ariot

martedì 20 settembre 2011

Timidezza, ovvero...paura di sbloggarsi


Già, sbloggarsi. Non si tratta di un errore di battitura. Non volevo scrivere sbloccarsi, ma sbloggarsi, con la G di Genova, di Gatto o di Gesù ( curiosa questa triade, immagino già Gesu che rincorre un gatto a Genova, oppure un gatto di nome Gesù che miagola in genovese).
Sbloggarsi, ovvero sbloccarsi dal blocco del blog, sorta di scioglilingua che potrei canticchiare e ripetere fino a renderla una "quasi filastrocca", per poi ripeterla, memorizzarla ed insegnarla.
Sbloggatevi.
Che succede?! Zero commenti al primo post del nuovo ciclo di questo terzo anno di Parolefantasiose. Non il massimo per la mia autostima, ma nemmeno il massimo per il vostro estro!
Mi rivolgo alla 2°e, chiedendo alle signorine e al Teo Pigafettiano cosa stiano aspettando a sbizzarrirsi nello scrivere e commentare.
Mi rivolgo alla 3°d, nuove arrivate in Sede, intimidite forse da non riuscire più ad esprimersi? E i nuovi?
Mi rivolgo ai seniores di 4°c, che forse sono ancora in fase di recupero dopo essersi consumati nello stendere autobiografie che ho letto tutto d'un fiato nella sala d'attesa dell'ordine dei giornalisti di Venezia.
Belle autobiografie.
Immaginavo di trovare righe prestampate e contenuti simil scazzati, invece nulla di ciò. Una ventina (qualcuno me la deve dare domani) di straordinarie dichiarazioni di vita e voglia di viverla, di densi interessi, di voglia di parlare di sè. Forse perchè di sè non si ha spesso l'occasione di parlare e quando qualcuno ce lo chiede ci coglie impreparati. Ma questa richiesta ha prodotto qualcosa anche in Schema, trasformata in qualcun'altra, costringendomi quindi a cambiarle soprannome. Che non ho ancora deciso.
Dai ragazze e ragazzi di 4°, non fate finta di non conoscere questo blog perchè lo so che l'avete guardato, google analitycs parla chiaro e i numeri sono numeri. Commentate, senza problemi, senza pensare di fare figuracce ( al limite sappiate che ci sono solo alcune centinaia di persone che ogni giorno leggono questo blog), ma soprattutto andate a leggervi e a commentare i vecchi post, anche quelli che parlano del "Giovane Holden" che alcuni di voi hanno letto.
Dai, date il buon esempio ai più giovani, me lo aspetto da voi!

Intanto, io cerco di rispondermi alla domanda alla quale dovrete rispondere domani in classe.
"A cosa serve la letteratura?". E magari potete abbozzare la prima risposta proprio qui!
Io intanto torno al lavoro, un articolo sulla "nuova moda dell'agricoltura urbana" mi sta aspettando.....forse per un po'.

Simone Ariot

martedì 13 settembre 2011

Ricomincio da tre


Di sicuro c’è che siamo ripartiti. Così, senza troppo sapere dove finiremo, con un’idea forse, una meta abbozzata ma non ancora certa. Questo sarà il terzo anno di parolefantasiose, una creatura nata per gioco e cresciuta un po' alla volta, grazie a molte persone, grazie a voi e ai vostri contributi.

A giugno abbiamo girato pagina con una certa foga, lasciandoci dietro una tappa di un anno impegnativo ma proficuo, ricco di spunti per discutere e riflettere, ma soprattutto per comunicare.

Ci si ritrova qui, tra le pagine di questo blog, per ricominciare a parlare di tutto e di più, senza troppo criterio o programmazione, semplicemente ispirati dall’evento del giorno o dalla riflessione della notte. Parole, che una dopo l’altra, distese su uno schermo che sa cambiare colore, si presentano a voi nuove o conosciute, impenetrabili o affascinanti. Parole pronte a suscitare emozioni controverse che parlano di felicità, rabbia, attesa, curiosità. Parole che possono poi perdersi nei meandri di un vocabolario lasciato come sopra un comodino, impolverato e con l’odore di vecchio, parole che si rincorrono in compagnia di virgole e punteggiatura, parole fantasiose insomma. E quindi giù a capofitto per parlare, scrivere, guardarsi, cantare, gridare…. Comunicare. E la comunicazione nasce da una semplice quanto non scontata esigenza: la curiosità, quella vostra, accompagnata dalla voglia di sentirsi legittimati ad usarla

Certo che per vedere e sentire tutto ciò serve la curiosità. Perché senza curiosità si è già un po’ finiti, pronti a morire prima del tempo, quando le gambe continuano a muoversi ma non sanno dove andare, perché non sono curiose di scoprire nulla di nuovo. Tiratela fuori, la curiosità! Stimolatela, riconoscetela, coltivatela. E soprattutto usatela nei commenti ad ogni post, e ancor di più in tutto ciò che riguarda la vita.

Simone Ariot

mercoledì 29 giugno 2011

Arrivederci a settembre

Parolefantasiose è un blog didattico, e come tale d'estate sospende la sua attività.
Continua a prendere spunti e informazioni dai luoghi del mondo e dell'Italia che il sottoscritto avrà modo di visitare, dalle persone che incontrerà, dagli eventi che non potranno rimanere nascosti.
Parolefantasiose vi saluta così, in anticipo forse, dandovi un sentito arrivederci a settembre, quando ricomincerà la scuola, e ringraziando tutti coloro i quali hanno reso possibile quest'avventura che ormai sta per compiere due anni.
Che vacanze farà parolefantasiose? Mare, mare e ancora mare. Ma si porterà dietro un bel po' di lavoro. Articoli da scrivere, libri da sfogliare, eventi da organizzare e molto altro, cose piacevoli a dir la verità ma pur sempre lavoro. Inforcherà la sua vecchia moto, si porterà via qualche buon libro, e partirà per isole note e meno note, pronto ad una rassegna fotografica da commentare poi insieme.
Buone vacanze

Simone Ariot

martedì 14 giugno 2011

Vendo un rene per l'I-Pad!

Capita anche questo. Nell'era 2.0, in quell'immenso angolo di mondo chiamato Cina, capita che un 17enne venda una parte di sé per comprarsi un pezzo di tecnologia. Non un semplice concentrato di soluzioni informatiche di moda in anni alterni, ma l'I-Pad, la tavoletta che sta cambiando il modo di navigare in internet e non solo.
Non avendo abbastanza soldi per impossessarsi del suo sogno, Zheng non ci ha pensato due volte e dopo aver letto un annuncio on line che pubblicizzava la possibilità di vendere un rene, si è recato in una vicina cittadina per compiere l'impresa. L'adolescente cinese come un martire in abiti moderni, per 2000 euro/20.000 yan, ha cacciato fuori quest'organo, evidentemente indispensabile, barattandolo con un pezzo di plastica. Ora probabilmente potrà navigare in internet per assaporare virtualmente tutte quelle cose che nella realtà non potrà mai conoscere. Potrà sfogliare il catalogo delle rosse Ferrari, spostarsi con Google Street View nei ghetti di New York, guardare porno con belle ragazze occidentali e, di tanto in tanto, leggere qualche news in un quotidiano on line. Nulla di più. O meglio, nulla di meno. Perchè l'illusione tecnologica da connessione perenne offre proprio questo, la possibilità di vivere in un universo parallelo, dove le soddisfazioni le si colgono con l'immaginazione e non con i cinque sensi tanto cari agli epicurei.
Immaginare qualcosa, o forse nemmeno questo.
Forse si tratta semplicemente di poter dire "Ce l'ho anch'io l'I-Pad", immaginando che il solo possesso di questo aggeggio possa immediatamente accompagnare il proprietario in un percorso di scalata sociale accelerata verso le vette dell' upper class, di quella società arrivata ed invidiata. Soprattutto invidiata. E con questo non si pensi che non riconosca meriti, contenuti e intuizioni straordinarie alla tecnologia e alla tavoletta in questione(e il fatto che scriva su un blog dovrebbe esserne la prova), ma si tratta semplicemente di una questione di priorità. Avere l'I-Pad è priorità assoluta per l'individuo, al punto da vendere un rene? E tra qualche anno per cosa lo venderemo?

Simone Ariot



lunedì 6 giugno 2011

Un anno se ne va


"Sed fugit interea fugit irreparabile tempus" *Georgiche, Virgilio

Un altro anno se ne va.
Finito senz'essere morto, consumato ma non svanito, consunto e non per questo da buttare.
Per molti la vera fine dell'anno è adesso, a giugno. Per chi ha le lancette dell'orologio biologico regolate sulla campanella della prima ora o sulla ricreazione di metà mattina.
Non sono pochi, sono molti. E per alcuni questo scandire dura gran parte della propria vita, perchè una volta usciti da scuola come studenti si può sempre entrarci come insegnanti, anche se non lo si sperava o non lo si era messo in programma.

Un anno, in realtà un po' meno. Circa 200 giorni.
200 giorni di convivenza più o meno forzata ma spesso goduta.
200 giorni di momenti sì e momenti no, di simpatia e antipatia, di verità e finzione, di opposti che si attraggono o che si odiano.
La scuola è questo, è condivisione inconsapevole di un po' di tutto ciò che riguarda la vita, dentro e fuori dalla classe.
E' alzarsi la mattina presto, prendere la bici, il tram, l'auto o la moto e prepararsi a passare quattro o cinque ore con simili e dissimili, condividendo molto ma non tutto. Gli studenti fanno un percorso che dovrebbe essere dritto, con una sola direzione possibile, ma talvolta qualche incidente di percorso rallenta un po' il viaggio e ci si ferma un anno in più. Qualche volta, sempre più raramente a dir la verità. Gli insegnanti invece non fanno sempre questo percorso con gli studenti. O almeno non lo fanno sempre per cinque anni, perchè spesso si spostano, vengono trasferiti, o scappano ( quando proprio non ce la fanno più).
Comunque tutti quanti, professori e studenti, per quei 200 giorni devono entrare in classe e vivere una nuova piccola vita, che può durare un' ora, dieci minuti o tutta la matina, in cui oltre alla persona si è anche personaggio. Una ventina da una parte, solo uno dall'altra. A volte è difficile, può essere successo il finimondo la notte prima ma bisogna stare lì, prendere appunti o dettarli, ascoltare o essere ascoltati. A volte è più che difficile. Puoi aver tutte le preoccupazioni del mondo, una storia difficile da scordare, un litigio importante, l'attesa per l'esito di un esame, il timore per un trasferimento, la giornata più nera della storia ma niente da fare, te ne devi stare lì, e magari avere addosso sguardi assonnati di studenti che vorrebbero essere altrove o visi speranzosi di chi vede in te un riferimento e in quel momento sai di non riuscire a offrirlo. Ma non solo.
In classe succede molto altro. Si parte con il parlare di un imperatore e si finisce a citare i tipi di pizza, si legge un libro e ci si commuove insieme, oppure si ascolta il silenzio e si cerca di entrare nei pensieri dell'altro. La classe e l'atmosfera che si respira al suo interno è qualcosa che si può odiare e amare. Sicuramente quando si è studenti se ne vorrebbe farne a meno, poi passati gli anni, quando invece di un compagno si ha vicino un collega di cui si conosce a malapena il nome, quei momenti ritornano in mente e li si vorrebbe rivivere tutti, uno dopo l'altro, stando attenti a goderseli più che si può.
Un anno.
In un anno si imparano molte cose, si cambiano opinioni, si pensa di aver capito tutto e poi ci si rende conto che manca ancora moltissimo.
Un anno di sguardi, parole, sillabe, segnali che si inerpicano sul pendio della vita che ognuno di noi è costretto a scalare, con i suoi tempi e le sue forze, per arrivare a quel traguardo oltre il quale non sappiamo cosa ci sia.
Un anno, un misero ma grandissimo anno che è possibile rivedere, dopo anni, nei ricordi sfuocati della memoria, nei quaderni ingialliti o nei post di questo e altri blog che abbiamo costruito insieme.
Ora l'anno è finito, ma per un mesetto questo blog continuerà il suo lavoro, una volta alla settimana, prima di andare in vacanza fino a settembre.
Poi, l'anno prossimo, ripartirà, come se nulla fosse cambiato, come se tutto fosse cambiato.
L'anno prossimo probabilmente si allargherà, nuove classi e nuove persone lo conosceranno, e avrà un qualche ruolo all'interno di un'iniziativa che riguarda la lettura e la nostra città, Vicenza, di cui ancora non posso spifferare nulla. Staremo a vedere.
Un anno volato per quanto mi riguarda. Tempus fugit diceva Virgilio. E se lo diceva lui, sommo poeta, Auctor con la A maiuscola, qualche verità ci sarà pure. E' questo il tempo, uno scherzetto della natura inafferrabile, una cosa che si aspetta e quando arriva è già passato, e lo si vede fuggire. Un solo anno, anzi un po' meno.
Iniziato senza troppe aspettativa ma concluso con soddisfazione. Un anno volato perchè piacevole, anche se in alcuni momenti avrei voluto essere altrove e non in classe, ma nel compenso direi un buon anno, molto superiore alle aspettative.
Qualcuno dice che tra i 30 e i 40 gli anni volano e non ce se ne rende conto. Sarà che in questo decennio ci sono appena entrato, ma devo dire che certifico in pieno questa diceria.
See you

Simone Ariot

lunedì 30 maggio 2011

Cercasi costanza disperatamente

in foto: Costante Girardengo. Uomo costante di nome e di fatto.

Costanza, parola che sentiamo quotidianamente, a scuola, al lavoro, nelle relazioni.....
Un termine che fa quasi paura, perchè richiede impegno e capacità critica d'osservazione del proprio lavoro e di sé stessi. "Devi essere costante, altrimenti il latino non lo imparerai mai", "devi essere costante nello sport, se vuoi ottenere risultati"......di esempi ne abbiamo all'infinito.
Ma la costanza presuppone anche una certa capacità d'accettazione delle critiche. Essere costanti è un dono, ma talvolta diventa allo stesso tempo un limite, se si decide di perseverare con costanza su ciò che fa star male e non offre occasioni di critica e miglioramento. Ma fermandosi un momento a riflettere sulla parola COSTANZA, ne scopriamo delle belle. Ad esempio che deriva dal verbo latino consto, che di fatto significa fermarsi, non mutare, rimanere uguali. Già, fermarsi. Eppure all'idea che la costanza debba essere rappresentata dall'immagine del fermarsi saremo pronti a non crederci, perchè in effetti sembra proprio un controsenso. Costanza come dover fare qualcosa.........e poi costanza come fermarsi, come non cambiare. Interessante.
La costanza ha a che fare con tutto, anche questo blog, visto che di costanza ne richiede parecchia. Questo infatti è il 69° post di PAROLEFANTASIOSE, un esperimento nato per gioco in una sera di settembre di due anni fa. Per gioco o per disperazione forse, come accade spesso con le cose che poi funzionano bene. Per disperazione perchè stavano finendo le ultime ore di vacanze estive e ricominciava un nuovo anno scolastico ed io sapevo che l'indomani sarei entrato in classe ed una cosa chiamata programma mi avrebbe annientato un po' alla volta la creatività e la voglia di metterci del mio nelle cose. Così, come un raptus, ho visualizzato il blog e ho deciso di farlo partire. In poco più di un'ora sono partito con il primo post e poi....tutto si è sviluppato da solo, quasi senza rendersene conto. Oggi Parolefantasiose è citato sui libri di didattica, partecipa a concorsi sull'innovazione della scuola, viene preso come modello di didattica democratica e sostenibile e continua a solleticare l'attenzione di più di 500 persone alla settimana che ci seguono silenziose.
Certo che tutto questo senza costanza non si poteva fare. Per essere indicizzati sui motori di ricerca, per fidelizzare i lettori, serve la costanza, la maledetta costanza. Perchè ci sono delle volte, delle settimane, in cui essere costanti risulta proprio difficile, perchè si hanno troppe o troppo poche cose da dire e si rischia di perdersi, o più semplicemente perchè si ha poco tempo. In questi giorni, ad esempio, Parolefantasiose è più che mai attivo e si sta facendo giudicare dall'esperto popolo del web, anche se sembra starsene un po' spento. Ma non è così, i post magari tardano un po' ma vi assicuro che sono lì nella mia testa ed aspettano solo di poter entrare, settimanalmente, nello schermo.
Parolefantasiose andrà in vacanza estiva tra un po', non so nemmeno quando, ma per un po' andrà.

Simone Ariot

venerdì 20 maggio 2011

Come tutti sanno......



Come tutti sanno....molti non sanno, ma fanno finta di sapere. Già, perchè della manifesta volontà nel dichiarare d'ignorare un fatto non ne saremo mai abbastanza abituati. Detto in termini più immediati, molta gente fa finta di sapere ciò che non sa. Si tratta di uno scioglilingua? di un gioco fonetico? No, semplicemente di quanto hanno voluto dimostrare alcuni studenti del corso di laurea in ingegneria del cinema che hanno messo in scena al Salone del libro di Tornino uno sketch veramente esilerante. Uno studente, camuffatosi con il nome di Madalon, si è presentato a diversi v.i.p ( very important person) chiedendo un'opinione sulla sua opera prima, "L'Implosione", libro in realtà mai diffuso e soprattutto mai scritto. Una balla colossale insomma. I malcapitati a cui si è rivolto sono i volti noti del grande schermo e del ( sedicente?) mondo della cultura, come Serena Dandini, Vittorio Sgarbi, Giancarlo de Cataldo, Lucia Annunziata, Mauro Corona, Giorgio Faletti e molti altri che addirittura si abbandonano a snocciolare consigli su consigli per il prossimo ed eventuale secondo libro di Madalon. "Racconti il tuo mondo in modo estremamente autentico, con una parte tipica delle opere prime che porta l'ansia nel voler metterci dentro di tutto...con uno sguardo rivelatore sul mondo che a me arriva estraneo" dice un noto scrittore....senza rendersi conto che stava parlando del nulla. Ancora più saggio Mauro Corona, che consiglia al finto autore di non affezionarsi troppo, perchè "un libro è come una scopata. Devi pensare a quella da fare e non a quella fatta". Grazie del consiglio Corona, vedrò di elevarlo a massimo principio.
Un vero e proprio esperimento di psicologia sociale applicata, dove la dimensione autoreferenziale si eleva a narcisismo dell'intervistato il quale, nonostante l'ignoranza, non vuole fare a meno di rilasciare una sua dichiarazione. Ma la cosa interessante è che l'interessato, il contaballe, poi non si interesserà minimamente a colmare la propria lacuna e rimarrà nell'ignoranza. Situazione simile a quella che si verifica quando molti pronunciano, ad esempio molti professori, la frase "come tutti sanno...." mettendo in evidente condizione di insicurezza l'interlocutore il quale, rendendosi conto di non conoscere una cosa che appunto tutti sanno.........se ne starà zitto e farà finta di sapere. Buffo no, ci avete mai pensato? e ci avete mai provato?
Io ci proverò oggi in classe, vediamo se gli studenti se ne accorgeranno. Poi vi aggiorno.

Simone Ariot