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Il passaggio dei campioni alla alita degli Ulivi |
*testo completo dell'estratto pubblicato oggi su Il Giornale di Vicenza
Il
mondo gira tondo. I giorni del Giro d’Italia piu' di altri, quando uomini e
donne assetati d’ imprese si riversano in strada in attesa di qualcosa. Non sanno
nemmeno loro ciò che cercano, ma aspettano il Giro, evento non semplicemente
sportivo, che una volta l'anno si fa strada nella memoria dei percorsi che
tocca. Non è il calcio dei mondiali, dove il sentimento nazionale abbatte di
colpo depressioni e rivalità. Non è la maratona olimpica con in testa un
connazionale, di cui nelle successive ore si conosce vita, morte e
miracoli del nuovo eroe. Non è nemmeno il motociclismo, con l'Ago o il
Valentino nazionale che fanno sognare un mondo troppo veloce e lontano. Sui
colli Berici come al Gavia, nella bassa emiliana come nella neonata Napoli, il
giro è molto di più. E' un fenomeno collettivo antimediatico, dove una
telecamera passa in secondo piano e ci si dimentica della diretta tv. E'
un'esperienza da vivere e da condividere, sentendo che la propria strada
diventa regina, una volta sola. Poi, sarà tutto come prima, con le scritte
esortative sull'asfalto pronte a
sbiadire, a segnare il tempo come una memoria che scorre e un giorno, salendo per Barbarano in piedi sui
pedali, ci si sentirà Sella o Pozzato, e quella pedalata avrà il timbro della
storia, incorniciata in taverna o sullo screen saver del computer.
Sui
colli Berici si fa fatica a trovare uno spazio lungo la strada, il popolo dei
corridori vicentini non si è fatto attendere ed è accorso in massa,
dimenticando per un giorno il proverbiale stakanovismo. Cda e ricerche di
clienti nella giornata del giro sono rallentati. In molte aziende è stata la
corsa ai permessi, ma se anche il Commenda è un ciclista, la chiusura
anticipata è quasi obbligatoria. Perchè ce ne sono migliaia, di uomini
lavoratori puri ma al contempo amanti del ciclismo, sport di fatica e tenacia.
Come Luca, operaio di Monteviale, che ha staccato alle due e per non perdere
tempo è andato in fabbrica direttamente in bici. O come Franco, per gli amici
Franchino, che continua a fare battute nonostante abbia dichiarato fallimento
la scorsa settimana.
“Il Giro non me lo
tocca nessuno. La mia tragedia oggi è in pausa”. Sia chiaro, i tifosi veri
o improvvisati, i curiosi, gli appassionati storici e dell'ultima ora, arrivano
ai Berici in bici. Sia mai. Quella strada l'hanno percorsa decine o centinaia
di volte, ma non è mai stata così. Complice un sole che scompare talvolta per
pochi secondi e un vento che distende, i racconti e le storie che si ascoltano
sono le più varie. Qui, dopo il sentiero della pietra, si parla di campioni del
passato e del presente, di clienti persi e nuove strategie, di matrimoni che
scoppiano e bimbi che nascono. Si parla di vita e di sogni, dei ragazzini che
non pedalano più e degli amatoriali che rischiano l'infarto. I Berici, in
questo santo giorno, tornano ad animarsi.
E se c'è' chi pensa sia il caso di pensare al Parco dei Berici, come
sugli Euganei, c’è chi invece si prenota per l'anno prossimo, non sapendo se
ancora una tappa passerà o partirà da
qui.
Poi, superato Lapio e la sua temibile discesa,
comincia la strada veloce di chi al Giro ci va in auto, di chi si affaccia ai
balconi, di chi passa lì per caso. Mamme e nonne, pensionati e ragazzini
attoniti, commessi fuori dai negozi e impiegati in pausa negli uffici aspettano
tutti la volata a 60 km/h. L'arrivo e' una corsa, i media guadagnano la scena,
la poesia si spegne e la musica sale. Ma
sulle strade dei Berici, passata la tappa, rimane impresso sull'asfalto il
sudore dei campioni. Gia' questo, per Vicenza e gli infiniti appassionati che
conta, e' un segno della storia. Dalla quale ripartire.
Simone Ariot
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