
Il maestro se n'è andato.
Forse era rimasto solo. Unico e raro cantore delle storie semplici e difficili da raccontare.
O forse non accettava la perdita dell'autonomia che da vecchi lascia gli uomini mezzi padroni di sè stessi.
Mario Monicelli, regista 95enne morto suicida in un ospedale romano, gettandosi dalla finestra del reparto di urologia dov'era ricoverato, era uno dei grandi che hanno fatto grande Roma e L'Italia. Roma perchè l'amava, lui che visse per tutta una vita a Monti, quartiere dallo spirito popolare ed elegante al tempo stesso, l'Italia perchè contenitore delle storie che ha raccontato. Storie burlesche come quelle dell'Armata Brancaleone, storie di vita di donne come in "Speriamo che sia femmina", dove dirige un cast eccezionale in una commedia corale condita in salsa rosa ( di donna s'intende).
Mario Monicelli incazzato e incazzoso che da Santoro auspica alla rivoluzione ( "ce l'hanno avuta tutti, anche in Russia, in Francia, noi ancora no"), Mario Monicelli caciarone e adolescente che dirige "Amici miei". Ma che dire ancora. Nulla, perchè ha già detto tutto lui, dall'alto dei suoi splendidi 95 anni portati con dignità e lucidità senza cercare la pensione o la tranquillità interiore. "Ha scelto di morire come sapeva fare, con curiosità" dice la matrona delle commedie italiane, Stefania Sandrelli, triste per dramma di una morte che se si capisce si fatica ad accettare.
Io lo capisco.
Perdere l'autonomia quando l'autonomia ci ha dato tutto, quando vivi per e grazie all'autonomia, non dev'essere semplice. E allora le scelte estreme. La consapevolezza di avere un corpo che si avvicina alla bara e l'impossibilità di fermarne la corsa, e si accelera il tutto, e si va a volare.
Sembra un po' un suo film, forse stava semplicemente cercando un passaggio nascosto, o forse Ugo ( Tognazzi) gli aveva dato l'indicazione sbagliata. La supercazzola con scappellamento era destra, non a sinistra. E senza antani per di più.
Mario che ci combini!
Simone Ariot