Translate
sabato 21 gennaio 2012
L'inforcata non convince
giovedì 3 febbraio 2011
Il Carnevale del "Piccolo Mafioso". L'ipocrisia delle parole
Tutti i giornali ne stanno parlando. Pare che la decisione di un negozio del Vomero, quartiere collinare napoletano, di esporre in vetrina un costume di carnevale da "Piccolo Mafioso", abbia suscitato l'ira e l'indignazione di mamme e genitori. Ma per meritare addirittura un servizio al TG5 significa che il fatto è considerato una notizia vera e propria. Certo, in una regione martoriata da una mafia chiamata Camorra, la trovata del costume da u' camorristello non è certamente di buon gusto, ma c'è da chiedersi quanti si sarebbero scandalizzati se invece della dicitura "Piccolo mafioso" ve ne fosse stata una che recitava "Al Capone", o "Piccolo gangster". Quando si usano le parole le cose non stanno come nella proprietà commutativa: cambiando gli ordini degli addendi ( o meglio mettendo un sinonimo) il risultato cambia. Anche quando il significato dei termini è il medesimo. E l'ipocrisia sta tutta qui.
Ma noi siamo italiani e sensazionalisti, amiamo scandalizzarci per l'utilizzo di un termine tabù ( provate a parlare di mafia in certi ambienti del sud Italia e vedrete tutti cambiare discorso) e montare casi mediatici anche quando se ne potrebbe fare a meno. La realtà di Napoli ha ben altri problemi: disoccupazione, criminalità, gestione personale del potere pubblico, rifiuti, assenza dello Stato, anche se molto spesso questi argomenti sono così scontati che non fanno notizia.
Le parole hanno il loro peso, che piaccia o no, sono come piccole identità scolpite nella memoria e in quel vissuto personale e collettivo che condiziona tutti, al punto di non riuscire più a distinguere una situazione carnevalesca da una quotidiana. Perchè il Carnevalle, e a Napoli ne sanno qualcosa, è un momento dissacratorio, pagano, che si prende gioco di ciò che si da per scontato, anche della morale pubblica.
D'altra parte a Carnevale, ogni scherzo vale. Anche se di cattivo gusto.
Simone Ariot
sabato 21 novembre 2009
Baaria: una piccola, grande storia italiana.
Non è semplice vedere ed apprezzare Baaria, un film per tutti se ci si ferma al primo livello di analisi (quello che ci porterà a dire " Film ben fatto"),ma allo stesso tempo film che diventa per pochi se si vuole entrare nel dettaglio della comprensione degli infiniti e continui riferimenti culturali disseminati nelle quasi tre ore di proiezione....
Dalle citazioni della strage di Portello della Ginestra ai nomi ( veri) dei sindacalisti ammazzati dalla Mafia. Dai versi dell' Orlando furioso cantati nei fienili dai cantari, ai detti siciliani ancora in uso nei paesini più isolati. Un insieme infinito di elementi che chi ha viaggiato con gli occhi aperti in Sicilia non può non notare, un insieme di testi e contesti che sprigionano malinconia da ogni dove.
Tornatore è un po' questo, un trionfo di riferimenti malinconici letti in chiave moderna, dalla parte di chi è consapevole che anche una storia normale, se aiutata dal contesto, può diventare una grande storia.
Simone Ariot
