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| Raffaello. Tre Grazie
Oggi, a scuola, si parlava di bellezza, di
arte, di storia. Dall’Atene classica al Rinascimento fiorentino, di
esempi in cui la storia ha portato bellezza ce ne sono molti. E sempre, senza
alcuna eccezione, al principio di tutto c’era un buongoverno, retto da
individui illuminati. Pericle, Lorenzo de Medici, persone accomunate dal culto
bel bello, dalla ricerca di un armonia che si esplicita in palazzi, poemi, note
di un pentagramma e molto altro. Una bellezze che si vede ancora oggi, perché
rimane immutata, resistendo ai tempi e alla storia. Quando c’è fatica e
perseveranza, le cose vengono fatte meglio, recitava il libro di testo, e
rimangono. Uno spunto per avviare una discussione con gli studenti, chiedendo
loro di indicare la bellezza che vedono oggi, frutto del nostro tempo. E qui
cominciavano i problemi.
“Difficile trovarla tra le cose nuove, non mi viene in mente niente”, racconta Laura. “Penso ai tramonti, alla natura. Ma in effetti non è opera dell’uomo…” gli fa eco Matteo seduto due banchi dietro. “La musica è una cosa bella, ma non so se sarà ricordata nel tempo. La musica che piace a me intendo” , prosegue Valentina. In pochi minuti si parla, la classe si anima, e si fa fatica a trovare una linea, un elemento che metta d’accordo tutti. “La bellezza è soggettiva”, sottolineano i ragazzi. Certo, ma alla richiesta di definirla, entrano in crisi, e non riescono ad andare oltre a “è bello ciò che piace”. Viene fuori, un po’ alla volta, che la bellezza è sempre più assente nella loro vita, che ormai non si sa più cosa sia. Eppure, nell’Atene di Pericle e nel Rinascimento di Lorenzo, la bellezza era riconosciuta. Sarà forse perché i governanti erano i primi a volerla cercare? Forse si. Ma chi è adulto e ha voluto trovarla, la bellezza sa che c’è. A volte è nascosta, non ha visibilità, a volte viene confusa con altro, relegata ai margini, occultata. La scuola, la famiglia, le agenzie educative, potrebbero cercarla insieme a loro, insieme ai ragazzi. Una sorta di educazione alla bellezza. Sono sicuro che gli effetti si farebbero sentire. Anche senza Pericle o Lorenzo. Simone Ariot
*questo testo è pubblicato anche su La Nuova Vicenza
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lunedì 4 marzo 2013
Alla ricerca della bellezza
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simone ariot
mercoledì 20 febbraio 2013
Giannino e il narcisismo pericoloso. Ma possiamo anche bypassare
Scrive
Stefano Folli sul Sole 24di oggi, a proposito di Giannino e dello scandalo sul master inesistente: "Al di là dei passi falsi del
personaggio, sulle cui ragioni potrà pronunciarsi uno psicologo, resta la
necessità di non disperdere il patrimonio di idee che Giannino ha saputo
immettere in una delle più brutte campagne elettorali degli ultimi
anni.......".
Anch’io
credo che uno psicologo, o meglio uno psicoanalista, potrebbe avere molto da
dire su Giannino, anzi molto da ascoltare da Giannino. Così come da Berlusconi,
Grillo e altri personaggi che, di fatto, sono evidentemente affetti da un
narcisismo anche patologico con strascichi di sindrome da onnipotenza diffusa.
Queste situazioni portano all'inconsapevolezza di sé, al non vedere in sé cose
che si vedono negli altri, a sentirsi quasi in una bolla di immunità che libera
da ogni rischio. Tutti i leader della storia lo sono stati. Anche Gandhi. Per
esporsi mediaticamente come outsider, è necessario essere narcisisti. Senza,
non ci si potrebbe nemmeno candidare come rappresentante d’istituto al liceo.
E’ un
dato di fatto.
A
Giannino ha fregato l’inesperienza da outsider politico. La novità. Non è
inesperto di politica, sia chiaro. Ne sa più di tutti gli altri, questo è
evidente anche a chi lo odia. Manca l’esperienza della politica dal basso,
quella che si fa probabilmente in consiglio comunale, in provincia potremo dire.
Perché se ci fosse stata, si sarebbe già creato un episodio simile nella sua
vita, e avrebbe così imparato a frenare certi impulsi che invece, in una
campagna elettorale nazionale, non si fanno perdonare.
Chissà
cosa passava per la sua mente quando, in più occasioni, ha sentito il bisogno
di mentire sui titoli. Forse la frustrazione di non essere titolato (laurea o
master che sia) quando da un personaggio come lui ci si aspetterebbe che lo
fosse? Forse. Oppure l’insicurezza, che sta spesso alla base dei narcisisti, l’essere
tanto apparentemente sicuri quanto realisticamente insicuri? Forse.
Ma
siccome non siamo al festival della psicoanalisi e nemmeno in un corso di
storia contemporanea del 2025 in cui si raccontano i fattacci della campagna
2013, credo che questo fatto si possa anche superare. Onestamente, se ha
mentito, la questione mi infastidisce. Perché è un errore che si farà pagare.
Ma se mi soffermo sull’oggetto su cui si dibatte………ci passo sopra. L’elettore,
oltre al personaggio, sarebbe il caso che guardasse anche al programma. Come d’altra
parte fanno per gli altri politici. Nei confronti di un Grillo condannato all’omicidio, un
Berlusconi indagato, un Bossi o altri che nella storia hanno avuto comportamenti a
sfondo razzista in numerosissime occasioni.
Onestamente,
che abbia o meno un master e le due lauree, non mi interessa proprio. E la
menzogna riguarda lui e la sua sfera personale e non l’aria nuova che ha portato
alla politica italiana in cui, master o non master, ce n’era evidentemente
bisogno. D’altra parte, se un politico dice alla moglie di amarla e poi la
tradisce, non significa che non possa essere un buon amministratore della cosa
pubblica. Da che mondo e mondo.
Simone
Ariot
giovedì 24 gennaio 2013
La scuola è il parco giochi dell'irrealtà
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| Evento inaugurale di Corriere innovazione |
È difficile,
dopo aver partecipato all’evento per la presentazione del Corriere Innovazione, nuovo format/magazin/sito/comunità made in Corriere, essere propositivi rispetto
la questione scuola/istruzione/. Soprattutto se, poche ore prima, il
contenitore del mio tempo non era il Diesel Village di Breganze ma l’aula
insegnanti del liceo dove insegno.
Due
pesi due misure si dice.
E invece
no. I due pesi dovrebbero avere le stesse misure. Gli stessi colori e lo stesso
impatto. Solo il pubblico poteva cambiare.
Perché scuola
e innovazione dovrebbero essere un tutt’uno. Una sorta di Giano bifronte iper
connesso , ma speculare. Un costrutto
unico, che si fonde e diviene simbolo del divenire. Parole a vanvera diranno
alcuni, e forse è vero. Ma intanto dentro di me immagino un nuovo reality show
in cui l’obiettivo, per una persona normale, è resistere all’interno di una
scuola. Magari all’interno di un collegio docenti, dove si può discutere per
oltre un ora su quali possano essere i criteri da adottare nella selezione
degli eventuali studenti in esubero al
momento dell’iscrizione. Piccolo
particolare, nella scuola in questione c’è il problema opposto. Di studenti
negli ultimi anni ne stanno arrivando sempre di meno, mettendo a rischio alcuni
posti di lavoro dimostrando che c’è qualcosa che non va. Resistere in un
reality in cui in gioco si mette il non senso, lo spreco dei talenti, o la loro
demolizione (una delle attività preferite della scuola)
Mi
raccomando però, non diciamolo.
La
scuola preferisce continuare a vivere un mondo in cui non esistono
interlocutori se non sé stessa o il passato. Un mondo in cui non ospitare
eventuali confronti ed ascolti, ma dar
spazio alla sola, unica e indissolubile via. Quella dell’autoreferenzialità,
della chiusura. E guardare il resto come se fosse sempre un male.
La vedo
proprio così la scuola. Come un parco giochi dell’irrealtà. In cui si gioca a
un gioco senza senso, che insegna le regole di un mondo vecchio e superato, e
allontana invece ciò che di reale c’è fuori dalle sue porte.
Aiuto
Simone Ariot
p.s: comunque, fuori dalla scuola le cose si muovono. O per lo meno desiderano muoversi. Almeno li'
martedì 8 gennaio 2013
Una cena 2+2. Io, te e i nostri smartphone
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| Una coppia che non dialoga.....se non con il proprio smartphone... |
Una pizza fra amici, quattro birre e molte
cose da raccontarsi.
Sembrano gli ingredienti perfetti per una serata libera da
impegni e routine, ma da qualche tempo a questa parte è sempre presente
l'intruso. O meglio, gli intrusi. Non si tratta delle fidanzate di turno o di
sveglie che suonano per ricordare un impegno preso. Ma degli oramai
insostituibili smartphone.
Immagini
come questa non sono rare e stanno diventando tristemente ricorrenti. Non
passano cinque minuti da quando ci si siede che conquistano la ribalta, uno
dopo l'altro, i più moderni e tecnologici gingilli. Non per essere mostrati,
perchè questo lo si faceva qualche anno fa, quando si respirava ancora il
profumo della novità. Ora a nessuno interessa osservare e valutare l'Iphone di
Luca o il Samsung-Android di Marco. Queste cose le fanno coloro che ancora non
li possiedono, immaginando possa trattarsi di oggetti semi divini. Ognuno si
eclissa nel proprio mondo, connettendosi sui social network, geolocalizzandosi,
riorganizzando o taggando foto scattate in ogni mentre e in ogni dove. I
quattro amici diventano quattro estranei e il telefono non vale più una
sbirciatina tra una conversazione e l'altra, per controllare se la fidanzata ha
chiamato. Succede il contrario, e tra un aggiornamento andato a buon fine e
l'ultima applicazione scaricata può capitare che ci si sfiori con gli sguardi
per un segno di approvazione.
Ormai
è la prassi, non c'è più nulla di cui stupirsi. L'uomo è diventato una sorta di
estensione del proprio smartphone, nemmeno il contrario, e da lui e su di
lui dipende la propria vita.
Arriva
una pizza dall'originalissimo abbinamento prosciutto
e funghi? Fotografiamola, taggandoci sopra chi ci guarda su Facebook
e commentandone il gusto.
Sentiamo dal tavolo vicino nominare un
termine sconosciuto? Colleghiamoci a wikipedia e tutto è risolto. Non importa
se abbiamo fatto il classico e potremo dedurne l’etimo.
Una musica in sottofondo che ti piace ma non
conosci? C’è Shazam e in cinque secondi conosci titolo ed autore.
Per carità, grandi invenzioni, ma alla fine,
da quella serata, non ci rimarrà un gran ché del nostro amico con cui abbiamo
cenato, o della nostra compagna/o. Perché queste cose succedono sempre più
anche alle coppie e i rapporti perdono di senso e spessore.
E allora non stupiamoci se un ristoratore di
Los Angeles, Mark Gold , ha deciso di applicare uno sconto
del 5% ai clienti che “riescono” a spegnere il telefono a pranzo o cena, per
non disturbare ma soprattutto per non isolarsi, restituendo senso ad un
momento, quello conviviale, che serve anche ad unire e creare socialità. Ma siamo
sicuri che iniziative come queste riusciranno ad attecchire?
Simone Ariot
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mercoledì 5 dicembre 2012
I dialetti italiani....interpretati da Enrico Brignano
Enrico Brignano è un comico dallo straordinario talento. Come tutti i talentuosi, con poco sforzo e molta genialità può trasferire concetti ed emozioni, ma allo stesso tempo può insegnare. Ho ascoltato ore e ore di lezioni sulla storia della lingua italiana, ho letto libri, ho studiato manuali. Ma in nessun caso ho mai trovato un esempio così chiarificatore come quello che qui sopra si vede e si ascolta. L'Italia è una, ma sono cento allo stesso tempo, come i suoi campanili, come le sue lingue, come i suoi dialetti e i suoi accenti. Ascoltatevi tutti questi 10 minuti di pura genialità. A 1:45 comincia la festa.
Simone Ariot
sabato 1 dicembre 2012
Reato d'opinione? leggetevi l'articolo incriminato del caso Sallusti
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| Alessandro Sallusti |
Non
potete non aver sentito nulla sulla questione di Sallusti, il direttore del
Giornale arrestato questa mattina, poi evaso dagli arresti domiciliari e
riarrestato. Il motivo? Reato d'opinione, nemmeno commesso direttamente da lui,
ma da Renato Farina, giornalista e senatore che nel 2007 scrisse l'articolo
incriminato. Si parlava di politica? c'era di mezzo qualche ministro? capi di
stato o grandi imprenditori inquisiti o loscamente presenti nelle dinamiche
mafiose? No.
L'articolo,
che potete leggere a questo link e che non voglio copia-incollare perchè non
vorrei essere io stesso indagato, parla di un aborto. Nello specifico di un
aborto che ha subito una ragazzina 13enne, desiderosa di tenere il bambino
contro la volontà dei genitori e il parere dei medici.
Per
carità, una questione che potrebbe accendere infiniti dibattiti, o sviluppare
una sorta di round all’ultimo sangue tra sostenitori del diritto alla vita e
filoabortisti. Ma la questione è un’altra, almeno per noi. Perché l’articolo in
oggetto ha portato all’arresto del direttore responsabile a causa di una legge,
quella sul reato d’opinione, che molti considerano inadeguata e da cambiare.
Come prima cosa è una legge le cui cause collegate ricadono sul diritto penale
e non civile (quindi di mezzo c’è il carcere), evidente retaggio del ventennio
fascista, che solitamente vengono applicate in misura minore, convertendo la
carcerazione con una multa, cosa che non è avvenuta in questo cosa.
Provate
a leggervi l’articolo incriminato, potete stare dalla parte dell’autore o avere
un’altra posizione, ma il fatto che questo abbia portato ad una carcerazione è
scandalosamente grave. Anzi, meglio usare il condizionale e dire che “potrebbe”
essere grave. Non vorrei mai essere denunciato anch’io.
venerdì 16 novembre 2012
Quando è l'artista a raccontarti l'arte
Non conosco l'arte.
La mia cultura
storico artistica è assai limitata. Non un esame di storia dell'arte inserito
nel piano di studio universitario, poche letture riguardanti l'argomento, un
numero di musei visitati probabilmente superiore alla media nazionale ma non
certo elevato. Posso conoscere a grandi linee le caratteristiche di uno stile o
di un determinato periodo artistico, magari facendo il nome di un qualche
autore punto di riferimento. E poco altro. Se vedo un quadro, o se sento il
nome di un autore che non sia il solito Raffaello o Picasso, non arrivo
nell'immediato a contestualizzarlo, immaginando una dopo l'altra le opere che
portano la sua firma, come invece potrei fare con gli autori della letteratura
italiana.
Sono insomma un
semianalfabeta artistico. E se aggiungiamo il fatto che le mie doti grafiche
nell'utilizzo della matita o dei pennelli hanno solo il merito di farmi
prendere del ridicolo, posso certamente dire che non sono certamente una
persona dalla formazione o dalla cultura artistica.
All'arte però mi
sono avvicinato anch'io. In punta di piedi direi, con la posizione distaccata
di chi sa di non sapere. Forse non ho scelto di avvicinarmi, ma mi sono trovato
lì. E il contatto è stato sicuramente privilegiato. L'arte la sto conoscendo
partendo dagli artisti, che questa volta non sono morti da almeno cent'anni, ma
se ne stanno lì, davanti a me, a raccontarmi la loro storia. Per il lavoro che
faccio, infatti, mi è capitato e mi capiterà di raggiungerli, ascoltarli e
raccontarli attraverso un articolo, o una mostra.
E' buffo, perchè
sarebbe più logico pensare che questo possa capitarmi con la letteratura. E
invece no, a prendermi per mano sono gli artisti delle arti figurative e
pittoriche, oppure gli architetti e i designer, a metà strada fra arte e
professione. Nel tempo ho cominciato a conoscerli, inizialmente
osservandoli in silenzio.
Con loro in molte
occasioni si è creato un rapporto di reciproco scambio, dove io me ne stavo ad
aspettare che si creasse quel clima che mi permettesse di chiedere loro
qualcosa, spesso indipendentemente dalla necessità giornalistica. Da uno sono
diventati due, poi tre......ora non saprei contarli tutti, ma ho una certezza.
Conoscere l'arte attraverso questo modo è decisamente meglio. Capire, o cercare
di capirla direttamente dall'incontro con persone come Bruna Lanza, Giorgio
Dalla Costa, Mattia Trotta, Toni Zarpellon, Stefano Luciano ed altri ancora è
un privilegio. Anche loro sono tra i protagonisti dalla contemporaneità. Sono loro che
vedono le cose prima degli altri e che possono anticiparcele, mostrarcele. Ed è
un enorme privilegio. Non solo per il fatto che spesso e volentieri i nostri
incontri si concludono con una loro opera che mi viene data in omaggio, ma
soprattutto perchè mi consentono di guardare le cose con uno sguardo diverso,
che spesso si spoglia di una serie infinita di costrizioni e pregiudizi che in
modo quasi paradigmatico abbiamo.
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| Bruna Lanza |
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| Toni Zarpellon |
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| Mattia Trotta |
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| Giorgio Dalla Costa |
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| Stefano Luciano |
Ieri ad esempio ho
conosciuto Toni Zarpellon, un artista da cui dovevo stare poco più
di mezz'ora. Alla fine le ore sono diventate quattro, in mezzo c'è stato un
trionfo di penne all'arrabbiata e tante, tante storie raccontate. Le storie
delle cave di Rubbio, dove con pennelli e colori ha trasformato la roccia in volti e sensazioni umane, oppure la storia che l'ha portato a cercare una pace
quasi in mezzo al bosco, sulle colline di Marsan, dove la sua casa/studio è un
deposito di memorie, teorie, opere. "Geni si nasce, imbecilli si
diventa". Questa frase era scritta in un cartello appeso
all'entrata di casa sua, fiera e rivelatrice di una verità forse un po'
scomoda. Una grande verità. Eppure pare quasi che ogni giorno, quasi
faticosamente, scegliamo un po' tutti di diventare imbecilli, scordandoci di
alcuni bisogni naturali, del contatto con noi stessi, l'altro, la natura,
risucchiati come invece siamo dalla frenesia e da tempi che corrono e
stritolano.
Arte per me è anche
questo, incontrare una persona che aiuta a far pensare, a mettere in
discussione alcune proprie sicurezze, a sentirsi stabili nell'instabilità.
p.s: Toni Zarpellon
è un signore. Mi ha accolto a casa sua e mi ha offerto un pranzo che non
dimenticherò.
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mercoledì 24 ottobre 2012
lunedì 8 ottobre 2012
Ho donato 20 euro a Wikipedia
L’ho fatto d’istinto, senza pensarci un momento.
Semplicemente perché Wikipedia stesso me l’ha proposto attraverso una
comunicazione su un banner posizionato in alto nella pagina del sito.
Non ci
ho pensato un attimo perché è stato immediato in me il rendermi conto che Wikipedia
fa parte della mia quotidianità, del mio lavoro, del mio tempo libero. Non ci ho pensato perché per mille volte che
mi ha aiutato Wikipedia, per una volta posso farlo io.
Enciclopedia
libera, certo. Ma se le voci inserite una ad una sono frutto del lavoro
volontario di milioni di utenti che, prima o poi, decidono di scrivere una
“voce”, un sito così mica si tiene in piedi da solo. A colpirmi è stato questo messaggio, scritto
appunto in un banner nero in alto sul sito.
§ - Wikipedia è un’organizzazione no-profit,
eppure è il quinto sito web al mondo
al Per proteggere la nostra indipendenza,
non vedrai mai pubblicità sul nostro sito.
§
Google e Yahoo hanno migliaia di server e
dipendenti. Noi abbiamo 641 server e 140 collaboratori.
Se ogni lettore donasse 5 euro,
basterebbe un’ora per raccogliere i fondi che ci servono. Fai una donazione per
mantenere Wikipedia libera.
Sostienici
Solo
dopo aver donato i 20 euro ( con una semplicità a cui i siti di e-commerce
dovrebbero ispirarsi) mi sono posto alcune domande.
Ho
fatto bene? Sono stato un fesso?
E
ancora, me lo devo tenere per me? Lo devo dire in giro?
Si, lo
devo dire in giro. Non per autocelebrarmi, perché il gesto non è certo
particolarmente meritevole o raro. Ma perché come me forse molti non ci avevano
mai pensato. Oppure hanno detto “la prossima volta”, oppure si sono fatti
spaventare dalla procedura che chiede il numero di carta di credito.
E la
conferma che sia stato un gesto giusto viene dai molti “mi piace” che in pochi
secondi si sono aggiunti alla mia dichiarazione di status su Facebook in cui
dicevo semplicemente Ho appena donato 20
euro a Wikipedia e mi sento meglio.
In effetti mi sono sentito meglio.
Chiaramente
lo si fa se ce lo si può permettere, ma considerando che la donazione minima è
di 5 euro direi che possono permetterselo in molti. E in molti vivono a contatto con Wikipedia
ogni giorno.
Come
giornalista e insegnante ne faccio largo uso,
per sincerarmi rispetto ad una pseudo certezza che ho, per scoprire cose
nuove, per ritrovare concetti vecchi.
Donare
5 euro a Wikipedia è donare una piccola ma preziosa parte di libertà alla
conoscenza, all’informazione, al progresso.
Simone
Ariot
giovedì 27 settembre 2012
A volte si muore
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| Maestro Giuseppe Nordio |
C'è anche Lei.
C'è anche la Morte.
Maiuscola come una sorta di entità più
grande a cui si deve rispetto, forse perchè la si teme o forse perchè non la si
conosce se non nelle proiezioni che ci facciamo. Però c'è.
A volte arriva all'improvviso come nel
caso del Maestro Nordio, che pochi giorni fa se ne è andato in silenzio, in
solitaria, senza fare troppo rumore.
Non conoscevo bene il Maestro Nordio, ci
avevo parlato qualche anno fa in una delle mie prime supplenze
alle elementari, nella scuola dove insegnava, mentre ancora studiavo
all'Università. Allora come adesso incontrare un maestro maschio in una scuola
elementare era cosa rara e inaspettata, una sorta di evento straordinario. Ma quando capitava mi faceva sentire più umano e meno animale in estinzione.
Con il maestro Nordio condividevo questo, la scuola. E soprattutto l'essere un maestro elementare, titolo di cui vado fiero ancora oggi, più di quello professorale. Ricordo che il maestro Nordio, Beppe come lo chiamavano
gli alunni, stava bene un po' con tutti, con i colleghi e con i bambini,
soprattutto con i bambini. Cercando in internet qua e là si trovano
testimonianze di alcuni suoi ex alunni che lo ricordano citando aneddoti e
momenti di vita scolastica e non solo. Una vita passata nella scuola, vissuta
per la scuola e per lo sport.......e soprattutto dedicata ai bambini, quei
bambini con i quali parlava e si divertiva, ma che allo stesso tempo sapeva
sgridare e avvicinare allo studio. Il Maestro Beppe però non è l'unico ad
essersene andato in questi ultimi tempi. Prima di lui, la morte ha chiamato Alvise Ravazzolo ,
un amico amante della montagna che in
montagna ha perso la vita, tradito da una natura che ancora oggi sa essere
matrigna, anche se la si rispetta e la si ama. Perchè Alvise la montagna l'
amava, e sono sicuro la ami ancora oggi. Con lui ho fatto il mio primo e unico
serio Trekking della mia vita, tre giorni e tre notti in val Travenanzes, dalle
parti di Cortina, in luoghi e paesaggi che non credevo esistessero. Elvis era
più giovane di qualche anno, ma era di gran lunga più esperto di montagna e
vita all'aria aperta. Lui e la natura erano un tutt'uno, dialogavano con una
semplicità e con un rispetto quanto più naturale si potesse immaginare. Ricordo
che avevamo raggiunto le montagne a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen
partendo di notte per arrivare all'alba. 5 disperati pronti a spaccarsi la
schiena, ma ben equipaggiati. Non certo per merito mio, il più scarso del
gruppo. Elvis era il più giovane, si era da poco diplomato al Pigafetta. Jacopo
Nordera il più grande, una sorta di nostra guida alpina personale e mentore del
gruppo. Poi c'era Nicola Rezzara e Matteo Bozzo, mio cugino. Un gruppo misto,
improbabile, messo insieme in quattro e quattrotto ma molto entusiasti.
In quei giorni abbiamo riso e scherzato, ma anche condiviso momenti
importanti ed emotivamente forti. La montagna, e la natura in generale, fungono come da collante e da detonatore emotivo. E' come se le emozioni le si
provasse più intensamente, come se fossero più forti. Negli anni successivi ho
visto Alvise molto poco, giusto quei momenti in cui ci si poteva comunque dare
un'abbraccio e raccontarsi velocemente le ultime imprese della vita, come
l'ultimo nostro incontro di fine luglio, del tutto casuale, in Croazia. E anche
in quell'occasione il suo sorriso e il suo abbraccio mi sono venuti incontro.
Già, perchè Alvise aveva una bellissima e rarissima abitudine: Sorrideva, ma
soprattutto ti stringeva con un bell'abbraccio. Cose d'altri tempi.
Sono felice di averti incontrato nella mia
vita.
Simone Ariot
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mercoledì 19 settembre 2012
Ricomincio da 100 (post)
A volte, per ripartire, serve una scossa. O uno
scossone.
Serve uno stimolo che ci fa riprendere, vedere all'orizzonte
la direzione, e partire.
Ma se la pausa è durata tre mesi, più che una scossa serve
un terremoto. Di quelli emotivi.
Il mio terremoto emotivo per riprendere in mano il blog
dopo la pausa estiva ha avuto epicentro ieri pomeriggio, nella campagna tra
Verona e Vicenza.
Me ne stavo alla guida della mia auto ascoltando Radio24,
stazione che mi accompagna nelle giornate alla guida parlandomi di tutto
e di più. Ascoltavo "I Magnifici destini",
trasmissione tanto riuscita quanto entusiasmante in cui si raccontano i momenti
di vita salienti di quelle persone che lasciano il segno nella storia, che
siano cantanti o capi di stato, guide spirituali o campioni olimpionici. La
puntata del giorno raccontava la vita spericolata di Vasco Rossi, cantautore dall'indubbia
popolarità, amato oppure odiato, uno di quegli uomini per cui la via di mezzo
non esiste. Per fortuna.
La storia di Vasco potete ascoltarvela qui e di sicuro non vi
annoierete. La storia di questo blog invece, per chi non la conoscesse in
quanto non lettore seriale, nasce 100 post fa, nel settembre 2009, quando in preda ad una
crisi esitenzial-professionale decisi di dare una svolta nel modo di fare
didattica. Da quel momento sono cambiate tante cose, professionalmente e
personalmente, alcune anche grazie a questo blog, che nel frattempo è arrivato
a superare le 60.000 visite.
I blog, si sa, sono tanto facili da far partire quanto
difficili da mantenere. Il 90% di loro non supera il primo mese, molti non
arrivano al secondo post e pochissimi superano il primo anno di vita.
Parolefantasiose sembra sopravvivere anche se non sempre
puntuale nelle uscite, ma ci si difende.
Non voglio però parlare del blog ed essere solo
autoreferenziale, voglio ri-accogliere tutti quelli che vorranno contribuire
leggendo e commentando, approvando e disapprovando, costruendo o distruggendo
tutto ciò che si dirà.
Ma cosa centra tutto questo con Vasco Rossi? Forse nulla,
forse era solo un pretesto. Ma mi è venuto in mente, e l'inconscio a volte
lancia molti più messaggi di quanto si pensi. Tra i tanti messaggi , ce n'era
uno che mi diceva in modo esplicito "Svegliati blog, è ora di
rinascere". Ed ora, beccatevi Vasco, in una canzone vecchia e
semisconosciuta.
Simone Ariot
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lunedì 18 giugno 2012
Che l'estate sia con voi (tanto poi ci rivediamo!)
Cari studenti,
sono in ritardo lo so.
E sono pure stato poco diligente perchè avrei dovuto scrivere di
più e più frequentemente, soprattutto in questo ultimo periodo. Ma “meglio
tardi che mai….” potrei dire, un po’ per giustificarmi e un po’ per farvi
vedere che comunque il post di fine anno è arrivato, anche se non puntuale.
Un anno scolastico passa in fretta, sempre più in fretta. 8 anni
fa, quando entravo per la prima volta in un’aula di liceo come insegnante, le
giornate passavano ancora lentamente. Le ore sulla cattedra erano di più (nelle
scuole private gli insegnanti lavorano molto di più, e in condizioni più
difficili, guadagnando di meno), i problemi in classe erano ben più seri, i
confronti con i colleghi molto più costanti. Con gli anni le cose sono
cambiate, trasformandosi, ed evolvendosi.
Ora le ore in classe sembrano più veloci e leggere, il tempo
passato a casa nel preparare le lezioni e correggere le verifiche si è andato
razionalizzandosi in modo decisivo, e sono subentrati nuovi e importanti
impegni. Ormai il mio essere insegnante è in perenne dialogo con il mio essere
giornalista ed altre avventure professionali sono entrate in modo stabile e
accattivante nella mia vita. Ma la scuola rimane sempre lì. Non voglio
abbandonarla, perché mi piace e mi nutre, mi consente di confrontarmi
continuamente con menti giovani e disposte al dialogo e all’ascolto, di offre
spunti e suggerimenti costanti e continui e soprattutto mi guida, fungendo come
da regolatore dei mille salti e movimenti che la mia mente fa. Si, la
scuola per me è quasi come una terapia, ma allo stesso tempo un viaggio (anche
un po’ una vacanza), che faccio mai solo ma sempre accompagnato da voi studenti.
Voi, diversi l’uno dall’altro come diverse sono le pietre di mille
ambienti lontani, ogni giorno mi ricordate di essere un uomo, o meglio un
essere umano. La fuori, dove contano i numeri e i profitti, dove le persone
sono rappresentati da codici e le passioni viste come merce da vendere,
funziona in modo molto diverso. Voi già lo sapete, ed io non perdo occasione di
farvi vedere come funzionano le cose nel mondo reale per imparare poi a
prenderne quanto c’è di buono. E anche quando ve ne rendete conto continuate a
mantenere uno sguardo che vuole andare oltre, portandosi i sogni con sé
senza troppo sentirsene in colpa. E fate bene!
Fate bene a voler essere vivi e qualche volta a rompere le
scatole, e non poco. Credo si veda quando non vi sopporto, a volte capita, ma
so che capita meno di quanto pensiate. Io alla fine, con voi, mi trovo bene.
Mi trovo bene anche quando uno ad uno vi metterei un cerotto sulla
bocca o una sordina per coprire gli sbraitamenti vari, e mi trovo bene anche
quando vi ripeto che sembrate delle galline nel pollaio ( che aspettano il
gallo che passa tra i corridoi……vero Giulia?) o quando in piena catalessi
tenete lo sguardo fisso su un punto inesistente della lavagna, completamente
immersi in un viaggio chiamato boh. Mi trovo bene anche quando vi guardo
pensando che non abbiate capito molto di quanto ci siamo detti, e mi trovo
ancora meglio quando dopo il discorso di qualcuno ce ne stiamo un po’ zitti, in
silenzio, per pensare a ciò che è venuto fuori, ai segreti simbolici presenti
in alcune poesie, alle parole che non si dicono e alle emozioni che non si
vedono.
Insomma, quest’anno ne abbiamo passate di tutti i colori. Da
quelli accesi a quelli tenui, da quelli fluo a quelli chiari, da quelli veri a
quelli finti. Colori come sensazioni ed emozioni, che a volte stanno lì ad
aspettarti dicendo, “mi accendi o no?!”
Anche quest’anno è arrivata l’estate, tutto un colpo dopo i freddi
primaverili, ed è arrivata la fine della scuola che, nonostante tutto,
ripartirà tra tre mesi. Tre mesi in cui succederà molto o poco, tre mesi in cui
molti vorrebbero veder trasformata la propria vita ma solamente a pochi succederà.
Non abbiate timore, questi tre mesi ritorneranno l’anno prossimo e
quello dopo ancora, per molto tempo. Se non riuscite a viverli del tutto ora,
significa che non era ancora il tempo. Ma questo tempo, prima o poi, arriverà.
Ora vi saluto, dandovi un arrivederci.
Ci rivedremo l’anno prossimo?
Non lo so. Anche questo fa parte del gioco.
Au revoir
Simone Ariot
venerdì 25 maggio 2012
Incontrando Milo Manara
Un giornalista ha il privilegio di incontrare
personalità importanti. Politici, grandi imprenditori, sportivi famosi in tutto
il mondo. Molto più raro è quando, oltre al personaggio, si trova la persona.
In questi casi il privilegio diventa un piacere, una vera e propria occasione
della vita. Ieri, per la rivista Sei Magazine, ho
intervistato Milo Manara, il più autorevole esponente dell'arte del
fumetto artistico in Italia, e forse nel mondo Le sue creature, come la
seducente Miele ( nomen omen) , hanno scandalizzato e
attratto le menti di uomini (e non solo), che grazie all'immaginazione hanno
esplorato mondi che solo la fantasia può inventare. Erotismo, fascino e
attrazione, ingredienti onnipresenti nella vita, e quindi nell'arte. Ma l'arte,
controllata nelle epoche dai censori di turno, non è sempre riuscita ad
esprimere in piena libertà le emozioni e gli istinti umani. In passatosi doveva
giocare con le parole, usare simboli più o meno noti, rischiare il rogo o
inimicarsi i potenti di turno. Salvo poi produrre su commissione quanto di più
vietato esistesse. Per Milo Manara non è stato così, gli scandali non hanno
dominato la sua vita, perchè l'erotismo che contraddistingue i suoi
lavori non hanno mai sfociato in pornografia. "Tutte le invenzioni
tecnologiche degli ultimi decenni hanno trovato nella pornografia un perfetto
campo d'azione. La Polaroid, internet, la viedocamera....., mentre l'arte
figurativa, o il fumetto, prevedono ancora l'immaginazione, l'erotismo. Altra
cosa rispetto l pornografia", spiega il maestro. E non possiamo
dargli torto, perchè nell'osservare le sue donnine giovani e sensuali non si
percepisce un mondo sporco o malsano, ma la semplice esternazione dei desideri
umani, ancestrali. "Il fumetto è un pugno in faccia al super io, uno
sfogo che ogni uomo o donna può consentursi."
Già, perchè
contrariamente alle altre arti figurative, il fumetto è popolare e accessibile,
motivo per cui ancora oggi molti la considerano una'arte di serie B, alla
portata di tutti, ma in realtà importante e fondamentale quanto le altre arti.
Con Milo abbiamo parlato per un paio d'ore, affrontando molti argomenti, anche
al di là dell'arte, ma anche sbellicandoci dalle risate nel ricordare aneddoti
o fatti che l'hanno visto protagonista, insieme a mostri sacri come Hugo Pratt,
Federico Fellini o Andrea Pazienza, morto troppo giovane per essere conosciuto
dai più, troppo presto perchè al mondo aveva ancora tante cose da dare. Ora è
rimasto lui, Milo Manara, fumettaro come si definisce, ritirato sulle colline
della Valpolicella dove vive e lavora. Nel suo studio, una piccola stanza dove
il legno dei pavimenti è coperto da centinaia di libri e disegni, guarda tutte
le colline, e quella pianura che negli anni si è trasformata.
Ma per saperne di
più.....dovrete aspettare la pubblicazione di Sei Magazine, in
uscita a fine giugno come allegato gratuito al Giornale di Vicenza, L'Arena e
Brescia Oggi. Leggetelo, vi racconterò Milo Manara fino in fondo,
toccando temi inediti fin'ora inespressi. Il tutto fotografato da Lorenzo Rui.
![]() |
| Milo Manare e Simone Ariot nello studio del Maestro |
Simone Ariot
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lunedì 7 maggio 2012
Assemblee d'istituto oggi. Cazzeggio libero e collettivo
Questo sarà un post impopolare, ma avevo
due possibilità. Commentare un interessante articolo scritto da Marco Rossi Doria, sottosegretario all'istruzione, che riprende
una questione molto cara alla scuola italiana, o meglio a chi la scuola l'ha
pensata e studiata partendo dalla considerazione di Don Milani. Oppure cogliere
l'attimo che mi si è presentato davanti questa mattina, quando ho scoperto che
gli studenti della scuola in cui insegno chiedevano di poter svolgere un'
"assemblea d'istituto" al parco Querini, parco pubblico a meno di un
km dalla sede del liceo.
Forse chi legge potrà chiedersi cosa c'è
di male nel voler organizzare e realizzare un'assemblea all'interno di un
parco, dove gli studenti in questo maggio che finalmente ci regalerà un sole
ritardatario potrebbero sciallare amichevolmente. Effettivamente non è tanto il luogo in cui si chiede di
celebrare l'assemblea che mi sconvolge, quanto i contenuti. Negli
ultimissimi anni infatti le assemblee d'istituto non prevedono più discussioni
e dibattiti su temi collegati alla scuola (se non in qualche misura
eccezionale, e comunque condotti da insegnanti o esperti esterni) quanto
la realizzazione di spettacoli, corsi, laboratori e momenti di socialità
diffusa. Non più la cara e vecchia palestra gremita di studenti accalcati che
stanno in fila per prendere la parola scagliandosi l'impossibile nelle
rimbalzose offese tra fasci e compagni, ma momenti di ilarità collettiva in cui
potersi impratichire in attività laboratoriali che esplorano vari argomenti,
tra i quali:
- Laboratorio di cucina
- …..di giocoleria
- ….di ballo caraibico
- .... di
blog
- ….. di
espressione creativa
- …..di yoga
- …..discussione sulla Tav
- ………..di mille latre cose.
- ….orientamento universitario
Per carità, tutte belle iniziative. Una l’ho pure condotta
io ( laboratorio sul blog), ma avrebbe avuto più senso farlo in un altro
momento e mi chiedo il motivo per cui in un’assemblea studentesca non si possa
parlare dei problemi veri e propri che vivono gli studenti quotidianamente: mancanza
di spazi, litigi con i professori, diritti dello studente, aggiornamento
tecnologico a scuola, il bluf dei programmi, le azioni intimidatorie di alcuni
docenti, l’orientamento politico di una dirigenza piuttosto che un’altra…...
Insomma, parlare di argomenti che riguardino la vita quotidiana di uno studente
reale. Invece no, di questi problemi a scuola non se ne parla, salvo poi
passare ore ed ore in chat a dire a questo o quell’altro compagno di classe
quanto ci si senta male, quanto i professori siano cattivi e quante altre nuove
compagne siano diventate anoressiche. Si, ad esempio di questo se ne potrebbe
anche parlare, invece che far finta di nulla. Ogni tanto, o meglio, ogni due
per tre, a scuola sfilano scheletri travestiti da persone che dicono in un modo
o nell’altro che stanno soffrendo. “Non mangio,
sto male”. Ma nessuno sembra accorgersene, se non gli impiegati di Villa
Margherita, clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari che sembra
aver fatto una convenzione con la scuola in cui insegno, da quante studentesse
(tutte con medie elevatissime) riesce ad accogliere ogni anno. Ma l’importante
è non parlare nemmeno di questo. Allora, alla fin fine, mi chiedo perché gli
studenti non sentano il bisogno di parlare di queste cose.
Quando nel 1997 facevo il rappresentante d’istituto al Fogazzaro le assemblee che organizzavo erano momenti in cui scannarsi, discutere, litigare se fosse stato necessario. Momenti in cui volevamo prenderci lo spazio per affrontare i problemi che sentivamo all’interno della scuola, della nostra scuola. Tutti insieme, 1300 persone che discutevano. Chi non aveva il coraggio di prendere la parola al microfono scriveva un biglietto che veniva letto da uno di noi. Chi voleva parlare direttamente, lo faceva. La scuola allora era diversa. Sono passati solo 15 anni ma era veramente diversa. Non c’era internet prima di tutto, solo alcuni geek della prima ora lo avevano a casa, ma era una rarità. Non c’erano le mail di classe, lo psicologo scolastico, o i voti nel registro elettronico. La scuola era molto diversa perché se uno studente prendeva 4 tornava a casa e si trovava 4 sberle stampate sul viso. Oggi dare 4 significa spesso e volentieri doversi giustificare con il genitore di turno che ti rinfaccia la genialità del figlio e la tua incapacità nel comprenderla. Ma soprattutto all’epoca le assemblee volevamo organizzarle noi, da soli, senza l’aiuto degli insegnanti (che erano un po’ tutti nemici, e questo non è detto che fosse positivo). Volevamo organizzarle noi perché potevamo creare e fare qualcosa, noi, con le nostre forze. Personalmente, in quei momenti, ho imparato moltissimo. Credo di poterla considerare la mia prima vera esperienza di lavoro, anche se non retribuita. Passavo ore su ore a programmare le assemblee, e molte erano le ore di lezione che perdevo, ma poi mica me le scontavano, anzi,dovevo recuperarle da solo, muci muci in silenzio, sapendo che all’interrogazione mi avrebbero chiesto ancora di più. Eppure, come direbbe Renzo Tramaglino, ho imparato, e quelle esperienze sono state fondamentali. Ma evidentemente questi sono pensieri vecchi, oggi si preferisce sciallare a seguire un corso di ballo caraibico in palestra, tanto i problemi non ci sono.
Quando nel 1997 facevo il rappresentante d’istituto al Fogazzaro le assemblee che organizzavo erano momenti in cui scannarsi, discutere, litigare se fosse stato necessario. Momenti in cui volevamo prenderci lo spazio per affrontare i problemi che sentivamo all’interno della scuola, della nostra scuola. Tutti insieme, 1300 persone che discutevano. Chi non aveva il coraggio di prendere la parola al microfono scriveva un biglietto che veniva letto da uno di noi. Chi voleva parlare direttamente, lo faceva. La scuola allora era diversa. Sono passati solo 15 anni ma era veramente diversa. Non c’era internet prima di tutto, solo alcuni geek della prima ora lo avevano a casa, ma era una rarità. Non c’erano le mail di classe, lo psicologo scolastico, o i voti nel registro elettronico. La scuola era molto diversa perché se uno studente prendeva 4 tornava a casa e si trovava 4 sberle stampate sul viso. Oggi dare 4 significa spesso e volentieri doversi giustificare con il genitore di turno che ti rinfaccia la genialità del figlio e la tua incapacità nel comprenderla. Ma soprattutto all’epoca le assemblee volevamo organizzarle noi, da soli, senza l’aiuto degli insegnanti (che erano un po’ tutti nemici, e questo non è detto che fosse positivo). Volevamo organizzarle noi perché potevamo creare e fare qualcosa, noi, con le nostre forze. Personalmente, in quei momenti, ho imparato moltissimo. Credo di poterla considerare la mia prima vera esperienza di lavoro, anche se non retribuita. Passavo ore su ore a programmare le assemblee, e molte erano le ore di lezione che perdevo, ma poi mica me le scontavano, anzi,dovevo recuperarle da solo, muci muci in silenzio, sapendo che all’interrogazione mi avrebbero chiesto ancora di più. Eppure, come direbbe Renzo Tramaglino, ho imparato, e quelle esperienze sono state fondamentali. Ma evidentemente questi sono pensieri vecchi, oggi si preferisce sciallare a seguire un corso di ballo caraibico in palestra, tanto i problemi non ci sono.
Forse è proprio così, e allora sciallamoci tutti al parco.
Esempio di assemblea "scialla", inutile, in pieno stile 2012.
Simone Ariot
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lunedì 23 aprile 2012
Li chiamavano "matti"
Una volta era più
semplice, e ci si limitava a chiamarli matti, folli, fuori di testa o scemi. Li
si nascondeva in casa, come mostri di cui vergognarsi, come esseri non esseri a
cui a malapena ci si avvicinava, perchè molto spesso li si odiava. Nelle isolette,
o nei posti di mare, si dice che a volte, da bambini, partissero con i padri
pescatori e che misteriosamente cadessero in mare, al largo, inghiottiti da un
vortice, o più probabilmente da quel rifiuto di accettarli.
Eh
si, la vita è dura, e a volte fa brutti scherzi. A volte capita che una
famiglia sia colpita da questo tragico regalo, da un'esperienza che non riesce
quasi mai a rivelarsi attesa o aspettata. Eppure, anche se ad alcuni sembra
strano, esistono anche loro. E, a volte, un incontro può sorprendere.
Si.
Non
voglio essere fanatico e ridicolo come chi dice che avere un figlio autistico o
con serissimi problemi mentali sia una fortuna piovuta dal cielo, perchè c'è
chi preso dalla disperazione arriva a dirlo; credo piuttosto sia una batosta
difficile da digerire, ma so per certo che confrontarsi con un certo mondo non
solo è fattibile, ma addirittura che fare almeno una volta un certo incontro
molto spesso aiuta.
Aiuta
a crescere, a comprendere, a guardare diversamente e ad aspettare , a volte
infinitamente, di sintonizzarsi su una dimensione nuova, dove le regole che
regolano le relazioni ( gioco di parole) scadono e cadono, sbriciolandosi, per
disorientare e spaventare. Chi? Noi. Noi “normali”.
Ed
è per questo che vi invito a guardare questo documentario ( a questo link la
seconda parte, a questo la terza), perchè alcuni scopriranno un mondo nuovo.
A scuola, dalle
elementari in poi, può essere capitato a tutti di avere il compagno "un
po' strano". Più si cresce più si ha difficoltà a relazionarsi con loro,
si perde la pazienze e non si sa gestirne la comunicazione. Ma solo alcuni
arrivano a conoscerne l'esperienza fuori da scuola, in famiglia, o nel gruppo
di amici.
Io,
che l'ho vissuta e in modo abbastanza intenso, ho imparato qualcosa. Ho capito
che a volte è come cercare di imparare una nuova lingua, di cui ad un certo
punto si pensa di aver perso il libro di grammatica e il dizionario, e in altri
momenti invece torna a sorprenderci, prendendoci per mano per poi
nuovamente scomparire. E' un mondo che insegna che non tutto è programmabile,
non tutto spiegabile. Ma è un mondo che esiste. E, come Ulisse, se si ha
voglia di conoscere si vuole conoscere tutto. In questo caso per sentire.
Non
voglio dir altro, vi invito a guardare questo video, perchè da come questo
padre parla del rapporto con il figlio autistico si possono capire molte cose.
Una per tutte che la vita, anche se colma di disgrazie, è un po' una sfida, che
può portare molte sorprese, ma va vissuta e a testa alta.
Guardate
il video, è un consiglio.
Simone Ariot
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