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lunedì 4 marzo 2013

Alla ricerca della bellezza

Raffaello. Tre Grazie

Oggi, a scuola, si parlava di bellezza, di arte, di storia. Dall’Atene classica al Rinascimento fiorentino, di esempi in cui la storia ha portato bellezza ce ne sono molti. E sempre, senza alcuna eccezione, al principio di tutto c’era un buongoverno, retto da individui illuminati. Pericle, Lorenzo de Medici, persone accomunate dal culto bel bello, dalla ricerca di un armonia che si esplicita in palazzi, poemi, note di un pentagramma e molto altro. Una bellezze che si vede ancora oggi, perché rimane immutata, resistendo ai tempi e alla storia. Quando c’è fatica e perseveranza, le cose vengono fatte meglio, recitava il libro di testo, e rimangono. Uno spunto per avviare una discussione con gli studenti, chiedendo loro di indicare la bellezza che vedono oggi, frutto del nostro tempo. E qui cominciavano i problemi.
“Difficile trovarla tra le cose nuove, non mi viene in mente niente”, racconta Laura. “Penso ai tramonti, alla natura. Ma in effetti non è opera dell’uomo…” gli fa eco Matteo seduto due banchi dietro. “La musica è una cosa bella, ma non so se sarà ricordata nel tempo. La musica che piace a me intendo” , prosegue Valentina. In pochi minuti si parla, la classe si anima, e si fa fatica a trovare una linea, un elemento che metta d’accordo tutti. “La bellezza è soggettiva”, sottolineano i ragazzi. Certo, ma alla richiesta di definirla, entrano in crisi, e non riescono ad andare oltre a “è bello ciò che piace”.
Viene fuori, un po’ alla volta, che la bellezza è sempre più assente nella loro vita, che ormai non si sa più cosa sia. Eppure, nell’Atene di Pericle e nel Rinascimento di Lorenzo, la bellezza era riconosciuta. Sarà forse perché i governanti erano i primi a volerla cercare? Forse si. Ma chi è adulto e ha voluto trovarla, la bellezza sa che c’è. A volte è nascosta, non ha visibilità, a volte viene confusa con altro, relegata ai margini, occultata. La scuola, la famiglia, le agenzie educative, potrebbero cercarla insieme a loro, insieme ai ragazzi. Una sorta di educazione alla bellezza. Sono sicuro che gli effetti si farebbero sentire. Anche senza Pericle o Lorenzo.

Simone Ariot
*questo testo è pubblicato anche su La Nuova Vicenza

mercoledì 20 febbraio 2013

Giannino e il narcisismo pericoloso. Ma possiamo anche bypassare




Scrive  Stefano Folli sul Sole 24di oggi, a proposito di Giannino e dello scandalo sul master inesistente: "Al di là dei passi falsi del personaggio, sulle cui ragioni potrà pronunciarsi uno psicologo, resta la necessità di non disperdere il patrimonio di idee che Giannino ha saputo immettere in una delle più brutte campagne elettorali degli ultimi anni.......".

Anch’io credo che uno psicologo, o meglio uno psicoanalista, potrebbe avere molto da dire su Giannino, anzi molto da ascoltare da Giannino. Così come da Berlusconi, Grillo e altri personaggi che, di fatto, sono evidentemente affetti da un narcisismo anche patologico con strascichi di sindrome da onnipotenza diffusa. Queste situazioni portano all'inconsapevolezza di sé, al non vedere in sé cose che si vedono negli altri, a sentirsi quasi in una bolla di immunità che libera da ogni rischio. Tutti i leader della storia lo sono stati. Anche Gandhi. Per esporsi mediaticamente come outsider, è necessario essere narcisisti. Senza, non ci si potrebbe nemmeno candidare come rappresentante d’istituto al liceo.
E’ un dato di fatto.
A Giannino ha fregato l’inesperienza da outsider politico. La novità. Non è inesperto di politica, sia chiaro. Ne sa più di tutti gli altri, questo è evidente anche a chi lo odia. Manca l’esperienza della politica dal basso, quella che si fa probabilmente in consiglio comunale, in provincia potremo dire. Perché se ci fosse stata, si sarebbe già creato un episodio simile nella sua vita, e avrebbe così imparato a frenare certi impulsi che invece, in una campagna elettorale nazionale, non si fanno perdonare.
Chissà cosa passava per la sua mente quando, in più occasioni, ha sentito il bisogno di mentire sui titoli. Forse la frustrazione di non essere titolato (laurea o master che sia) quando da un personaggio come lui ci si aspetterebbe che lo fosse? Forse. Oppure l’insicurezza, che sta spesso alla base dei narcisisti, l’essere tanto apparentemente sicuri quanto realisticamente insicuri? Forse.
Ma siccome non siamo al festival della psicoanalisi e nemmeno in un corso di storia contemporanea del 2025 in cui si raccontano i fattacci della campagna 2013, credo che questo fatto si possa anche superare. Onestamente, se ha mentito, la questione mi infastidisce. Perché è un errore che si farà pagare. Ma se mi soffermo sull’oggetto su cui si dibatte………ci passo sopra. L’elettore, oltre al personaggio, sarebbe il caso che guardasse anche al programma. Come d’altra parte fanno per gli altri politici. Nei confronti di un Grillo condannato all’omicidio, un Berlusconi indagato, un Bossi o altri  che nella storia hanno avuto comportamenti a sfondo razzista in numerosissime occasioni.
Onestamente, che abbia o meno un master e le due lauree, non mi interessa proprio. E la menzogna riguarda lui e la sua sfera personale e non l’aria nuova che ha portato alla politica italiana in cui, master o non master, ce n’era evidentemente bisogno. D’altra parte, se un politico dice alla moglie di amarla e poi la tradisce, non significa che non possa essere un buon amministratore della cosa pubblica. Da che mondo e mondo.
Simone Ariot 

giovedì 24 gennaio 2013

La scuola è il parco giochi dell'irrealtà


Evento inaugurale di Corriere innovazione

È difficile, dopo aver partecipato all’evento per la presentazione del Corriere Innovazione, nuovo format/magazin/sito/comunità  made in Corriere, essere propositivi rispetto la questione scuola/istruzione/. Soprattutto se, poche ore prima, il contenitore del mio tempo non era il Diesel Village di Breganze ma l’aula insegnanti del liceo dove insegno.
Due pesi due misure si dice.
E invece no. I due pesi dovrebbero avere le stesse misure. Gli stessi colori e lo stesso impatto. Solo il pubblico poteva cambiare.
Perché scuola e innovazione dovrebbero essere un tutt’uno. Una sorta di Giano bifronte iper connesso , ma  speculare. Un costrutto unico, che si fonde e diviene simbolo del divenire. Parole a vanvera diranno alcuni, e forse è vero. Ma intanto dentro di me immagino un nuovo reality show in cui l’obiettivo, per una persona normale, è resistere all’interno di una scuola. Magari all’interno di un collegio docenti, dove si può discutere per oltre un ora su quali possano essere i criteri da adottare nella selezione degli eventuali studenti  in esubero al momento dell’iscrizione.  Piccolo particolare, nella scuola in questione c’è il problema opposto. Di studenti negli ultimi anni ne stanno arrivando sempre di meno, mettendo a rischio alcuni posti di lavoro dimostrando che c’è qualcosa che non va. Resistere in un reality in cui in gioco si mette il non senso, lo spreco dei talenti, o la loro demolizione (una delle attività preferite della scuola)
Mi raccomando però, non diciamolo.
La scuola preferisce continuare a vivere un mondo in cui non esistono interlocutori se non sé stessa o il passato. Un mondo in cui non ospitare eventuali  confronti ed ascolti, ma dar spazio alla sola, unica e indissolubile via. Quella dell’autoreferenzialità, della chiusura. E guardare il resto come se fosse sempre un male.
La vedo proprio così la scuola. Come un parco giochi dell’irrealtà. In cui si gioca a un gioco senza senso, che insegna le regole di un mondo vecchio e superato, e allontana invece ciò che di reale c’è fuori dalle sue porte.
Aiuto

Simone Ariot

p.s: comunque, fuori dalla scuola le cose si muovono. O per lo meno desiderano muoversi. Almeno li' 

martedì 8 gennaio 2013

Una cena 2+2. Io, te e i nostri smartphone

Una coppia che non dialoga.....se non con il proprio smartphone...



Una pizza fra amici, quattro birre e molte cose da raccontarsi.
 Sembrano gli ingredienti perfetti per una serata libera da impegni e routine, ma da qualche tempo a questa parte è sempre presente l'intruso. O meglio, gli intrusi. Non si tratta delle fidanzate di turno o di sveglie che suonano per ricordare un impegno preso. Ma degli oramai insostituibili smartphone. 
Immagini come questa non sono rare e stanno diventando tristemente ricorrenti. Non passano cinque minuti da quando ci si siede che conquistano la ribalta, uno dopo l'altro, i più moderni e tecnologici gingilli. Non per essere mostrati, perchè questo lo si faceva qualche anno fa, quando si respirava ancora il profumo della novità. Ora a nessuno interessa osservare e valutare l'Iphone di Luca o il Samsung-Android di Marco. Queste cose le fanno coloro che ancora non li possiedono, immaginando possa trattarsi di oggetti semi divini. Ognuno si eclissa nel proprio mondo, connettendosi sui social network, geolocalizzandosi, riorganizzando o taggando foto scattate in ogni mentre e in ogni dove. I quattro amici diventano quattro estranei e il telefono non  vale più una sbirciatina tra una conversazione e l'altra, per controllare se la fidanzata ha chiamato. Succede il contrario, e tra un aggiornamento andato a buon fine e l'ultima applicazione scaricata può capitare che ci si sfiori con gli sguardi per un segno di approvazione. 
Ormai è la prassi, non c'è più nulla di cui stupirsi. L'uomo è diventato una sorta di estensione del proprio smartphone,  nemmeno il contrario, e da lui e su di lui dipende la propria vita.
Arriva una pizza dall'originalissimo abbinamento prosciutto e funghi? Fotografiamola, taggandoci sopra chi ci guarda su Facebook e commentandone il gusto.
Sentiamo dal tavolo vicino nominare un termine sconosciuto? Colleghiamoci a wikipedia e tutto è risolto. Non importa se abbiamo fatto il classico e potremo dedurne l’etimo.
Una musica in sottofondo che ti piace ma non conosci? C’è Shazam e in cinque secondi conosci titolo ed autore.
Per carità, grandi invenzioni, ma alla fine, da quella serata, non ci rimarrà un gran ché del nostro amico con cui abbiamo cenato, o della nostra compagna/o. Perché queste cose succedono sempre più anche alle coppie e i rapporti perdono di senso e spessore.
E allora non stupiamoci se un ristoratore di Los Angeles, Mark Gold , ha deciso di applicare uno sconto del 5% ai clienti che “riescono” a spegnere il telefono a pranzo o cena, per non disturbare ma soprattutto per non isolarsi, restituendo senso ad un momento, quello conviviale, che serve anche ad unire e creare socialità. Ma siamo sicuri che iniziative come queste riusciranno ad attecchire?    

Simone Ariot

mercoledì 5 dicembre 2012

I dialetti italiani....interpretati da Enrico Brignano




Enrico Brignano è un comico dallo straordinario talento. Come tutti i talentuosi, con poco sforzo e molta genialità può trasferire concetti ed emozioni, ma allo stesso tempo può insegnare. Ho ascoltato ore e ore di lezioni sulla storia della lingua italiana, ho letto libri, ho studiato manuali. Ma in nessun caso ho mai trovato un esempio così chiarificatore come quello che qui sopra si vede e si ascolta. L'Italia è una, ma sono cento allo stesso tempo, come i suoi campanili, come le sue lingue, come i suoi dialetti e i suoi accenti. Ascoltatevi tutti questi 10 minuti di pura genialità. A 1:45 comincia la festa.
Simone Ariot

sabato 1 dicembre 2012

Reato d'opinione? leggetevi l'articolo incriminato del caso Sallusti

Alessandro Sallusti

Non potete non aver sentito nulla sulla questione di Sallusti, il direttore del Giornale arrestato questa mattina, poi evaso dagli arresti domiciliari e riarrestato. Il motivo? Reato d'opinione, nemmeno commesso direttamente da lui, ma da Renato Farina, giornalista e senatore che nel 2007 scrisse l'articolo incriminato. Si parlava di politica? c'era di mezzo qualche ministro? capi di stato o grandi imprenditori inquisiti o loscamente presenti nelle dinamiche mafiose? No.
L'articolo, che potete leggere a questo link e che non voglio copia-incollare perchè non vorrei essere io stesso indagato, parla di un aborto. Nello specifico di un aborto che ha subito una ragazzina 13enne, desiderosa di tenere il bambino contro la volontà dei genitori e il parere dei medici.
Per carità, una questione che potrebbe accendere infiniti dibattiti, o sviluppare una sorta di round all’ultimo sangue tra sostenitori del diritto alla vita e filoabortisti. Ma la questione è un’altra, almeno per noi. Perché l’articolo in oggetto ha portato all’arresto del direttore responsabile a causa di una legge, quella sul reato d’opinione, che molti considerano inadeguata e da cambiare. Come prima cosa è una legge le cui cause collegate ricadono sul diritto penale e non civile (quindi di mezzo c’è il carcere), evidente retaggio del ventennio fascista, che solitamente vengono applicate in misura minore, convertendo la carcerazione con una multa, cosa che non è avvenuta in questo cosa.
Provate a leggervi l’articolo incriminato, potete stare dalla parte dell’autore o avere un’altra posizione, ma il fatto che questo abbia portato ad una carcerazione è scandalosamente grave. Anzi, meglio usare il condizionale e dire che “potrebbe” essere grave. Non vorrei mai essere denunciato anch’io.

venerdì 16 novembre 2012

Quando è l'artista a raccontarti l'arte


Non conosco l'arte.
La mia cultura storico artistica è assai limitata. Non un esame di storia dell'arte inserito nel piano di studio universitario, poche letture riguardanti l'argomento, un numero di musei visitati probabilmente superiore alla media nazionale ma non certo elevato. Posso conoscere a grandi linee le caratteristiche di uno stile o di un determinato periodo artistico, magari facendo il nome di un qualche autore punto di riferimento. E poco altro. Se vedo un quadro, o se sento il nome di un autore che non sia il solito Raffaello o Picasso, non arrivo nell'immediato a contestualizzarlo, immaginando una dopo l'altra le opere che portano la sua firma, come invece potrei fare con gli autori della letteratura italiana.
Sono insomma un semianalfabeta artistico. E se aggiungiamo il fatto che le mie doti grafiche nell'utilizzo della matita o dei pennelli hanno solo il merito di farmi prendere del ridicolo, posso certamente dire che non sono certamente una persona dalla formazione o dalla cultura artistica.
All'arte però mi sono avvicinato anch'io. In punta di piedi direi, con la posizione distaccata di chi sa di non sapere. Forse non ho scelto di avvicinarmi, ma mi sono trovato lì. E il contatto è stato sicuramente privilegiato. L'arte la sto conoscendo partendo dagli artisti, che questa volta non sono morti da almeno cent'anni, ma se ne stanno lì, davanti a me, a raccontarmi la loro storia. Per il lavoro che faccio, infatti, mi è capitato e mi capiterà di raggiungerli, ascoltarli e raccontarli attraverso un articolo, o una mostra.
E' buffo, perchè sarebbe più logico pensare che questo possa capitarmi con la letteratura. E invece no, a prendermi per mano sono gli artisti delle arti figurative e pittoriche, oppure gli architetti e i designer, a metà strada fra arte e professione.  Nel tempo ho cominciato a conoscerli, inizialmente osservandoli in silenzio.
Con loro in molte occasioni si è creato un rapporto di reciproco scambio, dove io me ne stavo ad aspettare che si creasse quel clima che mi permettesse di chiedere loro qualcosa, spesso indipendentemente dalla necessità giornalistica. Da uno sono diventati due, poi tre......ora non saprei contarli tutti, ma ho una certezza. Conoscere l'arte attraverso questo modo è decisamente meglio. Capire, o cercare di capirla direttamente dall'incontro con persone come Bruna Lanza, Giorgio Dalla Costa, Mattia Trotta, Toni Zarpellon, Stefano Luciano ed altri ancora è un privilegio. Anche loro sono tra i protagonisti dalla contemporaneità. Sono loro che vedono le cose prima degli altri e che possono anticiparcele, mostrarcele. Ed è un enorme privilegio. Non solo per il fatto che spesso e volentieri i nostri incontri si concludono con una loro opera che mi viene data in omaggio, ma soprattutto perchè mi consentono di guardare le cose con uno sguardo diverso, che spesso si spoglia di una serie infinita di costrizioni e pregiudizi che in modo quasi paradigmatico abbiamo.
Bruna Lanza

Toni Zarpellon
Mattia Trotta



Giorgio Dalla Costa

Stefano Luciano


Ieri ad esempio ho conosciuto Toni Zarpellon, un artista  da cui dovevo stare poco più di mezz'ora. Alla fine le ore sono diventate quattro, in mezzo c'è stato un trionfo di penne all'arrabbiata e tante, tante storie raccontate. Le storie delle cave di Rubbio, dove con pennelli e colori ha trasformato la roccia in volti e sensazioni umane,  oppure la storia che l'ha portato a cercare una pace quasi in mezzo al bosco, sulle colline di Marsan, dove la sua casa/studio è un deposito di memorie, teorie, opere. "Geni si nasce, imbecilli si diventa".  Questa frase era scritta in un cartello appeso all'entrata di casa sua, fiera e rivelatrice di una verità forse un po' scomoda. Una grande verità. Eppure pare quasi che ogni giorno, quasi faticosamente, scegliamo un po' tutti di diventare imbecilli, scordandoci di alcuni bisogni naturali, del contatto con noi stessi, l'altro, la natura, risucchiati come invece siamo dalla frenesia e da tempi che corrono e stritolano. 
Cave di Rubbio
Arte per me è anche questo, incontrare una persona che aiuta a far pensare, a mettere in discussione alcune proprie sicurezze, a sentirsi stabili nell'instabilità.

p.s: Toni Zarpellon è un signore. Mi ha accolto a casa sua e mi ha offerto un pranzo che non dimenticherò.



mercoledì 24 ottobre 2012

Impegni e giramenti vari



A volte, se non pubblico con costanza, è perchè ho altro da fare. O semplicemente perchè ho le palle girate. Ecco, in questo caso per tutti e due i motivi.
Quindi pazientate ancora un po'.


Simone Ariot

lunedì 8 ottobre 2012

Ho donato 20 euro a Wikipedia



L’ho fatto d’istinto, senza pensarci un momento. Semplicemente perché Wikipedia stesso me l’ha proposto attraverso una comunicazione su un banner posizionato in alto nella pagina del sito.
Non ci ho pensato un attimo perché è stato immediato in me il rendermi conto che Wikipedia fa parte della mia quotidianità, del mio lavoro, del mio tempo libero.  Non ci ho pensato perché per mille volte che mi ha aiutato Wikipedia, per una volta posso farlo io.
Enciclopedia libera, certo. Ma se le voci inserite una ad una sono frutto del lavoro volontario di milioni di utenti che, prima o poi, decidono di scrivere una “voce”, un sito così mica si tiene in piedi da solo.  A colpirmi è stato questo messaggio, scritto appunto in un banner nero in alto sul sito.
§  -    Wikipedia è un’organizzazione no-profit, eppure è il quinto sito web al mondo
al  Per proteggere la nostra indipendenza, non vedrai mai pubblicità sul nostro sito.
§  Google e Yahoo hanno migliaia di server e dipendenti. Noi abbiamo 641 server e 140 collaboratori.
 Se ogni lettore donasse 5 euro, basterebbe un’ora per raccogliere i fondi che ci servono. Fai una donazione per mantenere Wikipedia libera.
Sostienici  
Solo dopo aver donato i 20 euro ( con una semplicità a cui i siti di e-commerce dovrebbero ispirarsi) mi sono posto alcune domande.
Ho fatto bene? Sono stato un fesso?
E ancora, me lo devo tenere per me? Lo devo dire in giro?
Si, lo devo dire in giro. Non per autocelebrarmi, perché il gesto non è certo particolarmente meritevole o raro. Ma perché come me forse molti non ci avevano mai pensato. Oppure hanno detto “la prossima volta”, oppure si sono fatti spaventare dalla procedura che chiede il numero di carta di credito.
E la conferma che sia stato un gesto giusto viene dai molti “mi piace” che in pochi secondi si sono aggiunti alla mia dichiarazione di status su Facebook in cui dicevo semplicemente Ho appena donato 20 euro a Wikipedia e mi sento meglio. In effetti mi sono sentito meglio.
Chiaramente lo si fa se ce lo si può permettere, ma considerando che la donazione minima è di 5 euro direi che possono permetterselo in molti.  E in molti vivono a contatto con Wikipedia ogni giorno.
Come giornalista e insegnante ne faccio largo uso,  per sincerarmi rispetto ad una pseudo certezza che ho, per scoprire cose nuove, per ritrovare concetti vecchi.
Donare 5 euro a Wikipedia è donare una piccola ma preziosa parte di libertà alla conoscenza, all’informazione, al progresso.  

Simone Ariot

giovedì 27 settembre 2012

A volte si muore

Maestro Giuseppe Nordio

C'è anche Lei.
C'è anche la Morte. 

Maiuscola come una sorta di entità più grande a cui si deve rispetto, forse perchè la si teme o forse perchè non la si conosce se non nelle proiezioni che ci facciamo. Però c'è.
A volte arriva all'improvviso come nel caso del Maestro Nordio, che pochi giorni fa se ne è andato in silenzio, in solitaria, senza fare troppo rumore. 
Non conoscevo bene il Maestro Nordio, ci avevo parlato qualche anno fa in una delle mie prime supplenze alle elementari, nella scuola dove insegnava, mentre ancora studiavo all'Università. Allora come adesso incontrare un maestro maschio in una scuola elementare era cosa rara e inaspettata, una sorta di evento straordinario. Ma quando capitava mi faceva sentire più umano e meno animale in estinzione. Con il maestro Nordio condividevo questo, la scuola. E soprattutto l'essere un maestro elementare, titolo di cui vado fiero ancora oggi, più di quello professorale. Ricordo che il maestro Nordio, Beppe come lo chiamavano gli alunni, stava bene un po' con tutti, con i colleghi e con i bambini, soprattutto con i bambini. Cercando in internet qua e là si trovano testimonianze di alcuni suoi ex alunni che lo ricordano citando aneddoti e momenti di vita scolastica e non solo. Una vita passata nella scuola, vissuta per la scuola e per lo sport.......e soprattutto dedicata ai bambini, quei bambini con i quali parlava e si divertiva, ma che allo stesso tempo sapeva sgridare e avvicinare allo studio. Il Maestro Beppe però non è l'unico ad essersene andato in questi ultimi tempi.  Prima di lui, la morte ha chiamato Alvise Ravazzolo , 


Alvise Ravazzolo
un amico amante della montagna che in montagna ha perso la vita, tradito da una natura che ancora oggi sa essere matrigna, anche se la si rispetta e la si ama. Perchè Alvise la montagna l' amava, e sono sicuro la ami ancora oggi. Con lui ho fatto il mio primo e unico serio Trekking della mia vita, tre giorni e tre notti in val Travenanzes, dalle parti di Cortina, in luoghi e paesaggi che non credevo esistessero. Elvis era più giovane di qualche anno, ma era di gran lunga più esperto di montagna e vita all'aria aperta. Lui e la natura erano un tutt'uno, dialogavano con una semplicità e con un rispetto quanto più naturale si potesse immaginare. Ricordo che avevamo raggiunto le montagne a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen partendo di notte per arrivare all'alba. 5 disperati pronti a spaccarsi la schiena, ma ben equipaggiati. Non certo per merito mio, il più scarso del gruppo. Elvis era il più giovane, si era da poco diplomato al Pigafetta. Jacopo Nordera il più grande, una sorta di nostra guida alpina personale e mentore del gruppo. Poi c'era Nicola Rezzara e Matteo Bozzo, mio cugino. Un gruppo misto, improbabile, messo insieme in quattro e quattrotto ma molto entusiasti.  In quei giorni abbiamo riso e scherzato, ma anche condiviso momenti importanti ed emotivamente forti. La montagna, e la natura in generale, fungono come da collante e da detonatore emotivo. E' come se le emozioni  le si provasse più intensamente, come se fossero più forti. Negli anni successivi ho visto Alvise molto poco, giusto quei momenti in cui ci si poteva comunque dare un'abbraccio e raccontarsi velocemente le ultime imprese della vita, come l'ultimo nostro incontro di fine luglio, del tutto casuale, in Croazia. E anche in quell'occasione il suo sorriso e il suo abbraccio mi sono venuti incontro. Già, perchè Alvise aveva una bellissima e rarissima abitudine: Sorrideva, ma soprattutto ti stringeva con un bell'abbraccio. Cose d'altri tempi. 
Sono felice di averti incontrato nella mia vita.

Simone Ariot
   

mercoledì 19 settembre 2012

Ricomincio da 100 (post)




A volte, per ripartire, serve una scossa. O uno scossone. 
Serve uno stimolo che ci fa riprendere, vedere all'orizzonte la direzione, e partire.
Ma se la pausa è durata tre mesi, più che una scossa serve un terremoto. Di quelli emotivi.
Il mio terremoto emotivo per riprendere in mano il blog dopo la pausa estiva ha avuto epicentro ieri pomeriggio, nella campagna tra Verona e Vicenza. 
Me ne stavo alla guida della mia auto ascoltando Radio24, stazione che mi accompagna nelle giornate  alla guida parlandomi di tutto e di più. Ascoltavo "I Magnifici destini", trasmissione tanto riuscita quanto entusiasmante in cui si raccontano i momenti di vita salienti di quelle persone che lasciano il segno nella storia, che siano cantanti o capi di stato, guide spirituali o campioni olimpionici. La puntata del giorno raccontava la vita spericolata di Vasco Rossi, cantautore dall'indubbia popolarità, amato oppure odiato, uno di quegli uomini per cui la via di mezzo non esiste. Per fortuna.
La storia di Vasco potete ascoltarvela qui  e di sicuro non vi annoierete. La storia di questo blog invece, per chi non la conoscesse in quanto non lettore seriale, nasce 100 post fa, nel settembre 2009, quando in preda ad una crisi esitenzial-professionale decisi di dare una svolta nel modo di fare didattica. Da quel momento sono cambiate tante cose, professionalmente e personalmente, alcune anche grazie a questo blog, che nel frattempo è arrivato a superare le 60.000 visite. 
I blog, si sa, sono tanto facili da far partire quanto difficili da mantenere. Il 90% di loro non supera il primo mese, molti non arrivano al secondo post e pochissimi superano il primo anno di vita.
Parolefantasiose sembra sopravvivere anche se non sempre puntuale nelle uscite, ma ci si difende.
Non voglio però parlare del blog ed essere solo autoreferenziale, voglio ri-accogliere tutti quelli che vorranno contribuire leggendo e commentando, approvando e disapprovando, costruendo o distruggendo tutto ciò che si dirà.
Ma cosa centra tutto questo con Vasco Rossi? Forse nulla, forse era solo un pretesto. Ma mi è venuto in mente, e l'inconscio a volte lancia molti più messaggi di quanto si pensi. Tra i tanti messaggi , ce n'era uno che mi diceva in modo esplicito "Svegliati blog, è ora di rinascere". Ed ora, beccatevi Vasco, in una canzone vecchia e semisconosciuta.





Simone Ariot

lunedì 18 giugno 2012

Che l'estate sia con voi (tanto poi ci rivediamo!)





Cari studenti,
sono in ritardo lo so.
E sono pure stato poco diligente perchè avrei dovuto scrivere di più e più frequentemente, soprattutto in questo ultimo periodo. Ma “meglio tardi che mai….” potrei dire, un po’ per giustificarmi e un po’ per farvi vedere che comunque il post di fine anno è arrivato, anche se non puntuale.
Un anno scolastico passa in fretta, sempre più in fretta. 8 anni fa, quando entravo per la prima volta in un’aula di liceo come insegnante, le giornate passavano ancora lentamente. Le ore sulla cattedra erano di più (nelle scuole private gli insegnanti lavorano molto di più, e in condizioni più difficili, guadagnando di meno), i problemi in classe erano ben più seri, i confronti con i colleghi molto più costanti. Con gli anni le cose sono cambiate, trasformandosi, ed evolvendosi. 
Ora le ore in classe sembrano più veloci e leggere, il tempo passato a casa nel preparare le lezioni e correggere le verifiche si è andato razionalizzandosi in modo decisivo, e sono subentrati nuovi e importanti impegni. Ormai il mio essere insegnante è in perenne dialogo con il mio essere giornalista ed altre avventure professionali sono entrate in modo stabile e accattivante nella mia vita. Ma la scuola rimane sempre lì. Non voglio abbandonarla, perché mi piace e mi nutre, mi consente di confrontarmi continuamente con menti giovani e disposte al dialogo e all’ascolto, di offre spunti e suggerimenti costanti e continui e soprattutto mi guida, fungendo come da regolatore dei mille salti e movimenti  che la mia mente fa. Si, la scuola per me è quasi come una terapia, ma allo stesso tempo un viaggio (anche un po’ una vacanza), che faccio mai solo ma sempre accompagnato da voi studenti.
Voi, diversi l’uno dall’altro come diverse sono le pietre di mille ambienti lontani, ogni giorno mi ricordate di essere un uomo, o meglio un essere umano. La fuori, dove contano i numeri e i profitti, dove le persone sono rappresentati da codici e le passioni viste come merce da vendere, funziona in modo molto diverso. Voi già lo sapete, ed io non perdo occasione di farvi vedere come funzionano le cose nel mondo reale per imparare poi a prenderne quanto c’è di buono. E anche quando ve ne rendete conto continuate a mantenere uno sguardo che vuole andare oltre, portandosi i sogni con sé  senza troppo sentirsene in colpa. E fate bene!
Fate bene a voler essere vivi e qualche volta a rompere le scatole, e non poco. Credo si veda quando non vi sopporto, a volte capita, ma so che capita meno di quanto pensiate. Io alla fine, con voi, mi trovo bene.
Mi trovo bene anche quando uno ad uno vi metterei un cerotto sulla bocca o una sordina per coprire gli sbraitamenti vari, e mi trovo bene anche quando vi ripeto che sembrate delle galline nel pollaio ( che aspettano il gallo che passa tra i corridoi……vero Giulia?) o quando in piena catalessi tenete lo sguardo fisso su un punto inesistente della lavagna, completamente immersi in un viaggio chiamato boh. Mi trovo bene anche quando vi guardo pensando che non abbiate capito molto di quanto ci siamo detti, e mi trovo ancora meglio quando dopo il discorso di qualcuno ce ne stiamo un po’ zitti, in silenzio, per pensare a ciò che è venuto fuori, ai segreti simbolici presenti in alcune poesie, alle parole che non si dicono e alle emozioni che non si vedono.
Insomma, quest’anno ne abbiamo passate di tutti i colori. Da quelli accesi a quelli tenui, da quelli fluo a quelli chiari, da quelli veri a quelli finti. Colori come sensazioni ed emozioni, che a volte stanno lì ad aspettarti dicendo, “mi accendi o no?!”
Anche quest’anno è arrivata l’estate, tutto un colpo dopo i freddi primaverili, ed è arrivata la fine della scuola che, nonostante tutto, ripartirà tra tre mesi. Tre mesi in cui succederà molto o poco, tre mesi in cui molti vorrebbero veder trasformata la propria vita ma solamente a pochi succederà.
Non abbiate timore, questi tre mesi ritorneranno l’anno prossimo e quello dopo ancora, per molto tempo. Se non riuscite a viverli del tutto ora, significa che non era ancora il tempo. Ma questo tempo, prima o poi, arriverà.
Ora vi saluto, dandovi un arrivederci.
Ci rivedremo l’anno prossimo?
Non lo so. Anche questo fa parte del gioco.
Au revoir
Simone Ariot


venerdì 25 maggio 2012

Incontrando Milo Manara


Un giornalista ha il privilegio di incontrare personalità importanti. Politici, grandi imprenditori, sportivi famosi in tutto il mondo. Molto più raro è quando, oltre al personaggio, si trova la persona. In questi casi il privilegio diventa un piacere, una vera e propria occasione della vita. Ieri, per la rivista Sei Magazine, ho intervistato Milo Manara, il più autorevole esponente dell'arte del fumetto artistico in Italia, e forse nel mondo Le sue creature, come la seducente Miele ( nomen omen) , hanno scandalizzato e attratto le menti di uomini (e non solo), che grazie all'immaginazione hanno esplorato mondi che solo la fantasia può inventare. Erotismo, fascino e attrazione, ingredienti onnipresenti nella vita, e quindi nell'arte. Ma l'arte, controllata nelle epoche dai censori di turno, non è sempre riuscita ad esprimere in piena libertà le emozioni e gli istinti umani. In passatosi doveva giocare con le parole, usare simboli più o meno noti, rischiare il rogo o inimicarsi i potenti di turno. Salvo poi produrre su commissione quanto di più vietato esistesse. Per Milo Manara non è stato così, gli scandali non hanno dominato la sua vita,  perchè l'erotismo che contraddistingue i suoi lavori non hanno mai sfociato in pornografia. "Tutte le invenzioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno trovato nella pornografia un perfetto campo d'azione. La Polaroid, internet, la viedocamera....., mentre l'arte figurativa, o il fumetto, prevedono ancora l'immaginazione, l'erotismo. Altra cosa rispetto l pornografia", spiega il maestro. E non possiamo dargli torto, perchè nell'osservare le sue donnine giovani e sensuali non si percepisce un mondo sporco o malsano, ma la semplice esternazione dei desideri umani, ancestrali. "Il fumetto è un pugno in faccia al super io, uno sfogo che ogni uomo o donna può consentursi."
Già, perchè contrariamente alle altre arti figurative, il fumetto è popolare e accessibile, motivo per cui ancora oggi molti la considerano una'arte di serie B, alla portata di tutti, ma in realtà importante e fondamentale quanto le altre arti. Con Milo abbiamo parlato per un paio d'ore, affrontando molti argomenti, anche al di là dell'arte, ma anche sbellicandoci dalle risate nel ricordare aneddoti o fatti che l'hanno visto protagonista, insieme a mostri sacri come Hugo Pratt, Federico Fellini o Andrea Pazienza, morto troppo giovane per essere conosciuto dai più, troppo presto perchè al mondo aveva ancora tante cose da dare. Ora è rimasto lui, Milo Manara, fumettaro come si definisce, ritirato sulle colline della Valpolicella dove vive e lavora. Nel suo studio, una piccola stanza dove il legno dei pavimenti è coperto da centinaia di libri e disegni, guarda tutte le colline, e quella pianura che negli anni si è trasformata.
Ma per saperne di più.....dovrete aspettare la pubblicazione di Sei Magazine, in uscita a fine giugno come allegato gratuito al Giornale di Vicenza, L'Arena e Brescia Oggi. Leggetelo, vi racconterò Milo Manara  fino in fondo, toccando temi inediti fin'ora inespressi. Il tutto fotografato da Lorenzo Rui.

Milo Manare e Simone Ariot nello studio del Maestro


Simone Ariot

lunedì 7 maggio 2012

Assemblee d'istituto oggi. Cazzeggio libero e collettivo


Questo sarà un post impopolare, ma avevo due possibilità. Commentare un interessante articolo  scritto da Marco Rossi Doria, sottosegretario all'istruzione, che riprende una questione molto cara alla scuola italiana, o meglio a chi la scuola l'ha pensata e studiata partendo dalla considerazione di Don Milani. Oppure cogliere l'attimo che mi si è presentato davanti questa mattina, quando ho scoperto che gli studenti della scuola in cui insegno chiedevano di poter svolgere un' "assemblea d'istituto" al parco Querini, parco pubblico a meno di un km dalla sede del liceo.
Forse chi legge potrà chiedersi cosa c'è di male nel voler organizzare e realizzare un'assemblea all'interno di un parco, dove gli studenti in questo maggio che finalmente ci regalerà un sole ritardatario potrebbero sciallare  amichevolmente. Effettivamente non è tanto il luogo in cui si chiede di celebrare l'assemblea  che mi sconvolge, quanto i contenuti. Negli ultimissimi anni infatti le assemblee d'istituto non prevedono più discussioni e dibattiti su temi collegati alla scuola (se non in qualche misura eccezionale, e comunque condotti  da insegnanti o esperti esterni) quanto la realizzazione di spettacoli, corsi, laboratori e momenti di socialità diffusa. Non più la cara e vecchia palestra gremita di studenti accalcati che stanno in fila per prendere la parola scagliandosi l'impossibile nelle rimbalzose offese tra fasci e compagni, ma momenti di ilarità collettiva in cui potersi impratichire in attività laboratoriali che esplorano vari argomenti, tra i quali:
  • Laboratorio di cucina
  • …..di giocoleria
  • ….di ballo caraibico
  • ....   di blog
  • …..  di espressione creativa
  • …..di yoga
  • …..discussione sulla Tav
  • ………..di mille latre cose.
  • ….orientamento universitario

Per carità, tutte belle iniziative. Una l’ho pure condotta io ( laboratorio sul blog), ma avrebbe avuto più senso farlo in un altro momento e mi chiedo il motivo per cui in un’assemblea studentesca non si possa parlare dei problemi veri e propri che vivono gli studenti quotidianamente: mancanza di spazi, litigi con i professori, diritti dello studente, aggiornamento tecnologico a scuola, il bluf dei programmi, le azioni intimidatorie di alcuni docenti, l’orientamento politico di una dirigenza piuttosto che un’altra…... Insomma, parlare di argomenti che riguardino la vita quotidiana di uno studente reale. Invece no, di questi problemi a scuola non se ne parla, salvo poi passare ore ed ore in chat a dire a questo o quell’altro compagno di classe quanto ci si senta male, quanto i professori siano cattivi e quante altre nuove compagne siano diventate anoressiche. Si, ad esempio di questo se ne potrebbe anche parlare, invece che far finta di nulla. Ogni tanto, o meglio, ogni due per tre, a scuola sfilano scheletri travestiti da persone che dicono in un modo o nell’altro che stanno soffrendo. “Non mangio, sto male”. Ma nessuno sembra accorgersene, se non gli impiegati di Villa Margherita, clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari che sembra aver fatto una convenzione con la scuola in cui insegno, da quante studentesse (tutte con medie elevatissime) riesce ad accogliere ogni anno. Ma l’importante è non parlare nemmeno di questo. Allora, alla fin fine, mi chiedo perché gli studenti non sentano il bisogno di parlare di queste cose. 
Quando nel 1997 facevo il rappresentante d’istituto al Fogazzaro le assemblee che organizzavo erano momenti in cui scannarsi, discutere, litigare se fosse stato necessario. Momenti in cui volevamo prenderci lo spazio per affrontare i problemi che sentivamo  all’interno della scuola, della nostra scuola. Tutti insieme, 1300 persone che discutevano. Chi non aveva il coraggio di prendere la parola al microfono scriveva un biglietto che veniva letto da uno di noi. Chi voleva parlare direttamente, lo faceva. La scuola allora era diversa. Sono passati solo 15 anni ma era veramente diversa. Non c’era internet prima di tutto, solo alcuni geek della prima ora lo avevano a casa, ma era una rarità. Non c’erano le mail di classe, lo psicologo scolastico, o i voti nel registro elettronico. La scuola era molto diversa perché se uno studente prendeva 4 tornava a casa e si trovava 4 sberle stampate sul viso. Oggi dare 4 significa spesso e volentieri doversi giustificare con il genitore di turno che ti rinfaccia la genialità del figlio e la tua incapacità nel comprenderla. Ma soprattutto all’epoca le assemblee volevamo organizzarle noi, da soli, senza l’aiuto degli insegnanti (che erano un po’ tutti nemici, e questo non è detto che fosse positivo). Volevamo organizzarle noi perché potevamo creare e fare qualcosa, noi, con le nostre forze. Personalmente, in quei momenti, ho imparato moltissimo. Credo di poterla considerare la mia prima vera esperienza di lavoro, anche se non retribuita. Passavo ore su ore a programmare le assemblee, e molte erano le ore di lezione che perdevo, ma poi mica me le scontavano, anzi,dovevo recuperarle da solo, muci muci in silenzio, sapendo che all’interrogazione mi avrebbero chiesto ancora di più. Eppure, come direbbe Renzo Tramaglino, ho imparato, e quelle esperienze sono state fondamentali. Ma evidentemente questi sono pensieri vecchi, oggi si preferisce sciallare a seguire un corso di ballo caraibico in palestra, tanto i problemi non ci sono. 
Forse è proprio così, e allora sciallamoci tutti al parco.

Esempio di assemblea "scialla", inutile, in pieno stile 2012. 


Simone Ariot

lunedì 23 aprile 2012

Li chiamavano "matti"



Una volta era più semplice, e ci si limitava a chiamarli matti, folli, fuori di testa o scemi. Li si nascondeva in casa, come mostri di cui vergognarsi, come esseri non esseri a cui a malapena ci si avvicinava, perchè molto spesso li si odiava. Nelle isolette, o nei posti di mare, si dice che a volte, da bambini, partissero con i padri pescatori e che misteriosamente cadessero in mare, al largo, inghiottiti da un vortice, o più probabilmente da quel rifiuto di accettarli.
Eh si, la vita è dura, e a volte fa brutti scherzi. A volte capita che una famiglia sia colpita da questo tragico regalo, da un'esperienza che non riesce quasi mai a rivelarsi attesa o aspettata. Eppure, anche se ad alcuni sembra strano, esistono anche loro. E, a volte, un incontro può sorprendere. 
Si. 
Non voglio essere fanatico e ridicolo come chi dice che avere un figlio autistico o con serissimi problemi mentali sia una fortuna piovuta dal cielo, perchè c'è chi preso dalla disperazione arriva a dirlo; credo piuttosto sia una batosta difficile da digerire, ma so per certo che confrontarsi con un certo mondo non solo è fattibile, ma addirittura che fare almeno una volta un certo incontro molto spesso aiuta.
Aiuta a crescere, a comprendere, a guardare diversamente e ad aspettare , a volte infinitamente, di sintonizzarsi su una dimensione nuova, dove le regole che regolano le relazioni ( gioco di parole) scadono e cadono, sbriciolandosi, per disorientare e spaventare. Chi? Noi. Noi “normali”.
Ed è per questo che vi invito a guardare questo documentario ( a questo link la seconda parte, a questo la terza), perchè alcuni scopriranno un mondo nuovo.
A scuola, dalle elementari in poi, può essere capitato a tutti di avere il compagno "un po' strano". Più si cresce più si ha difficoltà a relazionarsi con loro, si perde la pazienze e non si sa gestirne la comunicazione. Ma solo alcuni arrivano a conoscerne l'esperienza fuori da scuola, in famiglia, o nel gruppo di amici. 
Io, che l'ho vissuta e in modo abbastanza intenso, ho imparato qualcosa. Ho capito che a volte è come cercare di imparare una nuova lingua, di cui ad un certo punto si pensa di aver perso il libro di grammatica e il dizionario, e in altri momenti invece torna  a sorprenderci, prendendoci per mano per poi nuovamente scomparire. E' un mondo che insegna che non tutto è programmabile, non tutto spiegabile. Ma è un mondo che esiste. E, come Ulisse, se si ha voglia di conoscere si vuole conoscere tutto. In questo caso per sentire.

Non voglio dir altro, vi invito a guardare questo video, perchè da come questo padre parla del rapporto con il figlio autistico si possono capire molte cose. Una per tutte che la vita, anche se colma di disgrazie, è un po' una sfida, che può portare molte sorprese, ma va vissuta e a testa alta. 
Guardate il video, è un consiglio.
Simone Ariot