Translate

Visualizzazione post con etichetta scuola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scuola. Mostra tutti i post

mercoledì 5 ottobre 2016

Fuoriclasse, un docu-film da vedere dentro e fuori dalle scuole


Il cinema può raccontare la scuola? Certo. E se lo fa attraverso un documentario che vede la scuola non solo come oggetto ma come soggetto protagonista, allora lo farà anche meglio. Fuoriclasse ne è l’esempio vivente, esperimento di cinema sociale e laboratoriale che parte dal basso, grazie a un crowdfunding con forte valenza pedagogica e narrativa. Il progetto del regista Stefano Collizzolli realizzato grazie l’associazione ZaLab è la conseguenza di un’azione di finanziamento, da parte dell’associazione stessa, di alcuni progetti didattici per scuole resistenti e ad alto grado di sperimentazione. E perché non documentarne alcuni di questi, sparsi in un’Italia che va da Napoli a Padova, dalla periferia romana al Mugello?
E allora maestre e tecnici, registi e operatori, hanno girato intorno i veri protagonisti di questo esperimento della macchina da presa: i bambini. Vivaci, divertiti, talvolta casinari, ma allo stesso tempo riflessivi a dimostrazione del fatto che i piccoli, non solo quando vogliono, possono darci grandi lezioni. Ma per ogni piccolo in grado di sferrare un colpo che resta impresso c’è almeno un grande, un educatore, un maestro o…..un regista, che sviluppa un progetto e offre ai piccoli l’opportunità di fare qualcosa che rimarrà. Fuoriclasse racconta tutto questo. Una webradio che mette in comunicazione classi di scuole lontane, in cui si affrontano temi che didatticamente sono affrontati solo sui libri. Il lupo del Mugello che si avvicina alle case e fa razzia di pecore, l’Antigone esplorata da piccoli uomini e piccole donne di 9 anni, passando per un grande cavallo di legno e cartapesta imprigionato dentro una scuola e veri asini che conoscono i bambini e brucano in cortile. Senza dimenticare le interviste a chi popola il quartiere e i racconti degli anziani del territorio. Un esperimento cinematografico, didattico e pedagogico che merita d’essere visto e gustato e che, non farebbe certamente male a nessuno, porterebbe un gran contributo se visto e discusso in primis dentro le scuole.


Simone Ariot

p.s: Questo post è stato scritto dopo due anni di pausa. Non preannuncia alcuna ripresa, ma pensavo ne valesse la pena.

venerdì 30 maggio 2014

Impariamo dagli studenti. Quando conoscere un codice comune aiuta.

Commissari esterni di maturità. Grazie a Facebook gli studenti conoscono la scuola di destinazione prima degli insegnanti


Per l’ennesima volta la scuola si dimostra indietro di cento anni. Questa volta lo fa sfacciatamente, facendosi superare per intelligenza e furbizia dagli stessi studenti.
Mi riferisco ad un fatto che sta avvenendo proprio in queste ore. Come molti sapranno, da sempre la nomina dei commissari d’esame di maturità provoca non poche angosce negli studenti, che cominciano ad informarsi da amici, conoscenti o sconosciuti sulle caratteristiche dei commissari esterni, per sperare di poter rimediare all’ultimo a qualche carenza nello studio degli ultimi mesi, o semplicemente per essere più sicuri di ciò a cui andranno incontro. A volte queste informazioni sono utili, altre volte possono essere dannose e controproducenti, perché gli insegnanti si comportano spesso diversamente con i propri studenti da come farebbero con studenti nuovi, mai visti, che rimarranno solo in una parentesi d’esame.


Sta di fatto che oggi sono uscite le commissioni, o meglio sono state diffuse alle segreterie delle scuole. In internet saranno pubblicate solo martedì 3 giugno, tra quattro giorni ( e di mezzo c’è sabato, domenica, lunedì di festa). Questo significa che gli insegnanti non conoscono ancora la loro sorte. Saremo nominati? E, se sì, in una scuola che conosciamo? Vicino casa o a chilometri di distanza? Per alcuni, come per il sottoscritto, saperlo oggi o saperlo martedì potrebbe cambiare le cose, ad esempio per decidere quando partire per le vacanze, o per qualsiasi altro motivo. Di fatto aspettare non è un dramma, il problema non è questo. Qual è allora? Semplice, gli studenti, ancora una volta, hanno dimostrato che sono molto più svegli di noi, capaci (loro) di parlare un linguaggio comune (in questo caso Facebook) e in grado di collaborare tra loro per raggiungere un obiettivo comune.
Cosa hanno fatto? Semplice, hanno aperto un gruppo segreto su Facebook, moltiplicato tante volte quante sono le città d’Italia, intitolato “Commissari esterni xxxxx 2014”, dove la xxxxx è sostituita dal nome delle città. Un gruppo chiuso, a cui si può partecipare solo ed esclusivamente se si fa richiesta agli amministratori, i quali controllano se l’interessato è uno studente ( lo si capisce dalle informazioni anagrafiche). Lo studente di una scuola in cui è uscita la commissione, grazie alle segreterie che rendono ufficiosamente pubbliche le formazione delle commissioni, condivide il nome dello sconosciuto commissario esterno, aspettando che qualcuno di un'altra scuola che lo conosce commenti il post. Crearsi un profilo fake e tentare l’accesso non serve, non ci sarebbe abbastanza tempo per crearsi anche gli amici (dato importantissimo per dimostrare che la propria pagina è reale e non falsa)  e quindi risulta impossibile per un non studente aver accesso al gruppo.
Indipendentemente dal fatto che in questo gruppo vi è un vero e proprio ranking di valutazione sulle qualità dei docenti rese pubbliche ai membri del gruppo (in poche ora la sola città di Vicenza ha avuto un migliaio di iscritti), questi ragazzi conoscono in largo anticipo, rispetto agli insegnanti, una cosa che dovrebbero sapere prima gli insegnanti. E il bello è che, utilizzando lo stesso sistema, gli insegnanti avrebbero potuto fare la stessa cosa, scoprendo in anticipo la scuola di destinazione. Ho assistito ad una scena bellissima, in cui un mio alunno, alle 11.35, ha scoperto che la mia collega (sua prof) di storia dell’arte era stata nominata in una certa scuola. Lei l’ha scoperto solo alle 13.30, semplicemente perché ha parlato con me, altrimenti avrebbe aspettato martedì.
Cose da poco direte, e invece no. Sono sicuro che al ministero non ci hanno minimamente pensato ad un fatto del genere. Hanno ragionato come sono abituati a fare, consentendosi per l’ennesima volta di dimostrare quanto la scuola sia “un parco giochi dell’irrealtà” (questa è una mia massima di cui vado molto fiero), non vedendo che la comunicazione in questi anni è cambiata, che esistono sistemi veloci e semplici per condividere le informazioni, che si può arrivare alla sostanza molto più velocemente rispetto a come avveniva prima.
Ecco. A me, a farmi incazzare, non è il rendermi conto che i ragazzi sono più svegli degli adulti, ma il notare che gli adulti nemmeno si rendono conto di quanto sono veramente messi male, di quanto sono sintonizzati su un mondo destinato a morire, o che è già morto.
Pensate, ad esempio, se invece che demonizzare Facebook gli insegnanti si rendessero conto che è uno strumento di semplificazione assoluta per gestire i consigli di classe, o alcune riunioni di gruppi di insegnanti che spesso e volentieri si organizzano con evidentissime difficoltà. Un sistema che velocizza la comunicazione, rendendola democratica. Ma noi invece, a scuola, ci confrontiamo ancora con colleghi che non leggono le mail, che non hanno presentato un solo progetto in vent’anni, che saprebbero perdersi in una stazione di una media città italiana e che pensano che bersi uno Spritz  sia sintomo di alcoolismo e disagio sociale.  Per fare quello che questi ragazzi hanno fatto in  pochi minuti, il mondo degli adulti che gestisce la scuola ci avrebbe messo qualche mese, senza ottenere probabilmente il medesimo risultato, ma scrivendo e riscrivendo (farcita di commi e note ministeriale) una “circolare” consegnata a mano dalla bidella. Un esempio come tanti che dimostra come l’imbrigliamento formale, la burocrazia, un sistema superato nella selezione e uno statuto giuridico da rivedere stiano distruggendo totalmente la scuola e la dimensione scolastica italiana. Luogo in cui più che apprendere e crescere si diventa furbi, perché si è costretti a farlo, perché poi, là fuori, c’è bisogno anche e di questo. Viva la scuola, viva l’assurdità.
E con questo chiudo.

Simone Ariot


mercoledì 17 luglio 2013

La scuola e la strana idea di meritocrazia


Come funzionano le cose nella scuola italiana.


Chi è fuori del mondo della scuola non conosce certe dinamiche, chi è dentro ormai non se ne accorge nemmeno più, ne diventa assuefatto, considerandole normali. Ma normali non sono, sono follia vera e propria. Facciamo qualche esempio, senza stare troppo sulla teoria.
Luca è il nuovo insegnante di informatica di vostro figlio, che frequenta la quarta liceo scientifico. Luca è laureato in informatica, si è anche abilitato in informatica frequentando con profitto una scuola si specializzazione post laurea, della durata biennale, con entrata a numero chiuso, ma non è ancora titolare di cattedra. Significa che ogni anno ha un incarico annuale, se arriva, rimesso in discussione di anno in anno. Può insegnare un anno a Vicenza, l’anno dopo a Bassano, quello dopo a Thiene. Luca è anche titolare di partita i.v.a, perché con i pc e l’informatica ci sa fare, e professore a contratto con l’Università, sempre informatica. Deve aggiornarsi non perché glielo chieda la scuola, ma perché glielo chiede il mondo. Le sue consulenze sono importanti strumenti per le imprese, e relazionandosi con esse Luca capisce quali siano quelle dimensioni effettivamente importanti della sua materia, potendo quindi interpretare la programmazione didattica considerando anche questi importanti aspetti. Vostro figlio e i suoi compagni si trovano bene con il professor Luca. E’ chiaro nelle spiegazioni, non fa differenze tra studente e studente, è giovane e comunicativo, e in più porta costantemente un contatto con il mondo reale, quello che si respira nelle aziende per le quali svolge consulenze. Le verifiche le porta corrette sempre in tempo e non fa assenze, perché anche se ha un po’ di febbre o il mal di schiena preferisce comunque andare a scuola. La classe fa enormi progressi, riesce ad accelerare nel programma e recuperare le lacune dell’anno precedente, quando ad insegnare informatica c’era un laureato in matematica che si limitava ad insegnare DOS e PASCAL. Siamo alla fine dell’anno, la classe studia molto, solo due studenti hanno l’insufficienza ma pare possano farcela a recuperare. Di sicuro Luca pretende molto, ma gli studenti gliene solo grati. A settembre anno nuovo e vita nuova. Luca non è confermato, perchè le graduatorie funzionano in modo assurdo e illogico, nonostante ci siano le ore per Luca, in quella scuola. Ma Anna, laureata in economia e a digiuno di informatica da vent’anni, prende il suo posto. Lei è titolare di cattedra. A nulla servono le proteste di preside e genitori, che vogliono ancora Luca, per preparare i ragazzi all’esame di maturità. Anna invece non piace ai ragazzi. Si comporta come chi pensa di sapere solo per un titolo posseduto, ma in realtà la disciplina non la conosce. Tra l’altro è laureata in economia, e l’economia (aziendale in particolare), la conosce piuttosto bene. Con l’informatica però non ci siamo. I ragazzi lo capiscono dopo pochi minuti. Anna tentenna, entra in difficoltà, prova a screditare il lavoro fatto dall’insegnante precedente, senza però riuscirci. Cominciano a volare i quattro, perché Anna nelle verifiche chiede definizioni a memoria tratte dal libro. A lei non interessa sapere che i vari programmi informatici per quella classe non hanno segreti, nemmeno rendersi conto che ognuno di loro è in grado di progettare pagine web. Queste cose lei non le sa fare, mentre chiedere definizioni di vecchi linguaggi applicativi richiede solo un controllo sul libro. A metà anno la classe è disperata, non un progresso sul programma, demotivazione alle stelle e timore per gli esami di maturità. Intanto il dirigente chiede un’ispezione ministeriale che non può portare nulla di fatto, nonostante sia evidente a tutti che le cose non funzionano. Nel frattempo, a giugno, Luca riceve la comunicazione di mancata assegnazione di una titolarità. Un altro anno da precario. A settembre, però, al momento della firma in provveditorato Luca non trova nessuna cattedra, e per tutto l’anno non riuscirà ad insegnare. La collega che l’ha preceduto, invece, ha firmato un contratto annuale, e pochi minuti dopo ha mandato alla scuola un certificato di maternità. Percepirà uno stipendio quasi completo e non insegnerà un giorno durante l’anno. Luca, invece, non sarà richiamato. Quella cattedra la daranno ad un supplente, nemmeno abilitato, laureato in matematica.
Lucia invece è una ragazza trentenne. E’ laureata in ingegneria e non è abilitata. Quasi per scherzo porta una domanda di supplenza ad una scuola di provincia. A settembre si libera una cattedra ma la sede è scomoda, quindi nessuno accetta. Priva di punteggio, di esperienza, di motivazione, Lucia accetta. Dopo una settimana porta un certificato di maternità. Non rientrerà mai più a scuola fino alla fine dell’anno. Al suo posto arriva Emma. Stessa situazione. Anche lei incinta. Anche lei in maternità. E arriva a questo punto il terzo supplente. Massimo è un ragazzo bravo e motivato, con molta voglia di lavorare. La materia che insegna lo appassiona, anche se era privo di esperienza. I colleghi più anziani lo notano, vedono soprattutto che ha idee geniali e riesce a trasmettere moltissimo ai suoi studenti. Sarebbe un perfetto professore di ruolo. Ma non è abilitato. Peccato, ma i corsi di abilitazione sono stati eliminati per la sua materia, e per l’anno prossimo ci sono poche probabilità di riconferma. A settembre, dopo un anno, la cattedra viene data definitivamente ad Antonio, trasferito da altra provincia. Sulla carta è laureato e abilitato, ha vent’anni di esperienza e quindi vent’anni di punteggio. Antonio entra in classe da primo in graduatoria. Peccato che non ci sappia fare. E ormai sono tre anni che i ragazzi di quella classe cambiano insegnante e si disaffezionano alla materia. Peccato, perché il loro territorio ha bisogno proprio di una forza lavoro che va in quella direzione. Massimo, intanto, ha accettato un lavoro come ingegnere in una di quelle aziende. Guadagna il doppio e, se porta risultati, viene premiato con un aumento di stipendio. La scuola ormai è solo un ricordo.

Giulia invece è una docente di ruolo di filosofia e storia al liceo. E’ entrata in ruolo giovanissima, perché giovanissima si è abilitata e laureata. Ama insegnare, e in città la conoscono tutti, dandosi da fare in ambito culturale. Giulia insegna per due anni nello stesso liceo, prende una terza e la porta in quarta. In due anni si è data da fare, ricoprendo incarichi e dicendosi sempre disponibile. I colleghi l’adorano perché è gentile e solare e le sue attività hanno fatto del bene alla scuola. Almeno in quattro occasioni la stampa di è occupata delle sue iniziative didattiche, sviluppate in una scuola che prima non conosceva cronaca, se non di brutte notizie. Poi, inaspettatamente, un settembre viene scalzata da Antonio. E’ burbero e meno preparato, fa molte assenze, spesso depresso, si rifiuta di usare il computer e di andare oltre la tradizionale lezione frontale. Se non impari a memoria quelle righe del libro, il 4 è assicurato. Se provi a parafrasarle, sarà al massimo un 5. Intanto Giulia ha ricominciato da capo in un’altra scuola, dove le sue competenze, i suoi progetti, i suoi successi, non sono stati valutati. Ricomincia da capo, da zero. Sua sorella gemella Marta, invece, che ha studiato scienze della comunicazione e lavora nel mondo delle aziende, ha cambiato in quattro anni 5 aziende. Dopo un successo veniva promossa, e i nuovi incarichi corrispondevano a nuove responsabilità e nuovi stipendi. Ora, a 34 anni, guadagna più del doppio di Giulia, perché i successi ottenuti  si sono tradotti in riconoscimenti. Giulia, invece, ha sempre lo stesso stipendio. La scuola dove insegna quest’anno, però, non è di fianco a casa. E’ a 40 km di distanza. E la benzina si fa sentire, su 1348 euro di stipendio mensile, che dopo 6  anni(4 di ruolo e 4 da precaria) continuano ad essere sempre uguali. Appena arriva nella nuova scuola viene accolta bene. Sono tutti contenti che lei sia lì. Dai colleghi ai genitori degli studenti. Perché la sua fama l’ha preceduta. Le viene proposto di curare un progetto per lo sviluppo di un nuovo indirizzo di studi all’interno di quel liceo. Le piacerebbe accettare, ma tra un anno, potrebbe presentarsi la stessa storia, e rischierebbe di lasciare a metà strada un progetto avviato e portato avanti da lei., dovendo suo malgrado cambiare scuola.   O, ancor peggio, consegnarlo a mani che non conosce, magari consegnarlo a chi lo snaturerebbe o lo potrebbe distruggere. A quel punto rifiuta, la vede solo come una fregatura. Ha 34 anni ma si sente fuori gioco, decide quindi di vivere la scuola con meno entusiasmo e meno lucida follia. E le sue risorse, negli anni migliori, vengono fatte morire.
Intanto, inconsapevole di queste dinamiche, un supercervellone meccanico da Venezia gestisce le graduatorie, assegnando punti in base a disgrazie dei familiari o precedenze inspiegabili a un comune mortale. Nella città di Giulia, però, ci sono ancora molte cattedre libere, anche nella scuola dove avrebbe voluto insegnare.  Verranno comunicate solo alla fine, e andranno a qualche supplente non abilitato o ancor peggio ad un docente che invece stava bene nella scuola in cui insegnava da tre anni.  Giulia, invece, se ne starà nella scuola di provincia dove, tra un anno, verrà rimessa in discussione.

Volete sentire altre storie? Tutte quelle raccontate sono storie vere. La follia italiana parte da qui.

Simone Ariot

lunedì 18 giugno 2012

Che l'estate sia con voi (tanto poi ci rivediamo!)





Cari studenti,
sono in ritardo lo so.
E sono pure stato poco diligente perchè avrei dovuto scrivere di più e più frequentemente, soprattutto in questo ultimo periodo. Ma “meglio tardi che mai….” potrei dire, un po’ per giustificarmi e un po’ per farvi vedere che comunque il post di fine anno è arrivato, anche se non puntuale.
Un anno scolastico passa in fretta, sempre più in fretta. 8 anni fa, quando entravo per la prima volta in un’aula di liceo come insegnante, le giornate passavano ancora lentamente. Le ore sulla cattedra erano di più (nelle scuole private gli insegnanti lavorano molto di più, e in condizioni più difficili, guadagnando di meno), i problemi in classe erano ben più seri, i confronti con i colleghi molto più costanti. Con gli anni le cose sono cambiate, trasformandosi, ed evolvendosi. 
Ora le ore in classe sembrano più veloci e leggere, il tempo passato a casa nel preparare le lezioni e correggere le verifiche si è andato razionalizzandosi in modo decisivo, e sono subentrati nuovi e importanti impegni. Ormai il mio essere insegnante è in perenne dialogo con il mio essere giornalista ed altre avventure professionali sono entrate in modo stabile e accattivante nella mia vita. Ma la scuola rimane sempre lì. Non voglio abbandonarla, perché mi piace e mi nutre, mi consente di confrontarmi continuamente con menti giovani e disposte al dialogo e all’ascolto, di offre spunti e suggerimenti costanti e continui e soprattutto mi guida, fungendo come da regolatore dei mille salti e movimenti  che la mia mente fa. Si, la scuola per me è quasi come una terapia, ma allo stesso tempo un viaggio (anche un po’ una vacanza), che faccio mai solo ma sempre accompagnato da voi studenti.
Voi, diversi l’uno dall’altro come diverse sono le pietre di mille ambienti lontani, ogni giorno mi ricordate di essere un uomo, o meglio un essere umano. La fuori, dove contano i numeri e i profitti, dove le persone sono rappresentati da codici e le passioni viste come merce da vendere, funziona in modo molto diverso. Voi già lo sapete, ed io non perdo occasione di farvi vedere come funzionano le cose nel mondo reale per imparare poi a prenderne quanto c’è di buono. E anche quando ve ne rendete conto continuate a mantenere uno sguardo che vuole andare oltre, portandosi i sogni con sé  senza troppo sentirsene in colpa. E fate bene!
Fate bene a voler essere vivi e qualche volta a rompere le scatole, e non poco. Credo si veda quando non vi sopporto, a volte capita, ma so che capita meno di quanto pensiate. Io alla fine, con voi, mi trovo bene.
Mi trovo bene anche quando uno ad uno vi metterei un cerotto sulla bocca o una sordina per coprire gli sbraitamenti vari, e mi trovo bene anche quando vi ripeto che sembrate delle galline nel pollaio ( che aspettano il gallo che passa tra i corridoi……vero Giulia?) o quando in piena catalessi tenete lo sguardo fisso su un punto inesistente della lavagna, completamente immersi in un viaggio chiamato boh. Mi trovo bene anche quando vi guardo pensando che non abbiate capito molto di quanto ci siamo detti, e mi trovo ancora meglio quando dopo il discorso di qualcuno ce ne stiamo un po’ zitti, in silenzio, per pensare a ciò che è venuto fuori, ai segreti simbolici presenti in alcune poesie, alle parole che non si dicono e alle emozioni che non si vedono.
Insomma, quest’anno ne abbiamo passate di tutti i colori. Da quelli accesi a quelli tenui, da quelli fluo a quelli chiari, da quelli veri a quelli finti. Colori come sensazioni ed emozioni, che a volte stanno lì ad aspettarti dicendo, “mi accendi o no?!”
Anche quest’anno è arrivata l’estate, tutto un colpo dopo i freddi primaverili, ed è arrivata la fine della scuola che, nonostante tutto, ripartirà tra tre mesi. Tre mesi in cui succederà molto o poco, tre mesi in cui molti vorrebbero veder trasformata la propria vita ma solamente a pochi succederà.
Non abbiate timore, questi tre mesi ritorneranno l’anno prossimo e quello dopo ancora, per molto tempo. Se non riuscite a viverli del tutto ora, significa che non era ancora il tempo. Ma questo tempo, prima o poi, arriverà.
Ora vi saluto, dandovi un arrivederci.
Ci rivedremo l’anno prossimo?
Non lo so. Anche questo fa parte del gioco.
Au revoir
Simone Ariot


venerdì 18 dicembre 2009

IO non aspetto


Non crediate di essere né i primi né gli ultimi ad ambientare un racconto all’ interno del vostro Liceo. Prima di voi illustri scrittori e ottimi giornalisti hanno scelto i corridoi di tetre scuole italiane o i giardini dei fantasiosi e forse mai esistiti college delle eavy league britanniche per consentire ai protagonisti più o meno squinternati di evolversi nelle loro azioni quotidiane. “Il Giovane Holden” che ben presto leggerete, “Dio di illusioni” ( Tartt), “Io sono Charlotte Simmons” ( Wolfe), “Prep” (Sittenfeld) e molti altri ne rappresentano un esempio. Probabilmente la scuola è un luogo dove tutti , chi più chi meno, hanno passato tempo prezioso della propria vita stimolando la fantasia più di molte innocue e banali case! Ma possiamo immaginare soprattutto che per l’ atmosfera di costrizione educativa che si respira e l’assoluta astoricità di molte lagne quotidiane, la scuola è e rimarrà realtà odiata a sufficienza da volerci scappare ma mai abbastanza da dimenticarla o non desiderarla diversamente. Abbiamo anche noi, nella dimensione del nostro liceo cittadino, un romanzo ( un vero romanzo) ambientato ( anche se non del tutto ufficialmente) in un liceo che potremo quasi identificare con il nostro. Si chiama “IO non aspetto”, ed è il prodotto della fatica di due insegnanti che si fanno rapire dalla trama della storia per portarci dentro una matrioska che scende sino all’ abisso della coscienza. Due professori ( un uomo e una donna) che si incontrano e decidono di scrivere un libro che parla di due professori che si incontrano, s’ attraggono e si lanciano nell’ avventura di un romanzo a 4 mani all’ interno del quale rinarrano le vicende di un’ altra coppia, questa volta non di insegnanti, alle prese con l’ amore, la quotidianità, l’amicizia, il lavoro……….
Federica Niola e Adriano Gennari sono gli autori insegnanti che spesso incrociate in corridoio , autori di un romanzo originale, spinto a tratti, che non risparmia battute di critica all’ambiente scolastico e a chi lo compone proponendo un’idea a tratti realistica dei momenti della scuola italiana. Una storia dentro la storia di una storia. Complicato?Matrioska? Meno di quanto si pensi. E sapete una cosa? Saranno loro a raccontarci come nasce e si sviluppa un racconto o un libro. Verranno a trovarci in classe!
E voi, giovani e promettenti scrittori? Siete pronti a perdervi tra i corridoi del liceo nel mezzo di una ricreazione, in palestra di notte o nell’ archivio blindato dove si depositano i compiti in classe? Siete sicuri di sapervi districare, almeno nella finzione, tra un insegnante inferocito e un altro timoroso degli studenti? E a cotte e cottarelle come state messi? Immagino abbiate diverse idee, io se fossi al vostro posto avrei da scrivere per centinaia di pagine per raccontare avventure sognate o capitate, come quella volta, l’ ultimo mio giorno di lavoro nella vecchia scuola, quando la sera della festa di fine anno, nel laboratorio di meteorologia………….
Simone Ariot
Io non aspetto, ex cogita editore, 12.50 euro

giovedì 12 novembre 2009

Ma dove vai, mammina in bicicletta!


Era una scena piuttosto frequente per chi ha vissuto l' infanzia sino agli anni 80', quando di mattina, pomeriggio, o talvolta di sera, flotte di giovani o meno giovani madri ( sicuramente meno fashion di quelle odierne)sfrecciavano in città come in campagna in sella a una bicicletta rigorosamente senza palo portandosi dietro un bambino non sempre leggerissimo. Sole o nebbia, vento o pioggia, quello era l' unico mezzo a disposizione per quelle molte donne che non avevano o non volevano avere un' auto. Anni in cui le mamme stavano a casa senza essere considerate svogliate, indaffarate come poche tra fornelli e assi da stiro. Pallavolo, scout o danza che fosse erano sempre pronte ad inforcare la bicicletta ( i caschetti che si usano oggi non sapevano manco cosa fossero) e si cimentavano nella consueta passeggiata. Senza rischiare di ricevere una telefonata poichè i telefonini grazie a Dio ancora non esistevano. Avevano la sola preoccupazione di arrivare a casa sane e salve con il loro pargoletto.
Oggi, queste scene non si vedono più, le mamme che riescono ancora ad andare a prendere i ragazzini a scuola hanno sostiuito le biciclette con i più invasivi SUV, mostri a quattro ruote ma altamente chic, e la scena descritta poco sopra rimane un ricordo dell' infanzia o è relegata alla realtà delle più lontane terre di campagna.
Questa mattina, nel traffico vicentino, mi è capitata una scena che non mi aspettavo.
Un padre (evidentemente l' emancipazione femminile ha trovato la sua strada) , sulla cinquantina, che pedalava energicamente trasportando nel portapacchi di una vecchia bici da donna una ragazzina di circa 12 anni.
Non ho potuto fare a meno di subire una sorta di operazione di flasback, un remeber dei tempi passati in cui il potere dell' immagine sblocca dal congelatore della memoria figure e ricordi ormai dati per dispersi. Ma c' era qualcosa di nuovo: alla guida della bici ( per giunta da donna), c' era un uomo, che sembrava pure felice.
Siamo arrivati alla parità dei sessi, anzi al superamento?
O, molto più semplicemente, complice la crisi, riscopriamo abitudini che, in fin dei conti, non erano poi così disdicevoli?
D' altra parte, il tragitto casa scuola può offirre occasioni validissime per il dialogo padre-figlia se attuate in modo ecologico, sempre che il padre sia disposto a pedalare e la figlia a farsi vedere in compagnia del padre ( in questo caso non alla guida di mercedes o bmw ma di una semplice , e sgangherata , bicicletta).
Saranno tornati i tempi umili?
Simone Ariot

p.s: spunto per un prossimo romanzo: abitudini di un tempo che se tornassero vi farebbero felici o vi renderebbero la vita un inferno.