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lunedì 18 giugno 2012

Che l'estate sia con voi (tanto poi ci rivediamo!)





Cari studenti,
sono in ritardo lo so.
E sono pure stato poco diligente perchè avrei dovuto scrivere di più e più frequentemente, soprattutto in questo ultimo periodo. Ma “meglio tardi che mai….” potrei dire, un po’ per giustificarmi e un po’ per farvi vedere che comunque il post di fine anno è arrivato, anche se non puntuale.
Un anno scolastico passa in fretta, sempre più in fretta. 8 anni fa, quando entravo per la prima volta in un’aula di liceo come insegnante, le giornate passavano ancora lentamente. Le ore sulla cattedra erano di più (nelle scuole private gli insegnanti lavorano molto di più, e in condizioni più difficili, guadagnando di meno), i problemi in classe erano ben più seri, i confronti con i colleghi molto più costanti. Con gli anni le cose sono cambiate, trasformandosi, ed evolvendosi. 
Ora le ore in classe sembrano più veloci e leggere, il tempo passato a casa nel preparare le lezioni e correggere le verifiche si è andato razionalizzandosi in modo decisivo, e sono subentrati nuovi e importanti impegni. Ormai il mio essere insegnante è in perenne dialogo con il mio essere giornalista ed altre avventure professionali sono entrate in modo stabile e accattivante nella mia vita. Ma la scuola rimane sempre lì. Non voglio abbandonarla, perché mi piace e mi nutre, mi consente di confrontarmi continuamente con menti giovani e disposte al dialogo e all’ascolto, di offre spunti e suggerimenti costanti e continui e soprattutto mi guida, fungendo come da regolatore dei mille salti e movimenti  che la mia mente fa. Si, la scuola per me è quasi come una terapia, ma allo stesso tempo un viaggio (anche un po’ una vacanza), che faccio mai solo ma sempre accompagnato da voi studenti.
Voi, diversi l’uno dall’altro come diverse sono le pietre di mille ambienti lontani, ogni giorno mi ricordate di essere un uomo, o meglio un essere umano. La fuori, dove contano i numeri e i profitti, dove le persone sono rappresentati da codici e le passioni viste come merce da vendere, funziona in modo molto diverso. Voi già lo sapete, ed io non perdo occasione di farvi vedere come funzionano le cose nel mondo reale per imparare poi a prenderne quanto c’è di buono. E anche quando ve ne rendete conto continuate a mantenere uno sguardo che vuole andare oltre, portandosi i sogni con sé  senza troppo sentirsene in colpa. E fate bene!
Fate bene a voler essere vivi e qualche volta a rompere le scatole, e non poco. Credo si veda quando non vi sopporto, a volte capita, ma so che capita meno di quanto pensiate. Io alla fine, con voi, mi trovo bene.
Mi trovo bene anche quando uno ad uno vi metterei un cerotto sulla bocca o una sordina per coprire gli sbraitamenti vari, e mi trovo bene anche quando vi ripeto che sembrate delle galline nel pollaio ( che aspettano il gallo che passa tra i corridoi……vero Giulia?) o quando in piena catalessi tenete lo sguardo fisso su un punto inesistente della lavagna, completamente immersi in un viaggio chiamato boh. Mi trovo bene anche quando vi guardo pensando che non abbiate capito molto di quanto ci siamo detti, e mi trovo ancora meglio quando dopo il discorso di qualcuno ce ne stiamo un po’ zitti, in silenzio, per pensare a ciò che è venuto fuori, ai segreti simbolici presenti in alcune poesie, alle parole che non si dicono e alle emozioni che non si vedono.
Insomma, quest’anno ne abbiamo passate di tutti i colori. Da quelli accesi a quelli tenui, da quelli fluo a quelli chiari, da quelli veri a quelli finti. Colori come sensazioni ed emozioni, che a volte stanno lì ad aspettarti dicendo, “mi accendi o no?!”
Anche quest’anno è arrivata l’estate, tutto un colpo dopo i freddi primaverili, ed è arrivata la fine della scuola che, nonostante tutto, ripartirà tra tre mesi. Tre mesi in cui succederà molto o poco, tre mesi in cui molti vorrebbero veder trasformata la propria vita ma solamente a pochi succederà.
Non abbiate timore, questi tre mesi ritorneranno l’anno prossimo e quello dopo ancora, per molto tempo. Se non riuscite a viverli del tutto ora, significa che non era ancora il tempo. Ma questo tempo, prima o poi, arriverà.
Ora vi saluto, dandovi un arrivederci.
Ci rivedremo l’anno prossimo?
Non lo so. Anche questo fa parte del gioco.
Au revoir
Simone Ariot


venerdì 25 maggio 2012

Incontrando Milo Manara


Un giornalista ha il privilegio di incontrare personalità importanti. Politici, grandi imprenditori, sportivi famosi in tutto il mondo. Molto più raro è quando, oltre al personaggio, si trova la persona. In questi casi il privilegio diventa un piacere, una vera e propria occasione della vita. Ieri, per la rivista Sei Magazineho intervistato Milo Manara, il più autorevole esponente dell'arte del fumetto artistico in Italia, e forse nel mondo Le sue creature, come la seducente Miele ( nomen omen) , hanno scandalizzato e attratto le menti di uomini (e non solo), che grazie all'immaginazione hanno esplorato mondi che solo la fantasia può inventare. Erotismo, fascino e attrazione, ingredienti onnipresenti nella vita, e quindi nell'arte. Ma l'arte, controllata nelle epoche dai censori di turno, non è sempre riuscita ad esprimere in piena libertà le emozioni e gli istinti umani. In passatosi doveva giocare con le parole, usare simboli più o meno noti, rischiare il rogo o inimicarsi i potenti di turno. Salvo poi produrre su commissione quanto di più vietato esistesse. Per Milo Manara non è stato così, gli scandali non hanno dominato la sua vita,  perchè l'erotismo che contraddistingue i suoi lavori non hanno mai sfociato in pornografia. "Tutte le invenzioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno trovato nella pornografia un perfetto campo d'azione. La Polaroid, internet, la viedocamera....., mentre l'arte figurativa, o il fumetto, prevedono ancora l'immaginazione, l'erotismo. Altra cosa rispetto l pornografia", spiega il maestro. E non possiamo dargli torto, perchè nell'osservare le sue donnine giovani e sensuali non si percepisce un mondo sporco o malsano, ma la semplice esternazione dei desideri umani, ancestrali. "Il fumetto è un pugno in faccia al super io, uno sfogo che ogni uomo o donna può consentursi."
Già, perchè contrariamente alle altre arti figurative, il fumetto è popolare e accessibile, motivo per cui ancora oggi molti la considerano una'arte di serie B, alla portata di tutti, ma in realtà importante e fondamentale quanto le altre arti. Con Milo abbiamo parlato per un paio d'ore, affrontando molti argomenti, anche al di là dell'arte, ma anche sbellicandoci dalle risate nel ricordare aneddoti o fatti che l'hanno visto protagonista, insieme a mostri sacri come Hugo Pratt, Federico Fellini o Andrea Pazienza, morto troppo giovane per essere conosciuto dai più, troppo presto perchè al mondo aveva ancora tante cose da dare. Ora è rimasto lui, Milo Manara, fumettaro come si definisce, ritirato sulle colline della Valpolicella dove vive e lavora. Nel suo studio, una piccola stanza dove il legno dei pavimenti è coperto da centinaia di libri e disegni, guarda tutte le colline, e quella pianura che negli anni si è trasformata.
Ma per saperne di più.....dovrete aspettare la pubblicazione di Sei Magazine, in uscita a fine giugno come allegato gratuito al Giornale di Vicenza, L'Arena e Brescia Oggi. Leggetelo, vi racconterò Milo Manara  fino in fondo, toccando temi inediti fin'ora inespressi. Il tutto fotografato da Lorenzo Rui.

Milo Manare e Simone Ariot nello studio del Maestro


Simone Ariot

lunedì 7 maggio 2012

Assemblee d'istituto oggi. Cazzeggio libero e collettivo


Questo sarà un post impopolare, ma avevo due possibilità. Commentare un interessante articolo  scritto da Marco Rossi Doria, sottosegretario all'istruzione, che riprende una questione molto cara alla scuola italiana, o meglio a chi la scuola l'ha pensata e studiata partendo dalla considerazione di Don Milani. Oppure cogliere l'attimo che mi si è presentato davanti questa mattina, quando ho scoperto che gli studenti della scuola in cui insegno chiedevano di poter svolgere un' "assemblea d'istituto" al parco Querini, parco pubblico a meno di un km dalla sede del liceo.
Forse chi legge potrà chiedersi cosa c'è di male nel voler organizzare e realizzare un'assemblea all'interno di un parco, dove gli studenti in questo maggio che finalmente ci regalerà un sole ritardatario potrebbero sciallare  amichevolmente. Effettivamente non è tanto il luogo in cui si chiede di celebrare l'assemblea  che mi sconvolge, quanto i contenuti. Negli ultimissimi anni infatti le assemblee d'istituto non prevedono più discussioni e dibattiti su temi collegati alla scuola (se non in qualche misura eccezionale, e comunque condotti  da insegnanti o esperti esterni) quanto la realizzazione di spettacoli, corsi, laboratori e momenti di socialità diffusa. Non più la cara e vecchia palestra gremita di studenti accalcati che stanno in fila per prendere la parola scagliandosi l'impossibile nelle rimbalzose offese tra fasci e compagni, ma momenti di ilarità collettiva in cui potersi impratichire in attività laboratoriali che esplorano vari argomenti, tra i quali:
  • Laboratorio di cucina
  • …..di giocoleria
  • ….di ballo caraibico
  • ....   di blog
  • …..  di espressione creativa
  • …..di yoga
  • …..discussione sulla Tav
  • ………..di mille latre cose.
  • ….orientamento universitario

Per carità, tutte belle iniziative. Una l’ho pure condotta io ( laboratorio sul blog), ma avrebbe avuto più senso farlo in un altro momento e mi chiedo il motivo per cui in un’assemblea studentesca non si possa parlare dei problemi veri e propri che vivono gli studenti quotidianamente: mancanza di spazi, litigi con i professori, diritti dello studente, aggiornamento tecnologico a scuola, il bluf dei programmi, le azioni intimidatorie di alcuni docenti, l’orientamento politico di una dirigenza piuttosto che un’altra…... Insomma, parlare di argomenti che riguardino la vita quotidiana di uno studente reale. Invece no, di questi problemi a scuola non se ne parla, salvo poi passare ore ed ore in chat a dire a questo o quell’altro compagno di classe quanto ci si senta male, quanto i professori siano cattivi e quante altre nuove compagne siano diventate anoressiche. Si, ad esempio di questo se ne potrebbe anche parlare, invece che far finta di nulla. Ogni tanto, o meglio, ogni due per tre, a scuola sfilano scheletri travestiti da persone che dicono in un modo o nell’altro che stanno soffrendo. “Non mangio, sto male”. Ma nessuno sembra accorgersene, se non gli impiegati di Villa Margherita, clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari che sembra aver fatto una convenzione con la scuola in cui insegno, da quante studentesse (tutte con medie elevatissime) riesce ad accogliere ogni anno. Ma l’importante è non parlare nemmeno di questo. Allora, alla fin fine, mi chiedo perché gli studenti non sentano il bisogno di parlare di queste cose. 
Quando nel 1997 facevo il rappresentante d’istituto al Fogazzaro le assemblee che organizzavo erano momenti in cui scannarsi, discutere, litigare se fosse stato necessario. Momenti in cui volevamo prenderci lo spazio per affrontare i problemi che sentivamo  all’interno della scuola, della nostra scuola. Tutti insieme, 1300 persone che discutevano. Chi non aveva il coraggio di prendere la parola al microfono scriveva un biglietto che veniva letto da uno di noi. Chi voleva parlare direttamente, lo faceva. La scuola allora era diversa. Sono passati solo 15 anni ma era veramente diversa. Non c’era internet prima di tutto, solo alcuni geek della prima ora lo avevano a casa, ma era una rarità. Non c’erano le mail di classe, lo psicologo scolastico, o i voti nel registro elettronico. La scuola era molto diversa perché se uno studente prendeva 4 tornava a casa e si trovava 4 sberle stampate sul viso. Oggi dare 4 significa spesso e volentieri doversi giustificare con il genitore di turno che ti rinfaccia la genialità del figlio e la tua incapacità nel comprenderla. Ma soprattutto all’epoca le assemblee volevamo organizzarle noi, da soli, senza l’aiuto degli insegnanti (che erano un po’ tutti nemici, e questo non è detto che fosse positivo). Volevamo organizzarle noi perché potevamo creare e fare qualcosa, noi, con le nostre forze. Personalmente, in quei momenti, ho imparato moltissimo. Credo di poterla considerare la mia prima vera esperienza di lavoro, anche se non retribuita. Passavo ore su ore a programmare le assemblee, e molte erano le ore di lezione che perdevo, ma poi mica me le scontavano, anzi,dovevo recuperarle da solo, muci muci in silenzio, sapendo che all’interrogazione mi avrebbero chiesto ancora di più. Eppure, come direbbe Renzo Tramaglino, ho imparato, e quelle esperienze sono state fondamentali. Ma evidentemente questi sono pensieri vecchi, oggi si preferisce sciallare a seguire un corso di ballo caraibico in palestra, tanto i problemi non ci sono. 
Forse è proprio così, e allora sciallamoci tutti al parco.

Esempio di assemblea "scialla", inutile, in pieno stile 2012. 


Simone Ariot

lunedì 23 aprile 2012

Li chiamavano "matti"



Una volta era più semplice, e ci si limitava a chiamarli matti, folli, fuori di testa o scemi. Li si nascondeva in casa, come mostri di cui vergognarsi, come esseri non esseri a cui a malapena ci si avvicinava, perchè molto spesso li si odiava. Nelle isolette, o nei posti di mare, si dice che a volte, da bambini, partissero con i padri pescatori e che misteriosamente cadessero in mare, al largo, inghiottiti da un vortice, o più probabilmente da quel rifiuto di accettarli.
Eh si, la vita è dura, e a volte fa brutti scherzi. A volte capita che una famiglia sia colpita da questo tragico regalo, da un'esperienza che non riesce quasi mai a rivelarsi attesa o aspettata. Eppure, anche se ad alcuni sembra strano, esistono anche loro. E, a volte, un incontro può sorprendere. 
Si. 
Non voglio essere fanatico e ridicolo come chi dice che avere un figlio autistico o con serissimi problemi mentali sia una fortuna piovuta dal cielo, perchè c'è chi preso dalla disperazione arriva a dirlo; credo piuttosto sia una batosta difficile da digerire, ma so per certo che confrontarsi con un certo mondo non solo è fattibile, ma addirittura che fare almeno una volta un certo incontro molto spesso aiuta.
Aiuta a crescere, a comprendere, a guardare diversamente e ad aspettare , a volte infinitamente, di sintonizzarsi su una dimensione nuova, dove le regole che regolano le relazioni ( gioco di parole) scadono e cadono, sbriciolandosi, per disorientare e spaventare. Chi? Noi. Noi “normali”.
Ed è per questo che vi invito a guardare questo documentario ( a questo link la seconda parte, a questo la terza), perchè alcuni scopriranno un mondo nuovo.
A scuola, dalle elementari in poi, può essere capitato a tutti di avere il compagno "un po' strano". Più si cresce più si ha difficoltà a relazionarsi con loro, si perde la pazienze e non si sa gestirne la comunicazione. Ma solo alcuni arrivano a conoscerne l'esperienza fuori da scuola, in famiglia, o nel gruppo di amici. 
Io, che l'ho vissuta e in modo abbastanza intenso, ho imparato qualcosa. Ho capito che a volte è come cercare di imparare una nuova lingua, di cui ad un certo punto si pensa di aver perso il libro di grammatica e il dizionario, e in altri momenti invece torna  a sorprenderci, prendendoci per mano per poi nuovamente scomparire. E' un mondo che insegna che non tutto è programmabile, non tutto spiegabile. Ma è un mondo che esiste. E, come Ulisse, se si ha voglia di conoscere si vuole conoscere tutto. In questo caso per sentire.

Non voglio dir altro, vi invito a guardare questo video, perchè da come questo padre parla del rapporto con il figlio autistico si possono capire molte cose. Una per tutte che la vita, anche se colma di disgrazie, è un po' una sfida, che può portare molte sorprese, ma va vissuta e a testa alta. 
Guardate il video, è un consiglio.
Simone Ariot

lunedì 9 aprile 2012

Perchè odio Pasquetta




Già metterci la maiuscola mi da fastidio. Non so, lo ammetto, se ci vada o meno, ma la metto per lamentarmene. 

Odio la Pasquetta.

L'ho sempre odiata.

Ho sempre odiato questo momento semi imposto in cui tutti, e dico tutti, sentono come per miracolo la voglia di passare del tempo tra amici cercando di creare una situazione bucolica. Con i risultati che tutti conoscono. Orde di compagnie di giovani e meno giovani che si riscoprono grandi appassionati di natura, torte salate e partite a palla (non pallavolo, palla e basta che fa più sfigato). Si sceglie un posto, quasi sempre disordinatamente raggiunto da tre o quattro auto che disseminano timore e pericolo fra le strade, procedendo a 25 Km/h quando il limite è di 70 e guardando a destra e sinistra per individuare un bel prato vergine. Poi lo si punta.... e infine l'agguato. L'obiettivo è di arrivarci con l'auto,  aprire il portellone, accendere la radio e strabbuffarsi di cibo fino a sera, per poi ripetere fino a sera "che bella giornata, fossero tutte così". Poi, per i 364 giorni successivi, non una passeggiata, non un picnic, non uno sguardo al patrimonio agri-pastorale italiano. Negli ultimi anni i pasquettari (o pasquettisti), si sono tecnologizzati, postando su facebook foto della scampagnata con tanto di commentini prodotti dai parenti impossibilitati a raggiungerli. E vogliamo parlare di quelle allegre famigliole che si fermano sul ciglio della strada per andare in montagna, in un microspazietto di 10 mq, tirano fuori la sdraio dall'auto e decidono di accamparsi per ore per respirare un po' di gas di scarico e godersi la bella visuale di "auto che passa"? Se non li avete mai visti, salite ad Asiago per la strada che passa per Lusiana, ne vedrete delle belle. Spesso hanno la targa VE come Venezia, e secondo alcuni decidono di fermarsi a metà strada perchè non essendo abituati all'altimetria si accontentano di qualche centinaio di metri per sentirsi in montagna. 

Tra le varie Pasquette ridicole, mi vengono in mente quelle di qualche città urbana, dove le aiuole sono prese d'assalto (manco ci fossero lingotti d'oro nascosti all'interno) e le vie del centro miracolosamente svuotate.

Non mi stupirei se per Pasquetta i geni del marketing che promuovono i  centri commerciali organizzassero degli angoli (scusate, ora si dice corner) con dei prati finti dove poter "far pasquetta" anche con la pioggia. Ve l' immaginate l'allegra famigliola che se ne va alle Piramidi con tanto di uova sode e tramezzini farciti comprati nel bar interno, a due passi dal prato sintetico? Questo sarebbe veramente il massimo del minimo.

Odio ancora molte cose di Pasquetta, potrei parlarne per ore, ma per essere un po' politicamente corretto ne faccio a meno, non vorrei urtar la sensibilità altrui.

Insomma, se non l'avete ancora capito, lo ribadisco.

Io odio Pasquetta.


Simone Ariot

p.s: Pasquetta esiste dal dopoguerra, una sorta di contentino dato al popolo per prolungare la vacanza di Pasqua. L'origine della scampagnata? Forse per emulare il cammino verso Emmaus da parte dei due discepoli di Cristo. 



lunedì 26 marzo 2012

Book Crossing, esperimento riuscito !





Book Crossing, ovvero, trovi un libro, lo leggi, e lo lascia a qualcuno, da qualche parte. Detta così sembra un po' una cosa strana, ma nella realtà il fenomeno del book crossing c'è, ed è sviluppato molto più di quanto si pensi. Nella 2°E del liceo Pigafetta, una delle classi in cui insegno, è partito un esperimento di book crossing interno, con tanto di registro dei prestiti, che sta dando ottimi risultati. Menti e artefici di questo progetto sono Lucia Esposito e Susanna Sgambaro, accanite lettrici decise a coinvolgere anche i compagni in una passione che non conosce crisi, almeno in per ora! Oggi ci raccontano la storia di questa esperienza in un breve intervista.



Come definireste in modo creativo e semplice l'esperienza del book crossing di classe?
E' una proposta che dà la possibilità di scegliere tra tanti libri di diverso genere e scoprire il piacere della lettura per tante persone che prima di questo progetto non leggevano mai. 
Da cosa è partita l'idea?
Un giorno siamo andate in biblioteca Bertoliana a Vicenza per prendere in prestito dei libri, ma ci hanno detto che non potevamo prenderne fino all'età di 18 anni, a meno che non fossimo accompagnate dai genitori. Ci è sembrato assurdo rinunciare a leggere per questo motivo, quindi abbiamo deciso di crearcene una in classe con il contributo dei nostri compagni che  hanno portato molti  di libri di vario genere. In ogni casa ci sono libri fermi e impolverati, ma qualcuno lì fuori magari li leggerebbe
Come è stata recepita dai compagni?
All’inizio con un po’ di perplessità, poi hanno aderito numerosi e oggi il progetto va alla grande.
Quali pensate siano i punti di forza di un progetto book crossing?
 Noi due siamo grandi lettrici, quindi possiamo consigliare i compagni e invogliarli a prendere un libro. Poi abbiamo qualsiasi genere di libro, da quelli romantici ai gialli, quindi ognuno può scegliere quello più appropriato per i suoi gusti. Il tutto gratis, senza spendere un euro.

E il fatto che sia autogestito da voi studenti?
Non è visto come un dovere,bensì come un possibile piacere. Siamo contente perché stiamo dimostrando di saperci gestire, in una cosa nostra e creata da noi
Qual è il libro e il genere che sta riscuotendo maggior interesse?
 I libri che vanno di più sono: Seta, di Baricco, Bianca come il latte rossa come il sangue di D'avenia, I passi dell'amore di Sparks,E finalmente ti dirò addio di Oliver, Io e te e Ti prendo e ti porto via di Ammaniti,e la saga di Glattauer.
Sono tutti romanzi non troppo impegnativi,storie d'amore e libri scritti per lettori giovani, non solo recentissimi ( vedi Seta)
Cosa ti ha sorpreso di più di questo progetto?
Persone che dicevano di odiare la lettura ora hanno letto più libri e si sono appassionate alla lettura,ed è proprio questo l'obbiettivo del nostro progetto.
Lo consigliereste ad altre classi?
Sicuramente! 
E se qualcuno avesse dei libri di cui non sa più cosa farsene, gli accettereste per il progetto? Certamente,accettiamo tutti i libri, "chi più ne ha, più ne metta!".
Ringrazio Lucia e Susanna per la disponibilità e per l’idea, venuta lo ribadisco) a due studentesse e non certo all’insegnante. Dimostrazione che più spesso di quanto si pensa anche gli studenti hanno voglia di fare qualcosa di buono!

Simone Ariot

sabato 10 marzo 2012

Conosciamoci rispondendo



Come ci si fa a conoscere? O ancor meglio, come ci si fa a far conoscere, lanciando  suggerimenti, offrendo spunti per dire chi siamo e da cosa ci sentiamo rappresentati? Marcel Proust, autore di "A' la Recherche du temps perdu",  deve essersi posto queste domande quando ha inventato il suo celebre questionnaire,escamotage forse trovato per fermarsi un po' nel processo della sua monumentale opera. Si tratta di un gruppo di domande da porsi o da porre, alle quali rispondere in modo molto molto istintivo e veloce, dedicandoci poche parole. Certo, non possiamo pensare si tratti di un sistema esaustivo e completo per penetrare la psiche di una persona, e nemmeno per poterla rappresentare in modo completo, ma la sensazione che si prova quando ci si pone queste domande e si tenta si offrirne una risposta è curiosa. Sembra quasi di guardarsi da fuori, provare a darsi una forma tentando di descriverla. Ve le spalmo qui, una dopo l'altra, invitandovi a farvi queste domande. Mi sono permesso di fare due piccole  modifiche nelle domande contrassegnate da un *, sostanzialmente ho aggiunto un contenuto tra parentesi, per adattare il questionario ai nostri tempi.  E se volete conoscere le risposte che si è dato Marcel Proust, qui le trovate.

  • Il tratto principale del mio carattere 
  • La qualità che desidero in un uomo. 
  • La qualità che preferisco in una donna. 
  • Quel che apprezzo di più nei miei amici. 
  • Il mio principale difetto
  • La mia occupazione preferita
  • Il mio sogno di felicità. 
  • Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia: 
  • Quel che vorrei essere. 
  • Il paese dove vorrei vivere. 
  • Il colore che preferisco. 
  • Il fiore che amo. 
  • L'uccello che preferisco. 
  • I miei autori preferiti in prosa. 
  • I miei poeti preferiti. 
  • I miei eroi nella finzione. 
  • Le mie eroine preferite nella finzione. 
  • I miei compositori ( o cantanti) preferiti. *
  • I miei pittori  preferiti. 
  • I miei eroi nella vita reale. 
  • Le mie eroine nella storia. 
  • I miei nomi preferiti. 
  • Quel che detesto più di tutto. 
  • I personaggi storici che disprezzo di più. 
  • L'impresa militare (o politica/umanitaria) che ammiro di più. *
  • La riforma che apprezzo di più. 
  • Il dono di natura che vorrei avere. 
  • Come vorrei morire. 
  • Stato attuale del mio animo. 
  • Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
  • Il mio motto. 


Simone Ariot


giovedì 1 marzo 2012

L'anno che verrà, senza di Te.




Stavo per scrivere di altro. Di Proust e del suo celebre questionario. Ma evidentemente slitterà, in avanti intendo. Dico "stavo" perchè effettivamente ero lì, pronto anzi prontissimo e addirittura preparato. Come un promemoria se ne stava lì, in uno di quei post-it gialli e appiccicosi con un bel messaggio in evidenza. C'era scritto "post questionario Proust Parolefantasiose". E invece le cose possono cambiare all'ultimo momento, se si è in un giorno speciale. In questo caso per nostalgia. Già, perchè curiosando tra le altrui bacheche di Faccialibro vedo che Emma, una mia vecchia compagna di scuola, ha condiviso un video, di Lucio Dalla. "L'anno che verrà (1979)" con immagini che scorrono del cantautore, conosciuta da molti come "Caro amico ti scrivo". Una canzone che tutti hanno canticchiato o ascoltato. Una canzone citata anche nei film, come su Marrakech Express, o molti altri , ma soprattutto canzone ricordata, da tutti. Una canzone che nemmeno sapevo fosse stata presentata nel 1979, il mio anno di nascita, come dice Emma, e come dico anch'io. 33 anni sono passati da quella canzone, ma lei se ne sta lì pronta a risuonare nella musica e nel significato. Una televisione che annuncia una grande trasformazione, l'arrivo di un mondo incredibile, in cui tutto funziona alla meraviglia, in cui le leggi della fisica e della moralità si rovesciano. "Senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età". E invece è sparito lui, il Lucio nazionale insieme al suo omonimo di nome e quasi di compleanno ( Battisti infatti era nato il giorno dopo Lucio Dalla). Una canzone sul tempo che passa, ma anche e soprattutto delle cose che restano. Passano i giorni e le ore, restano le emozione e resta l'amicizia. Caro amico ti scrivo, "ma sono qui" ci verrebbe da dire. E anche lui, Lucio, può anche andarsene come ha appena fatto, ma resta qui, con noi. Resta nelle sue canzoni, nella sua figura pulcinellosa, nel suo berretto e nel suo clarinetto. Resta in 4 marzo 1943 ( giorno del suo compleanno e titolo di una straordinaria canzone), in Piazza Grande, in Caruso, in l'ultima luna, in Anna e Marco......Resta nelle parole che ha trasformato in emozioni, ma resta anche nei nostri, unici e intimi momenti. Perchè ciò che  rimane in eterno, diventa anche di altri. Come la poesia, che non muore e non dorme mai, come l'arte . Ciao Lucio

Simone Ariot

lunedì 20 febbraio 2012

Pausa forzata




A volte si deve. E, purtroppo, quando si tratta di scegliere, si fa una scelta amara e si va in pausa con ciò che più si ama.
Infatti sta andando così: in questo periodo zero sport , non una discesa con gli sci, il blog che perde post per strada, cineforum dimenticato da due mesi, buon cibo scomparso dal palato, riviste alle quali sono abbonato che mi aspettano lì, nel comodino delle cose dimenticate, ancora incelofanate, che mi guardano implorandomi di aprirle...........Purtroppo a volte è così, si è sommersi dal lavoro, e quando hai un paio d'ore .......crolli, letteralmente. Nel senso che magari arriva una giornata che si potrebbe sfruttare per fare ciò che si ama e invece le forze vengono a mancare e ........ci si addormenta, letteralmente. Poi, ti svegli una mattina in orari in cui non c'è più il buio, ti senti riposato, e ti rendi conto che ci sono 60 temi da correggere e altri 20 test di Dante da finire! Guardi fuori dalla finestra, e capisci che la pioggia ci sta, almeno non ti viene voglia di uscire per fare una passeggiata! Poi apri il pc, e noti che mancano 3 giorni alla chiusura in redazione delle prossime riviste e che mancano ancora 6 pezzi da scrivere.........ma non basta. In questi momenti chiaramente capitano anche gli imprevisti, il dentista, il commercialista, mille cose tutte insieme. E poi gli altri progetti, le consulenze che slittano, il cliente che non ti paga e che devi andare a recuperare.......

A volte è proprio un bel casino!

Ricordo quando ero adolescente, e dentro di me pensavo a come sarebbe stata la mia vita a 30 anni. La immaginavo piena di tempo libero, con la sola preoccupazione di dover decidere cosa fare, a quale tra le tanti passioni avrei potuto dedicarmi, immaginando quasi per forza che il lavoro sarebbe stato lì presente a chiederti poco e offrirti molto. Poi, un po' alla volta ma probabilmente troppo in anticipo, la vita vera ti arriva addosso e ti rendi conto che di tempo non ce n'è, che si smaterializza, che ti sfugge dalle mani. In men che non si dica ti trovi a far parte di quel terribile club in gergo chiamato over 80, dove 80 non sono gli anni ma le ore di lavoro che si fanno in una settimana. Un club brutto e triste, dove molti ambiscono ad entrare nel livello top, l'over 100, per consacrarsi a 15 ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette. Ho visto l'over cento, l'ho conosciuto. In alcuni periodi dell'anno devo entrarci, ma mi auguro che accada sempre meno perchè è proprio un brutto mondo, una sorta d' inferno. Il fatto è che uscirne non è semplice. Senti come qualcosa che ti tiene legato lì, senti gli impegni che sono grandi, senti le aspettative degli altri, e le tue. Soprattutto senti la paura di finire  in quell'altro club, l'under money, quello di chi non arriva a fine mese avendo però molto tempo a disposizione. E oggi questa paura è viva in molti, anche in chi non teme la fatica, chi è propenso al sacrificio. I giornali ne parlano, il costo della vita è sempre più alto,  difficoltà a farsi pagare, ad ottenere contratti..... Per questo tra i due club, se devo scegliere, scelgo l'over 80, sperando prima o poi si trasformi in over 70, over 60, over 50, over 40.....e va bene così.  A volte è il prezzo che si deve pagare per poter raggiungere un obiettivo importante, una certa autonomia, o anche semplicemente per sapere di potercela fare e  poi non essere obbligati a farlo. L'importante è che non diventi l'obiettivo, la meta, la sola ed unica scelta. Per alcuni è così. Generalmente sono quelli che a 25 anni sognano di averne 40 e il successo garantito. A 30 sono contenti perchè non escono prima di mezzanotte dall'ufficio, a 35 sono esaltati perchè si sentono più fighi, più giusti, più desiderabili. A 40 si sentono soli, perchè tutti gli altri si stanno facendo una famiglia e guardandosi intorno scoprono di essere rimasti gli unici. Allora ricominciano a fare i 20enni, staccano un po' con il lavoro e giocano a divertirsi. Ma a quel punto è troppo tardi, e sono diventate delle macchiette per divertire gli altri. 
Oggi mi sono ripreso un po' del mio tempo, quello che mi faccio rubare ogni giorno dal lavoro, quello che quantifico in una sorta di clessidra semitrasparente che riesce ancora a mentire almeno un po'. Oggi mi sono alzato dal letto più tardi, ho fatto un po' di ginnastica giusto per constatare che ne ho bisogno, ho scritto questo post, ho fatto una colazione più lunga del solito, ho pensato. Oggi sono stato un po' più vivo, un po' più me. A volte fa bene. Vorrei riuscire a farlo più spesso, questo almeno è l'obiettivo. Speriamo di farcela, perchè ogni tanto ci vuole.

 Simone Ariot



mercoledì 1 febbraio 2012

Con un "corto" s'impara. E si insegna





Da qualche anno a questa parta il 27 gennaio ricompare ad intervalli regolari nel calendario scolastico alla voce “non ci sono lezioni”.  Molto spesso si trasforma in giorno della tristezza, giorno della perdita di tempo, giorno dello svago o , ancora peggio, giorno dello stare a casa. Sarei troppo politicamente corretto se volessi a tutti i costi sostenere che in questa giornata (scolastica s'intende) tutti gli studenti colgono l'occasione per ricordarsi, sensibilizzarsi o istruirsi rispetto un tema tanto delicato quanto importante. Molto spesso, purtroppo, non è così. Ma le occasioni possono rendere l'uomo migliore, se almeno decide di provarci! E qui ne abbiamo un esempio.
Alcuni studenti del liceo Quadri di Vicenza hanno girato un cortometraggio ( "Noi come loro") per ricordare la tragedia della Shoha, e l’hanno fatto in grande stile. Il premio? Una visita (non proprio allegra se dobbiamo essere sinceri) nei campi di concentramento nazisti dove furono rinchiusi e torturati gli ebrei vissuti in quella triste pagina di storia. Una gita insomma, diversa da quelle più tradizionali a Parigi o Roma, ma pur sempre una gita, da conquistarsi con tutte le forze. Non bastava certo partecipare: bisognava vincere. 
Diciamo subito che non ce l’hanno fatta, e poi scopriremo il perché, ma questo non toglie che il loro lavoro  sia molto apprezzabile e soprattutto creativo. Questa parola che mi sta a cuore entra in gioco in un lavoro di gruppo ( cooperative learning lo chiamano i moderni pedagogisti) tutt’altro che semplice. Stefano Niero, fratello d’arte del regista Tiziano, ci ha raccontato l’esperienza fatta insieme ad alcuni compagni, tra i quali non posso non citare alcuni dei protagonisti del corto come Francesca Baldisseri, Luca Mattarolo, Giovanni Munaretto, Luca Dal Zovo, Diego Lombarda, Carolina Fanchin, Alessia Zaraccolo e Kristian Ristov. Una squadra al completo per dimostrare, ancora una volta, che quando a scuola si porta la creatività si impara di più, ci si diverte, e si lascia un segno.

- Perchè avete deciso di partecipare al concorso?
Ci è sembrata una buona occasione per conquistare una gita. Io, personalmente, ero interessato a fare quest’esperienza da regista e vedere un po’ cosa riuscivo a produrre.
 -Da quante persone era formato il gruppo di lavoro e quali ruoli avevate?
 Ad aver partecipato al corto eravamo una decina, il resto dei compagni ha dato il suo contributo allo spettacolo teatrale collegato ad esso. C'erano attori,regista, montatore, tecnici.
- Dove avete girato il filmato? Perchè la scelta del cortometraggio e non altre forme di comunicazione, magari più semplici da realizzare ( ex disegni, articoli...) ?
La prima parte è stata ambientata al cimitero acattolico di Vicenza, la cattura nel nascondiglio l’abbiamo girata nella mia cantina mentre per il trasporto e l’esecuzione ci ha ospitato la campagna ai piedi dei colli Berici. La scelta del corto…. Ci sembrava un’idea più concreta e originale, rispetto alla solita rappresentazione teatrale. Avevamo pensato anche ad un’animazione con i Lego ma è stata scartata all’ultimo.
- Quanto tempo avete dedicato al progetto?  Non poco, soprattutto io e Kristian, che si è occupato del montaggio. Direi diversi pomeriggi, circa una ventina di ore tra organizzazione, riprese e montaggio.
Siete soddisfatti del risultato  finale? 
Beh “ogni scarafone è bello a mamma sua”! Però ho ricevuto diversi apprezzamenti quindi mi considero abbastanza soddisfatto. Sono contento, anche se ormai mi esce dalle orecchie da quante volte l’ho visto e purtroppo non abbiamo vinto il concorso (aperto a tutte le classi quarte del liceo Quadri).
-Cosa vi ha insegnato questa attività?
Mi ha insegnato ad organizzare  un gruppo di lavoro e a prevedere gli imprevisti che sono stati molti. L’idea originale era un po’ diversa dal risultato, soprattutto nelle location scelte, ma alcuni di questi imprevisti credo abbiano giovato al risultato finale (il luogo per il nascondiglio iniziale ad esempio). Però ci ha lasciato un po’ di amarezza la premiazione del concorso perché alcuni dei progetti vincenti non erano affatto originali. Uno era stato copiato da unospettacolo di Paolini ad esempio. Non sempre vincono i migliori, non dico che i migliori fossimo noi, ma credo che avremmo potuto giocarcela con altri progetti.
-Pensi che la scuola debba sperimentare maggiormente queste occasioni in cui agendo si impara? ad esempio attraverso sistemi alternativi di insegnamento e apprendimento, come in questo caso?
La scuola dovrebbe sperimentare maggiormente queste attività, fanno fare esperienza nell’organizzazione e soprattutto nella collaborazione all’interno del gruppo. Questi sistemi alternativi sono senz’altro molto efficaci, ma andrebbero seguiti e curati un po’ di più e accolti con più partecipazione dagli studenti.

Dalle parole di Stefano traspare una nota di critica in queste ultime parole. Una nota significativa. Le occasioni sono utili, a volte ci sono, ma non sempre gli studenti le sanno sfruttano, pensando quasi che sia normale averle, o ancora peggio pensando che le avranno per sempre. Nulla di più sbagliato. Carpite diem, adulescentes!

Simone Ariot

sabato 21 gennaio 2012

L'inforcata non convince




Premessa: forse è un post politico. Mi dispiaccio ma non me ne pento.

Dal primo momento, appena ho sentito parlare di questo movimento dal nome così letterariamente scelto, ho pensato alla presunta assoluta fatalità per la quale sia scoppiata la bomba solo ora. Risposta? probabilmente perchè il nuovo governo ha messo in dubbio alcuni storici e perseveranti assistenzialismi di cui la Sicilia gode, mettendoli in discussione e prevedendo una forse lenta ma sicura fine. A questo punto la ribellione, non del popolo (che mai sceglierebbe un nome così evocativo), ma di alcuni privilegiati fra gli assistiti dalle politiche assistenziali, clientelari e , perchè no, di stampo mafioso. Capi clan, sedicenti rappresentanti di categorie deboli, sprovveduti mezzi uomini dal coltello facile e lo sguardo cattivo. Mi sembra semplicemente che vi sia una protesta poichè alcune facilitazioni e alcuni trattamenti di favore verranno a mancare. Già Machiavelli diceva che se il popolo è abituato troppo bene farà poi fatica ad accettare un cambiamento che miri all'uguaglianza. Infatti. Il dramma è che in questo caso tutto nasce non dalla spontaneità, ma dal freddo calcolo di chi arriva ad usare gli inconsapevoli popolani, mascherati da passionali convinti, semplicemente per perseguire il proprio obiettivo. Il diritto a prendersi, fino alla morte, tutto quanto ci si possa prendere. Sovvenzioni, favori, voti, condizioni privilegiate. Ed allora si confeziona una messa in scena non troppo surreale (per chi conosce i fatti di una cultura che , purtroppo, prevede al proprio interno la dimensione mafiosa). Non nelle infiltrazioni, ma nel radicato stampo che fin da bambini si imprime in alcuni soggetti. Pochi, certamente, ma abbastanza per condizionarne molti. Ed è un circolo che si perpetua, come dato di fatto, come elemento identitario, che diventa prassi. Consuetudine la chiamano i giuristi. La stessa consuetudine che consente a tal capitan Schettino d’avvicinare spropositatamente alla costa la sua creatura mastodontica, per poi essere linciato pubblicamente al momento dell’impatto. La stessa consuetudine, se mi consentite la ripetizione e non solo, che eleva ad eroe popolare (forse nazional-popolare) un altro capitano (De Falco) che consente alla nave il passaggio vicino all’isola ( perché non è intervenuto quando il radar segnalava il cambio di rotta?) , salvo poi adoperarsi quando il danno era fatto. Ma così come è bello osservare il contadino con il forcone di legno e pensare a quanto possa essere disperato, magari nel suo agriturismo edificato illegalmente e ristrutturato con fondi regionali, così allo stesso tempo è bello ( o forse è proprio prassi), sapere che le consuetudini esistono e far finta di nulla. Con omertà. Ed anche questo fa parte del gioco.
Simone Ariot 

mercoledì 18 gennaio 2012

Imparare divertendosi. Con i Lip Dub si può



Si chiamano Lip Dub, e sono una sorta di video girati in presa diretta (vale a dire senza montaggio), in cui un gruppo di attori canta con il labiale una canzone che fa da sfondo acustico al video. Un video che deve essere spontaneo, autentico, partecipato e divertito. Un video che coinvolga persone spesso giovani e spesso appartenenti ad un gruppo ben definito. Come un' Università. Non ci stupiamo infatti che in rete i video Lip Dub più diffusi siano quelli delle Università americane, canadesi, inglesi. Luoghi in cui gli studenti , oltre a studiare, sono abituati a collaborare per la realizzazione di un prodotto, un messaggio, un intento. 
In Italia, nelle scuole e Università, Lip Dub studenteschi non se ne fanno, per carità. Non li propongono i professori, non li chiedono gli studenti.
 Il tempio della cultura umanistica non li contempla e non li promuove, ma soprattutto li demonizza. "Perdita di tempo" potranno dire i conservatori, e forse hanno pure ragione, perchè di fatto una sorta di video musicale di certo non può portare uno studente ad accrescere la sua "formazione culturale", ma probabilmente lo metterà di fronte ad una situazione che nel mondo del lavoro è molto diffusa. La collaborazione. Collaborare per creare qualcosa, mettersi alla prova, saper gestire il proprio tempo e le proprie risorse all'interno di un gruppo, dove c'è chi lavora di più e chi di meno, chi è leader  attivo ( e decide) e chi invece è passivo (e obbedisce), chi si fa sentire e chi preferisce ascoltare. 
Ma, soprattutto, in un'occasione come questa si possono (si potrebbero) mettere in pratica competenze e abilità importanti: La coordinazione spazio temporale ad esempio, la capacità di sintesi motoria, il sapersi mettere d'accordo nella gestione e nella scelta di un contenuto e molto altro.
A noi italiani sembra strano, individualisti come siamo nel lavoro e nozionisti come pochi altri negli studi, ma il mondo va nella direzione della valorizzazione delle attività complesse in cui serva la collaborazione di più persone abituate a lavorare insieme, al di la degli individualismi. Dico questo perchè mi accorgo, ogni giorno, in classe, che la sfida vera, il lavoro complesso, non è capire un concetto, ma saperlo applicare. E non applicarlo da soli, ma in gruppo, perchè nel mondo del lavoro non si lavora mai soli, anche quando si pensa di esserlo. In un modo o nell'altro, si è sempre in relazione con altri, come un piccolo meccanismo all'interno di una grande macchina. Ed è bene capirlo presto. Sarà per questo che le attività di gruppo che faccio svolgere agli studenti sono solitamente ben gestite dai più giovani, magari dalle classi del biennio, perchè ancora pronti a confrontarsi con qualcosa di nuovo, ancora meno formati nella forma (perdonate il gioco di parole), mentre i più grandi ( non parliamo degli universitari o di chi è nelle classi terminali del liceo), fanno una gran fatica e gestiscono un tempo dedicato all'attività nel modo peggiore, come una sorta id vacanza.
Lip Dub quindi come esempio di possibilità per mettere in pratica una competenza ( quella al lavoro di squadra, sapendosi coordinare nei tempi e nelle decisioni), che agli studenti e ai lavoratori farebbe bene possedere. 
Voi, sareste pronti a mettere in scena un Lip Dub?
Potrebbe essere una sfida, o una provocazione.
Simone Ariot 

martedì 10 gennaio 2012

Ricordi sbiaditi




In Facebook circola questa immagine, e postandola sulla mia pagina mi sono trovato in pochi minuti decine di I like. Non c'è da chiedersi il perchè, in quanto ogni volta che si parla di qualcosa del passato si stimola la nostalgia, sentimento tanto instabile quanto diffuso, e si producono un'infinita serie di racconti del passato che si recitano soprattutto a sé stessi.
Non voglio parlare del passato in termini necessariamente nostalgici, e nemmeno lanciarmi in una pericolosa e saccente considerazione sociologica, ma semplicemente stimolare i ricordi, per ricreare il gioco silenziosamente proposto da questa immagine.
Ci sono state connessioni magiche, destini incrociati di oggetti o realtà, che se presi separatamente comunicano qualcosa e una volta uniti assumono una nuova, indissolubile, funzione? Ci sono storie d'amore tra piccoli e grandi aggeggi ( ma non solo aggeggi meccanici) che non riusciamo più a immaginare separati e che già ora, o tra qualche anno, saranno caduti nel dimenticatoio?

La cassetta e la matita usata per riavvolgere il nastro fuoriuscito è una sorta di topos irrinunciabile, che i nati tra gli anni 50' e 85' non possono nono conoscere. Ma ce ne sono altri. Molti altri. 

Comincio io, vediamo se indovinate, e vediamo se vi ricordate di altre combinazioni.









                                  







Sempre una penna protagonista, insieme ad un righello. Cosa mai diventeranno? Un allegro gioco, apprezzato soprattutto dai maschietti! L'avete indovinato?



Simone Ariot