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domenica 30 gennaio 2011

Retrofonino non stop

Visto così fa proprio pena.

Mezzo rotto, vecchio, smontato in due e buttato lì quasi a casaccio, sopra un compito in classe.

E dove altrimenti? Perchè in effetti questo è il classico telefono degli insegnanti (e nello specifico di lettere come il sottoscritto), non certamente identificabili come geek supertecnologici. Eppure l'idea di abbandonarlo mi fa star male. Sarà perchè mi affeziono alle cose, sbagliando probabilmente, considerando che si tratta solo di un pezzo di plastica. Ma mi affeziono veramente. Non tanto all'oggetto in sé, ma a quello che rappresenta, ad un'abitudine consolidata che mi porta a trovare gli sms con una precisa combinazione di clik e le chiamate perse con un'altra.

E in ogni caso mi ci sono affezionato, forse per via della sua facilità d’utilizzo, o forse perchè mi piace l'idea che se cade per terra venti volte al giorno non si rompe, non curandomi troppo della fine che potrebbe fare.

Ma che fine volete che faccia? Al massimo si scheggia un po', è praticamente immortale.

Sinora ha superato traumi, violenze, pressioni..........tra le quali:

· caduto in moto in autostrada, a 140 Km/h..............sopravissuto

· perso sulle piste da sci e ritrovato da onesto cittadino che aveva subito capito che al riciclo della plastica non gli avrebbero dato niente...........sopravissuto

· scivolato in mare dalla barca, rimanendo ostaggio di Nettuno per un'ora...sopravissuto

· utilizzato come schiaccia zanzare.......sopravissuto

· utilizzato come oggetto da sbattere sulla cattedra per richiamare l'attenzione in classe...sopravissuto

· cavia per esperimenti con rigurgiti di vino di Alberto Dal lago...sopravissuto

· sostenitore di imbarazzanti confronti con BlackBerry e Iphone in riunioni d'affari...sopravvissuto

· utilizzato come torcia senza ottenere risultati se non una serie di imprecazioni...... sopravissuto

· 12332 urti sul suolo... sopravvissuto

Potrei andare avanti all'inverosimile per difendere "Sfighino", così lo voglio chiamare, ma lui non ha bisogno d'essere difeso da nessuno...............lui va dritto a testa alta, fregandosene alla grande se è percepito come out o demodé!

Ma la vita va avanti, la tecnologia si evolve ed io sono sempre più sommerso dalle mail che devo poter leggere anche quando non sono alla scrivania con un pc davanti...e allora ecco che la febbre da smartphone comincia ad attaccarmi. Per ora sono rimasto immune sfruttando tutto questo tempo per capire a quale tribù appartengo. Popolo dell'Iphone o popolo del Blackberry? Apple addicted o seguaci del dio Rim? Da una parte creativi, architetti, modaioli e innovatori, dall'altra commerciali, imprenditori, uomini dall'agenda colma di appuntamenti e donne dal frustino facile.

Vedremo...........ma una cosa è certa, io il mio Sfighino non lo butto e non lo mando in pensione. Rimarrà vivo e vegeto, anche se accompagnato da un fratello più giovane e brillante. Ma lui in pensione non ci vuole andare e continuerà a servirmi fedelmente, con la sua batteria che dura una settimana, la vocina che mi dice che ore sono e il suo schermo fluorescente che fa tanto anni 80'.

Forza Sfighino.........se per caso arriva un fratellino non arrabbiarti, tu sarai sempre l'amministratore delegato delle mie comunicazioni, quell'altro al massimo diventerà responsabile web!

Simone Ariot


lunedì 17 gennaio 2011

Metaforico Troisi.

Metafore: eh? Che è questa metaf….

A volte basta un film per imparare e finalmente comprendere ciò che anni di scuola possono aver reso insopportabile. Similitudini, metafore, anacoluti, climax, sineddoche, sinestesie, metonimie. Nomi difficili, nomi complessi che per quanti fossero a digiuno di greco possono dire ben poco. Eppure, quando parliamo, anche il più sempliciotto Gervaso di manzoniana memoria condisce la propria comunicazione verbale con figure retoriche spiattellate e lanciate in simultanea, come una flotta di navi protese in battaglia, uno sciame d’api in un giardino fiorito, uno stormo d’uccelli degno d’un film diretto da Alfred Hitchcock. Facciamo cose senza saperlo, abbiamo competenze talmente radicate da perdere totalmente la cognizione di quanto complesse siano. Questo è il bello, ma ancora più bello è scoprire di saper fare tutto ciò, e scoprirlo quando ce lo insegna qualcuno di grande. Come accade a Mario.

Mario Ruopolo è un postino con un solo cliente, il grande Pablo Neruda, e da lui si lascia trasportare in un breve viaggio fatto di poesia, amore e genuinità, all’interno di una cornice straordinaria che da sola vale il film. Immagini, suoni ( oscar per la colonna sonora), attori e trama all’insegna di una semplicità ben scandita e mai abusata. Questo film lo riguardo ogni anno, quasi sempre a scuola come ho fatto oggi, con qualche classe che difficilmente riesce a non innamorarsi ( in senso buono e non malizioso) di un attore che morirà 12 ore dopo la fine delle riprese, lasciando in tutti il ricordo di una voce e una gestualità che solo lui sapeva avere. Massimo Troisi, Massimino come lo chiamava il suo amico Roberto Benigni ( sentite come lo descrive in questo video e in questa poesia ), è stato uno dei più grandi attori italiani di sempre, uno dei più amati. Come i grandi, come la poesia, rimane eterno, e torna quotidianamente nella nostra vita, o per lo meno nella vita di quanti l’hanno conosciuto come attore. Io me lo immagino così, a pedalare in bicicletta dalle parti di Pollara, affaticato per il lungo viaggio da Santa Maria. Per chi non l’avesse inteso sto parlando di Salina, la più bella delle isole Eolie, dove hanno girato il film e dove ho passato tra i giorni più vivi della mia vita, in una vacanza che non scorderò mai. Salina, isola a forma di seno di donna, con due crateri spenti e tante strade strette e ruvide, con le granite di Alfredo e il pane Cunzato che ancora sogno.

Basta così, perché se penso ai 3 gradi che ci sono fuori mi metto a piangere!

Simone Ariot

lunedì 10 gennaio 2011

Baci rubati


Kiss, osculum, قبلة, bisous, beijo, sarut, suudella, opupuk, beso, поцелуй….e potremo andare avanti all’infinito, le lingue del mondo sono più di 7000 e non basterebbero pagine su pagine per elencare la traduzione di BACIO.

Già Catullo ne aveva colto l’importanza ( Da mi basia mille, deinde centum…), quando in quel CARME 5 che ancora oggi fa sciogliere milioni di innamorati al settimo cielo, aveva tra i primi messo l’accento su di un gesto mezzo sconosciuto. Perché il bacio, osculum per i latini, non è sempre stato carico di simbologie amorose. In alcuni casi rappresentava tutt’altro, come il giuramento, o addirittura il tradimento. Per noi occidentali del XXI° secolo il bacio è molto di più: il bacio è desiderio, potenza, forza, leggerezza, paura, ansimare, mordere, esplorare, toccare, scappare e naturalmente….. amare. Ma non solo, a volte è anche detestare. Lo era anche pochi decenni fa, ma come ci testimonia questo straordinario esempio di cinematografia che è “Nuovo Cinema Paradiso”, il bacio era spesso oggetto di vergogna, ed andava recluso nei meandri degli scantinati, del visto-non visto, del temuto e celato. Un piccolo bambino ( il grandissimo Salvatore Cascio) che cresce a tu per tu con un anziano proiezionista di paese nella Sicilia più cara a Tornatore, un Sud appassionato e fintemente casto come solo nei film lo si può dipingere. Un bambino che si espande nei sogni e tra le braccia di una madre all’antica, che si trasformerà senza quasi rendersene conto in un uomo dei palazzi romani. Dopo tanti anni di vita nella capitale torna al paese per il funerale di quell’anziano uomo che l’aveva fatto sognare con i suoi film, e riscopre una vecchia bobina, dov’erano stati montati in un’orgiastica successione gli spezzoni tagliati delle scene di bacio di tutta una storia del cinema. La musica di Ennio Morricone ( Love theme) fa il resto, e per chi vuole dedicarsi ad un’esperienza cinematografica da manuale, una lacrimuccia finale è assicurata. Magari prima di baciarsi. Appassionatamente

Simone Ariot

sabato 25 dicembre 2010

ERA GIA' TUTTO PREVISTO. Quando la musica racconta la vita



Era già tutto previsto fino a quando tu ballando,

mi hai baciato di nascosto mentre lui che non guardava

agli amici raccontava delle cose che sai dire

delle cose che sai fare

nei momenti dell'amore

Ci sono canzoni che raccontano vite, momenti, sensazioni. Parole dialoganti con le note, distese su un foglio che le sputa fuori, a voce alta, gridate nella speranza di essere colte e non solo fischiettate. Era quello che succedeva un tempo alle poesie, quando nei secoli precedenti venivano accompagnate dalla musica, ed è quello che succede anche oggi, quando alcuni testi sono più poetici di altri. E non si tratta solo di una questione di stilistica o metrica, di metafore o similitudini, ma di ciò che smuove quelle sensazioni che la combinazione di suono e parola può provocare.

A volte queste sensazioni possono liberarsi solo se nell'ascoltatore colpiscono il profondo, svincolano ricordi ed emozioni lasciate congelate, smuovono sentimenti imprigionati nell'inconscio. Altre volte passano indifferenti, e non ce ne accorgiamo.

Era tutto già previsto è una canzone che mi provoca qualcosa che va oltre il piacere generato dalla buona musica. Ho scoperto questa canzone qualche anno fa,grazie ad un'amica, in un viaggio autostradale verso quello che sarebbe stato il primo e unico matrimonio di un amico a cui abbia finora partecipato (il che la dice lunga su come stanno messi i trentenni odierni. Non si sposano più). L’abbiamo ascoltata infinite volte, e cantata, e ricantata e ancora ascoltata. Il testo è crudo, disarmante, un testo vero, che racconta dell’amore sofferto, del suo inizio, della fine, di quanto possa far soffrire. Riccardo Cocciante ha questo potere, coniugare parole che da sole avrebbero detto poco dal punto di vista poetico e musica carina ma non da oscar in un’associazione perfetta, semplice da ascoltare, immediato da comprendere, possibile da sentire. Dal risultato che non è la somma di testo e musica, ma molto di più.

Ascoltare, perché si tratta di un suono percepito, di voce o strumento musicale, di un qualcosa di immediato da amare o odiare, di eufonico o cacofonico. Di ripetibile, orecchiabile, fischiettabile.

Comprendere, perché bisogna saper collegare le parole alle esperienze, individuare una pista per interpretarle, andare oltre il primo e più immediato significato, non fermandosi davanti a facili soluzioni.

Sentire, perché non c’è una spiegazione pura ma quando si sente, si sente. Si prova una sensazione ( anche qui notare l’etimo di sensazione, senso, sentire) che prende il corpo, il fisico, il cuore, la testa, la pancia……..perchè la poesia non serve solo comprenderla, bisogna sentirla, collegarla al proprio vissuto, farsi travolgere da essa.

Non c’è un verso di questo testo che non mi porti a situazioni realmente vissute, del passato o del presente, che se stimolate riaffiorano, fino al punto di sentirmi molto vicino al cantautore, che in questa canzone come in molte altre si mette a nudo dimostrandoci di come per l’amore si soffra in modo disperato, folle, maledetto.

Era tutto già previsto. Anche questa volta.

Simone Ariot

giovedì 16 dicembre 2010

Malpensanti che benpensano




Sono intorno a me, ma non parlano con me, sono come me, ma si sentono meglio……

Era il 1997 quando Frankie Hi –NRG, maestro dell’ Hip hop italiano, usciva con “La Morte dei miracoli”, album duro e puro come sempre, se a spremersi le meningi era questo concentrato umano dal carma indiano e dalla carta newyorkese. Un pezzo, questo pezzo, che colpisce subito e viene fischiettato e canticchiato dai liceali sulle versioni di latino e dagli attempati manager stravolti dai successi della new economy. Una canzone bipartisan nella musica ma non nel testo, vero e proprio atto d’accusa verso una categoria umana dalla puzza sotto il naso, dalla smorfia facile e il giudizio sterile. La cantano tutti, pure quelli che senza accorgersene ne sono i principali oggetti d’accusa, mummie acefale senz’arte ne parte, solidi e stabili nella pedana della superiorità (autopercepita), ricercatori dell’accusa senza contraddittorio, dall’aggressione a mano armata, dall’arroganza giustificata. Ce n'è, ce n’è molta, di quelli che considerano automatico non (s)mollare il colpo al primo ostacolo, ma loro niente, loro, quelli che benpensano, vanno avanti a tutta birra, oggi come ieri, un tempo come domani. Qualunquismo da post tardoincazzoso? No, se lo dice anche uno come Catullo, quando condanna quei vecchi benpensanti e bigotti scandalizzati dall’amore di due giovani che si amano e nulla di più ( “rumoresque senum severiorum omnes unius aestimemus assis”).

continua il testo di Frankie.......

…..mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica, mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano. Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganell…..

Leggete il testo e soprattutto ascoltate il pezzo immaginandovi anche voi in auto, un po’ distrattamente imbranati nell’aspetto e selvaggiamente menefreghisti nel rispetto del codice della strada. Immaginatevi lì, con questa gente dietro che rimbalza proteste e lamentele, insulti e sbruffonate.

Ma poi chiediamoci: Non abbiamo mai benpensato?

Simone Ariot

mercoledì 8 dicembre 2010

We want sex!



Non preoccupatevi, perché non si tratta di una richiesta sconsiderata e inopportuna di un insegnante dagli ormoni agitati, ma solo il titolo di un film distribuito in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane. We want sex è una di quellle interessanti scoperte che difficilmente passeranno per la grande distribuzione cinematografica, film in cui si racconta la vera storia di 187 operaie della Ford U.K che nel 1968 hanno dato ascolto alla passione che cresceva in loro, scioperando come fino a quel momento nessuna donna aveva mai fatto. Il motivo? Un motivo GIUSTO, come si dice nel film, la necessità di equiparare il salario femminile a quello maschile e veder riconosciuto il proprio status di lavoro qualificato. Quella che inizialmente sembrava una sorta di bravata isolata e senza conseguenze riesce in pochi giorni ad espandersi andando a coinvolgere molte lavoratrici inglesi. Impresa non semplice, impossibile senza il sostegno del ministro (donna) Barbara Castle che non si lascia intimorire dalle pressioni psicologiche dei grandi dirigenti Ford e scende in campo fino a dar vita alla Equal Pay Act, una vera e propria legge che equipara il salario femminile a quello maschile. Un film emozionante e divertente che aiuta ad avvicinarsi ad alcune oscure pagine di storia erroneamente ritenute minori. Era il 1968, sono passati 42 anni e in Italia la parità economica salariale non è ancora stata del tutto riconosciuta, manca ancora quel 2% simbolico che aggiusterebbe le cose.
Ma voi, donne italiane, "do you want sex?"
Simone Ariot

martedì 30 novembre 2010

Un Maestro in meno, Mario Monicelli

Il maestro se n'è andato.

Forse era rimasto solo. Unico e raro cantore delle storie semplici e difficili da raccontare.

O forse non accettava la perdita dell'autonomia che da vecchi lascia gli uomini mezzi padroni di sè stessi.

Mario Monicelli, regista 95enne morto suicida in un ospedale romano, gettandosi dalla finestra del reparto di urologia dov'era ricoverato, era uno dei grandi che hanno fatto grande Roma e L'Italia. Roma perchè l'amava, lui che visse per tutta una vita a Monti, quartiere dallo spirito popolare ed elegante al tempo stesso, l'Italia perchè contenitore delle storie che ha raccontato. Storie burlesche come quelle dell'Armata Brancaleone, storie di vita di donne come in "Speriamo che sia femmina", dove dirige un cast eccezionale in una commedia corale condita in salsa rosa ( di donna s'intende).

Mario Monicelli incazzato e incazzoso che da Santoro auspica alla rivoluzione ( "ce l'hanno avuta tutti, anche in Russia, in Francia, noi ancora no"), Mario Monicelli caciarone e adolescente che dirige "Amici miei". Ma che dire ancora. Nulla, perchè ha già detto tutto lui, dall'alto dei suoi splendidi 95 anni portati con dignità e lucidità senza cercare la pensione o la tranquillità interiore. "Ha scelto di morire come sapeva fare, con curiosità" dice la matrona delle commedie italiane, Stefania Sandrelli, triste per dramma di una morte che se si capisce si fatica ad accettare.

Io lo capisco.

Perdere l'autonomia quando l'autonomia ci ha dato tutto, quando vivi per e grazie all'autonomia, non dev'essere semplice. E allora le scelte estreme. La consapevolezza di avere un corpo che si avvicina alla bara e l'impossibilità di fermarne la corsa, e si accelera il tutto, e si va a volare.

Sembra un po' un suo film, forse stava semplicemente cercando un passaggio nascosto, o forse Ugo ( Tognazzi) gli aveva dato l'indicazione sbagliata. La supercazzola con scappellamento era destra, non a sinistra. E senza antani per di più.

Mario che ci combini!

Simone Ariot

lunedì 22 novembre 2010

C'era una volta un mito


Gandhi, Martin Luther king, Che Guevara, Madre Teresa, Fabrizio De Andrè, Cary Grant, Gorbaciov, Carl Lewis, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Peppino Impastato e il rivoltoso sconosciuto di piazza Tiananmen. Cosa sono? Icone.
Volti che rappresentano ideali, simboli di una vita spesa per difendere un valore, un sogno, una speranza. "I have a dream" ripeteva il 28 agosto 1963 il pastore protestante, attivista per i diritti umani e politico americano Martin Luther King. Lo ripeteva in modo scandito e ricorsivo, fermo su un tono alto di voce e dopo pochi giorni ( in un mondo senza internet) i giovani di tutto il mondo ripetevano a voce alta “I Have a dream”. Da quel giorno sognare è diventato più civile e più sociale, è diventato un sogno collettivo ( forse Inception ha preso spunto da qui?) e ha colpito dritto dritto al cuore di mezzo mondo. I volti di questi uomini e donne sono associati a battaglie, ad ingiustizie vissute sulla propria pelle e alla tenacia per combattere anche quando i risultati dei propri combattimenti non riguardavano se stessi ma gli altri, i deboli. Questi volti sono comparsi un po’ alla volta nella storia, ma ogni epoca ha avuto il proprio. Ogni camera di ogni studente ha avuto un’icona positiva e sognatrice appesa al muro, a dare il benvenuto.

Oggi, nell’epoca del nichilismo divagante, delle veline e dei calciatori tatuati, delle lauree honoris causa regalate ai motociclisti o dei pareri filosofici richiesti ai tronisti, le icone sono morte. Difficile trovarne, difficile capire chi possa rappresentare un modello positivo vero, che non caschi nel dimenticatoio come i pantaloni a vita bassa o le spalline imbottite.

Oggi, tra viventi e contemporanei, chi sono i miti? Chi rimarrà nel tempo? Chi è un modello per chi vuole ancora avere un sogno, per chi ancora lo cerca, per chi aspetta uno stimolo?

Commentate e rispondete pure, aspetto d'essere illuminato.

Simone Ariot

domenica 14 novembre 2010

L’Italia è una Repubblica gerontocratica*, fondata sulla vecchiaia.


…..La sovranità appartiene ai vecchi, che la esercitano rincoglionendosi un po’ alla volta.
Già, perché nell’epoca dell’assenza di certezze, di ricerca di punti fermi che svaniscono e di riferimenti che si perdono, quella della vecchiaia al potere rimane una delle poche verità e consapevolezze che abbiamo in questo stanco, vecchio e immobile paese.
L’Italia è un paese per vecchi.
Non serve essere ispirati da dati che ci parlano di crescita dimezzata rispetto ai bei tempi degli anni 50’, e non possiamo consolarci nelle spiegazioni demografiche comprensibili semplicemente passeggiando in città, nel tentativo più o meno abile di schivare branchi di anziani soli o male accompagnati. Perché la vecchiaia che fa male all’Italia non sta nel nonno di turno che porta il nipotino al parco giochi, ma nel nonno di turno che presiede i consigli di amministrazione, la presidenza del Consiglio, della Repubblica, del rettorato universitario, delle municipalizzate, del consiglio nazionale della magistratura e di tutti i centri del potere.
Un’Italia in cui il presidente del consiglio ha 74 anni contro i 49 di Obama o i 57 di Tony Blair ( che comunque si è già ritirato), un’Italia in cui l’allora ottantacinquenne Andreotti disse che Napolitano era più adatto di lui a fare il presidente in quanto più giovane ( eh si, aveva ottant’anni!), un’Italia in cui nelle scuole è praticamente impossibile trovare insegnanti con meno di quarant’anni o presidi con meno di sessanta. Un’Italia ferma, con gli indirizzi mail dei vari direttori generali intasati perché tanto loro le mail non le leggono, perché non sanno come funzionano. Un’Italia in cui se hai meno di quarant’anni non sei considerato giovane, sei considerato un ragazzino a cui non affidare nemmeno una minima responsabilità.
Un’Italia in cui i giovani, magari trentenni, si sentono adolescenti for ever perché tanto è la sola cosa che gli si lascia fare, il solo luogo simbolico in cui rifugiarsi.
Lo diceva già Arnold Van Gennep, antropologo francese studioso dei riti di passaggio, quando nel 1909 pubblica a Parigi “Les rites de passage”, illuminante saggio in cui spiega che per passare da uno stadio all’altro ( ex. dalla condizione di celibe a quella di sposato) si deve passare per una fase di margine in cui ci si prepara all’entrata nella fase successiva( ex fidanzamento). Separazione, margine, riaggregazione, ma nella nostra Italia la fase di margine tra la vita infantile e quella adulta diventa infinita, una contemplativa e lunghissima attesa per abituarsi poi a stare dalla parte del potere, nella stanza dei bottoni in cui ci si riscatta per l’attesa durata una vita intera. E tutto si riperpetua.
Si lotta per assumere un senso e quando lo si assume ci si è ormai sporcati le mani dal sistema tanto odiato e ormai entrato nel proprio dna. Ed ecco allora il perpetuarsi del fattaccio, una nuova nomenclatura di vecchi al potere che sostituiscono altri vecchi ormai andati. Già, andati, non ritirati ma andati, perché come dice il già citato Andreotti il potere logora….chi non ce l’ha. Per questo non si ritira.
Facebook, mail, 3g, wi-fi, globalizzazione e internazionalizzazione, inglese fluently e net-working, business plan e workshop, green economy e long life learning…..termini difficili per chi è troppo giovane o troppo vecchio, non per chi sa bene che sono i termini che gestiscono la crescita economica di oggi, il futuro del domani.
Novità, cambi di rotta, di tendenza, intuizioni, ma tutto ciò non conta nelle menti di chi il potere ancora lo vuole tenere ben saldo a se stesso, lasciandosi scappare l’opportunità del cambiamento e perdendo il treno del progresso.
Un’Italia in cui il Bunga Bunga eccita e crea consenso, ma dell’alluvione più devastante degli ultimi 50 anni non se ne accorge nessuno. Tranne quei giovani con badile in una mano per spalare fango e I-Phone sull’altra per testimoniare l’evento, mentre i vecchi e geniali capi dei municipi aspettavano un fax ( strumento arcaico utile ormai solo agli archeologi) per essere avvisati di un disastro evitabile. Un’Italia in cui non si può liberamente navigare in internet senza essere schedati come terroristi, in cui esistono gli ordini professionali dalla forma medioevale e dal prestigio universale. L’Italia che la domenica mattina tira fuori il vestito buono per andare a messa e il pomeriggio grida sugli spalti degli stadi per sentirsi viva. Un’Italia ferma, che più ferma non si può. Ferma a studiarsi e specchiarsi, come una bella donna che a forza di stare davanti allo specchio invecchia mentre i suoi pretendenti si sono già stufati rivolgendosi ad altre bellezze.
Italia svegliati fuori, rottama i tuoi centenari Matusa al potere, tira fuori la voce e fatti ascoltare.
Partendo dai giovani, quindi una bella fetta di popolazione!
Almeno fino a sessant’anni.

Simone Ariot

mercoledì 10 novembre 2010

Il coraggio di ripartire. Da una motocicletta....

E’ una storia come poche, una storia di quelle che leggi scritte sui giornali e poi, quando te le trovi davanti, non ti sembra nemmeno che possa essere vera. Se poi a scriverle sui giornali devi essere tu, allora la faccenda si complica perché entri ancora più dentro la questione. La storia che vi accenno oggi la potrete leggere con più tranquillità sul prossimo numero di Accenni, rivista con cui collaboro che uscirà tra pochi giorni in edicola . Parte tutto da lontano, da una passione per le moto e soprattutto per le moto di una volta, quelle senza troppa plastica e colori sgarcianti, che mi ha concesso di avvicinarmi a questa storia di persone e motociclette, di sentimenti e fantastici mezzi meccanici.

Lui si chiama Umberto Borile, ed è un artigiano con bottega a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, dove assembla una alla volta straordinarie moto scrambler, essenziali, bellissime. Fin qui nulla di strano, anche se vedendo le sue moto di strano ci sarebbe molto, perché sono belle e con l’anima. Un paio d’anni fa la decisione di cedere il marchio ad un’azienda più grande, il cambio d'interesse per un business parallelo, e la decisione di fare delle moto solo un passatempo. Poi il vuoto, provocato da un fattaccio. A soli 20 anni Riccardo, figlio di Umberto, muore tragicamente in una calda giornata estiva. Un ragazzo che anche lui amava le moto, un ragazzo come tanti altri ventenni che sogna di emulare il Valentino nazionale ma che se ne sta bene con i piedi per terra, un ragazzo che aveva il sogno di portare la gente a scoprire i colli euganei, a bordo dei Quad, un ragazzo che non c’è più. Disperazione, rabbia, difficoltà nell’accettare portano Umberto a chiudersi in se stesso, a lasciare tutto, a non volerne sapere più nulla di nulla.

Poi, senza preavviso, suona il campanello una coppia genitore-figlio che gli propone di rimettersi in campo nel mondo della progettazione motociclistica. Lo corteggiano, lo spronano a ritirar fuori quelle doti e quella passione che l’avevano reso uno dei progettisti più stimati al mondo. Così, quasi per caso, e grazie all’insistenza dei due angeli della provvidenza, Umberto si rimette in carreggiata e disegna la Ricki 500, una moto che vedrà luce in soli 20 esemplari, a 20.000 euro l’una, quasi tutte già prenotate. Una moto con un nome che ricorderà il figlio scomparso, una moto che Umberto vuole fare da solo, con il suo sudore e le sue mani, per dimostrare a se stesso e al mondo, ma soprattutto a chi da lassù lo guarda, che la vita deve andare avanti, anche dopo un tragico avvenimento. Ieri, nella sua piccola bottega di Vo’ Euganeo, tra lo scodinzolare del cane Silvestro e i telai di vecchi monocilindrici giapponesi pronti ad essere sezionati e trasformati, ho rivisto l’amore per la vita, la passione, la non rassegnazione di un uomo, ex artista corniciaio che decide di costruire moto, ex padre che non dimentica il passato, ora costruttore e fabbricatore di sogni, per chi ha sofferto e per chi gioirà. Grazie Umberto.

Simone Ariot

martedì 2 novembre 2010

H20, acqua, liquida, trasparente, leggera,importante. Pericolosa


Occupa il 70% del nostro organismo, la troviamo dappertutto, come uno spirito che secondo le leggende più remote ci segue dalla nascita alla morte, rendendosi indispensabile e allo stesso tempo trasparente. Non solo nel colore o nella forma, è trasparente nell’importanza diretta e immediata che le attribuiamo. Di acqua nella nostra vita ce n’è talmente tanta che non ci pensiamo nemmeno, in qualsiasi ora del giorno la tocchiamo, l’assumiamo, l’espelliamo, senza nemmeno rendercene conto, senza fermarci un momento e dire: “Questa è acqua”. Nuotiamo nell’acqua prima ancora di nascere, ci abbandoniamo in lei nella calde giornate estive, quando “mare” risulta essere una delle parole più pronunciate, la surfiamo quando è fredda e solida sotto forma di neve o la sprechiamo in continuazione anche quando pensiamo di farne un uso maturo e responsabile. Fredda o calda, liscia o gassata, l’acqua è sulla bocca, sulla pelle, dentro la pelle e sotto le scarpe di tutti. Già, sotto le scarpe, o gli stivali di gomma piuttosto, che in questi giorni di novembre difficilmente abbandoneremo. Metri cubi, rigagnoli, fiumi o fiumiciattoli, laghi e oceani di proporzione urbana, lente e costanti masse d’acqua che scivolano incessanti, come un treno o un continente alla deriva che non riesce a star dentro ai propri confini, i propri argini. Acqua sporca, marrone, puzzolente, acqua che sale e non scende, che sporca e non pulisce, acqua che distrugge e che rovina, che uccide e non fa bene. L’acqua è la stessa eppure cambia, oggi non ci serve, oggi ci fa male. L’acqua s’incazza forse, ci dice che c’è , che è importante, che non possiamo far finta di nulla e dimenticarci di lei. Ma non basta e ci sfida, sfida la nostra impotenza, quel nostro starcene a guardare fermi e rintrucilliti, senza saper bene cosa fare. Si muove la macchina dei soccorsi, si distribuiscono sacchi, si arginano fiumi e si salvano persone. Ma lei è lì, sta lì, fino a quando non è stanca. Poi, ad un certo punto, si ritrae, sembra fatta, “ora è tutto passato” pensiamo, invece no, falso allarme, ci voleva solo fare uno scherzo. L’acqua è la natura, è tutto ciò, un contenuto nel contenitore che non s’è sempre scelta, un ospite inquietante ed inatteso, conosciuto ed abusato. Sarà per questo che a volte s’incazza? Forse si.

Simone Ariot

venerdì 22 ottobre 2010

Questione di Facebook



500 milioni di utenti in meno di 5 anni effettivi. 100 milioni in 9 mesi. Questi sono i numeri di Facebook, re incontrastato dei social network che hanno trasformato il modo di comunicare fra le persone in questi ultimi anni. In principio erano lettere, o come anticamente le si chiamavano missive, pezzi di carta che arrivavano dopo giorni, settimane o addirittura mesi. Poi fu la volta del telefono che come si diceva in una nota e geniale pubblicità “ti allunga la vita”, alla faccia della bolletta e degli squilli che svegliavano tutta la famiglia, della variante “messaggino”, un semplice sistema per spendere molti soldi imparando a riassumere bene un concetto, o della mail,incontrastati sistemi nella comunicazione lavorativa, ma queste comunicazione erano riservate a chi si conosceva. Non si può certo scrivere una mail senza avere un indirizzo, invece Facebook supera questo limite, ed è possibile comunicare (o cercare di comunicare) con persone che non si conoscono nemmeno, o che si conoscono solo di vista. Ecco allora che “cercando” un nome, troviamo una persona con foto ed informazioni personali, uno “status” aggiornato, la lista delle pagine che considera ok e gli amici che si porta dietro, in una lista spesso numericamente inversamente proporzionale all’età del soggetto. Amicizia prima richiesta, poi concessa ed infine esibita, amicizia tra persone che a volte non si sono nemmeno mai parlate o sfiorate, ma che per qualche strano motivo si definiscono amiche. C’è il timidone che si avvicina ad una ragazza alla quale non ha mai avuto il coraggio di dire nemmeno un tenero “ciao”, c’è l’ex fidanzato che cerca un modo meno invasivo per controllare spostamenti ed abitudini della tanto amata ex ragazza, c’è il genitore che con tono finto giovanile si fa per amici i figli e i compagni di scuola di questi, cercando alleati inconsapevoli per restare sempre informato. Fotografie taggate, elementi di riconoscimento di un’identità spesso esibita e quasi mai protetta, aggiornamenti quotidiani e in tempo reale sul proprio status per informare il mondo che in quel momento Marco “è stanco di studiare,si prenderà una pausa” o Giulia “preferisce non illudersi troppo, chi ha capito ha capito”. Una sorta di finestra sulla nostra vita, opaca talvolta e trasparente quasi mai, in cui si accetta di mettersi a nudo ( o meglio semivestiti) ed aprirsi al mondo, o almeno al mondo degli amici. Guardo il profilo di Alessandro, 17 anni, e vedo che ha 2342 amici. Con quanti di questi avrà mai parlato, discusso, riso,scherzato,litigato? Con quanti di questi avrà mai dormito su un marciapiede aspettando il treno per tornare a casa dopo un lungo interrail, con quanti avrà condiviso gioie e dolori di un’estate che sta finendo o di un week end che ha visto morire un amico o un parente? Di quante di queste 2342 persone conosce la vita, la famiglia, le abitudini, i gusti? L’amicizia è un’altra cosa. Facebook è una vetrina, spesso utile e molte volte dannosa, o meglio illusiva.

Detto ciò, confesso che anch'io, come tutti, ho un profilo Facebook.

Simone Ariot

venerdì 15 ottobre 2010

Elogio della pizza.


Disco volante, astronave, quadro o tavolozza di colori. L’ho sentita chiamare in tutti modi possibili immaginabili, vedendo la fantasia delle parole e sentendone il profumino giungere fin davanti al mio naso. Chi non la conosce? Chi non l’ha desiderata nei momenti meno opportuni, quando un crampo allo stomaco ti prende e ti conduce a lei?! Bianca, rossa e verde come il tricolore ( la fogliolina di basilico non deve mancare), questo simbolo d’identità italiana diventa una sorta di ricetta d’esportazione nazionale. Economica, veloce, completa, la pizza rappresenta una soluzione al pasto veloce o alla più tranquilla cena tra amici, quando le finanze scarseggiano o la fame è tanta. Una delle parole italiane più conosciute e pronunciate nel mondo e termine di paragone nel giudicare il cibo estero, la pizza è stata oggetto di rappresentazioni artistiche, cinematografiche, musicali……. Il celebre Totò la citava spesso nei suoi film ( “posso offrirti una pizza…ce li hai i soldi?”), Pino Daniele ne ha scritto una canzone per celebrarla ( “Fatte na pizza”), e ancora oggi la pizza rimane una straordinaria occasione di socialità. Dalle serate di “pizza e birretta” nella pizzeria all'angolo alle pizze d’asporto che arrivano comodamente fin sotto casa, anche se un po’ lessate. Un rito senza esserne consapevoli, una tradizione nazionalpopolare, un desiderio democratico e trasversale e ancor più un segno dell’identità italiana che nel tempo diventa sempre più globale. Se fino a pochi decenni fa la pizza doveva avere un concentrato di napoletanità visibile e ridondante, oggi non è raro trovare pizzerie con pizzaioli milanesi, padovani, egiziani o finlandesi. La pizza vola, oltre i confini della storia e della politica che vorrebbe regolamentarla, diventa PizzaHut, Mexipizza, pizza con patatine o crema tartufata, pizza al trancio o speedypizza. La fantasia di pizzaioli ed imprenditori non ha limite e giorno dopo giorno un'intera economia si muove in direzione della pizza, ritenuta talvolta come una sorta di lasciapassare alla ristorazione facile. Per tradizione un napoletano o più in generale un italiano che emigrava all'estero sapeva bene che, alla fine, poteva sempre mettersi a fare le pizze e in quanto italiano i clienti non gli sarebbero mancati. Ma diventare pizzaioli nasconde allo stesso tempo insidie e difficoltà, ed ecco che anche il giornalismo ce ne vuole parlare, attraverso un libro inchiesta che fa passare la voglia di pizza. Della pizza originale poi, quella napoletana, rimane ben poco, forse solo il nome, e lo spirito d’intenti, che vuole questo cibo semplice e ridente, spigliato e nutriente. Forse pochi lo sanno ma a Napoli la vera pizza è solo Margherita o Marinara, senza possibilità di mille ingredienti esotici abbinati a chissà quale birra, perchè per tradizione con la pizza si beve solo acqua, possibilmente del sindaco. Chissà cosa ne pensano quelle pizzerie oggi diventate templi del gusto, dove una pizza costa 25 euro,(ma è sublime, provare per credere) e si deve prenotare con un mese d'anticipo! Voglio lasciarvi ai dubbi e alle considerazioni personali, perchè la pizza oltre che la fame suscita anche la riflessione. E intanto che rifletto, quasi quasi mi faccio na' pizza. Napoletana (piccola soffice e “alta”), o romana (bassa, croccante e larga)? Non ci sono dubbi, per me una napoletana, Margherita naturalmente.
Simone Ariot

venerdì 8 ottobre 2010

Chi c'è dietro la tua ombra?



Siamo gelosi della nostre cose, delle nostre parole, dei nostri affetti e delle nostre creazioni? Siamo gelosi e fortemente attaccati a quanto esce o entra in noi, a quanto viene identificato con il nostro lavoro e con la dedizione che mettiamo in qualcosa? Giorno dopo giorno, senza forse nemmeno accorgercene, arriviamo a produrre, fare, parlare. Tutte attività in cui mettiamo qualcosa di nostro. Perchè con le nostre parole, azioni, gesti e movimenti, diamo un valore e soprattutto un'identità a ciò che ci appartiene. E' come se, silenziosamente, dicessimo "in questa cosa ci sono io". Il discorso di un avvocato in tribunale per scagionare l'assistito da un'ingiusta accusa, le parole del poeta che scrive una lettera d'amore all'amata, lo slogan di un copywriter per pubblicizzare un prodotto. Possono essere solo parole, ma parole con una storia e un'identità, in alcuni casi con una proprietà. Come accade alle parole dei testi letterari, coperti dal diritto d'autore e dall'impossibilità di essere riprodotti per un determinato arco di tempo, o come avviene più semplicemente per i nomi dei prodotti e per i marchi, che non possono conoscere doppioni. Perchè in tutto, anche nelle cose inanimate e nelle parole, c'è un po' d'identità. Anche in ciò che apparentemente deve esprimere solo un concetto c'è dietro il mondo di colui il quale l'ha per la prima volta identificato, ideato o espresso. Già tempo fa ne avevo parlato, in un post di qualche mese addietro in cui cercavo di trasmettere il valore dell'autonomia mentre si scrive, della creatività e della personalità.
Certo, perchè scrivere quanto hanno già detto altri, ripetendolo magari all'unisono, è un esercizio troppo semplice, una prassi fin troppo inutile per lo sviluppo di alcune abilità, come quelle della comunicazione. Noi comunichiamo perchè siamo, ovvero perchè esistiamo, perchè siamo vivi. Se ci rifiutiamo di comunicare ciò che ci rappresenta, se ci rifiutiamo eventualmente di comunicare il vuoto che in quel momento ci attanaglia, per lanciarci nella facile avventura di prendere in prestito qualcosa che non è farina del nostro sacco, commettiamo un furto di qualcosa di più delle semplici parole. Commettiamo un furto d'identità. Teniamoci la nostra che è meglio, perchè qualsiasi originale ( anche se non perfetto o magari poco interessante) è sempre più straordinariamente vivo e vero della migliore tra le imitazioni.
Ho voluto ritirar fuori questo argomento perchè, sapete, prevenire è meglio che curare, soprattutto se a curare devono essere provvedimenti indelebili.
Siamo intesi?

Simone Ariot

domenica 3 ottobre 2010

Sull'ispirazione, ovvero, i blocchi creativi


Prima o poi un post del genere doveva proprio venir fuori. Perché dopo un anno di settimanali creazioni dettate da improvvise o studiate idee che macinando nel cervello si traducono in piccoli articoli, talvolta interessanti e talvolta autoreferenziali, doveva arrivare un momento di crisi creativa. Blocco creativo, stallo, iniezione di vuoto o come vogliamo chiamarlo, chi scrive o comunque crea deve almeno una volta nella vita ( ma più solitamente molte di più), confrontarsi con questo stato. A volte il blocco creativo, questo mostro temuto, arriva e non se ne va via, diventando compagno ufficiale delle nostre giornate, altre volte è veste i panni del visitatore passeggero, che in punta di piedi, senza badare al disturbo, passa a farci un salutino, chiedendo un’ospitalità che gli viene tendenzialmente negata. Bene, consultando internet si trovano consigli di chi spende parole e paroloni per offrire soluzioni ad un problema che affligge artisti, letterati, pubblicitari e imprenditori da quando il mondo ( o meglio l’arte), esiste. Noi invece vogliamo affrontarlo così, semplicemente annunciandolo, e riconoscendolo.
Perché è arrivato un po’ all'improvviso, senza far troppo rumore, forse in punta dei piedi, in una domenica mattina dai comuni tratti deprimenti. Ma, se ci si sofferma un po’, almeno per la prima volta il blocco creativo può dare un’iniezione di idee e creatività, tant’è che sono qui a scriverne. Secondo voi, come si affronta un blocco creativo? Quali consigli o tecniche vale la pena di ascoltare? Io, per me, lo guardo e l’ascolto un po’, perché nella maggior parte dei casi, come oggi, è il blocco stesso ad offrirmi la soluzione.
Ci siamo capiti? La parola a voi!
Simone Ariot

giovedì 23 settembre 2010

Nous, voulevons savoir....ovvero, parla come mangi




Lo sentivo dire da un bidello quando andavo alle medie: "Parla come te magni", seguito da una serie di sproloqui e imprecazioni che rendevano la frase molto più lunga, come da tradizione veneta. Ma il concetto era comprensibile, al contrario dei discorsi densi di francesismi di tanti e sedicenti colti professori che si rivolgevano a Dino guardandolo dall'alto in basso. Perchè in effetti è così, da che mondo e mondo la lingua e la comunicazione possono essere un valido sistema per trasferire informazioni ma anche un'ottima strategia per sottolineare differenze di ceto e d'istruzione. Ce lo ricorda bene il Renzo manzoniano,quando dall'avvocato Azzecca Garbugli si faceva ripetutamente fregare da quel latinorum che proprio non capiva. Una consuetudine insomma, una strategia che non si confina nelle pagine più o meno impolverate della letteratura ma che esce dai libri per entrare prepotentemente nella realtà. Proprio come accade oggi, nel decennio della comunicazione facilitata e del trionfo dei pid-gin ( incroci di lingue per semplificare la comunicazione), quando ad Ariano Irpino il segretario comunale ha stupito tutti i dipendenti con una lettera incomprensibile, dai toni pesantemente artificiosi scegliendo termini desueti o addirittura irreperibili nel dizionario.
Qui di seguito parte del testo, ditemi voi se ci capite qualcosa:

«Ho letto lo scritto emarginato in epigrafe con tutta l’attenzione che ha meritato. Nulla più. Vediamo elenticamente perché. Da essa viene in emersione una apodittica concezione del diritto immaginato come un’astrazione da investire acriticamente. Infatti è meridianamente epifanica l’indifferenza contenutistica che implica meccanicisticamente un calco a rime obbligato: la devozione al culto del formalismo idealizzato come un rifugio onirico».
«Tale rifugio svolge “una funzione redentrice”. Ma tutto ciò, come ammonisce un maestro dei nostri tempi, Natalino Irti, produce un meccanismo giuridico “che sospinge verso la nientità del diritto”


Comprensibile? Beh, io direi di no, e credo che inconsciamente vi fosse un desiderio di finire sui giornale, come è successo!

Simone Ariot

giovedì 2 settembre 2010

Un addio non è mai per sempre


Alle classi 3ast e 5cst del liceo Quadri
Temevo molto questo momento, ma sapevo che sarebbe potuto arrivare. Purtroppo, nonostante infiniti tentativi per far andare le cose diversamente, per questo nuovo anno scolastico non sarò con voi. Mi dispiace molto, perchè il viaggio che stavamo facendo insieme non lo consideravo concluso, sentivo che c'erano ancora molte cose da fare, molti argomenti di cui parlare, molta letteratura di cui occuparsi, ma soprattutto sapevo di aver ancora bisogno di voi, due classi che si sono rese disponibili a fare le cose in modo talvolta nuovo e diverso. Purtroppo non ha dipeso da me e nemmeno dal preside, che di fatto si è adoperato in tutti i modi possibili per tenermi al Quadri, ma da una assurda logica burocratica che non considera in alcun modo il bene degli insegnanti e ancor meno quello degli studenti. Pensate che le ore per me ci sarebbero state, ora affidate ad una supplente, ma per questioni illogiche ed incomprensibili (diciamo pure per questioni stupide), sono andate ad altri. Per farvi capire cosa sia successo avrei bisogno di ore, e la questione è piuttosto noiosa, ma posso assicurarvi che si tratta di una decisione casuale, totalmente svincolata da quelli che dovrebbero essere i soli criteri sani.
Ma non voglio soffermarmi su questo, perchè vorrei guardare avanti e vorrei che anche tutti voi possiate guardare avanti. Agli studenti di V°CST, ora prossimi maturandi, auguro un buon anno all'insegna della serenità, del divertimento e ....dell'impegno. Ricordatevi che in italiano la letteratura che si studia in quinta è la letteratura regina, la più bella e appassionante, quella che vi farà sentire gli autori molto più vicini di quanto non vi sia mai capitato. Più avanti andrete con l'anno più vi renderete conto che i poeti ci parlano di cose che riguardano anche noi, giorno dopo giorno e problema dopo problema. Mai più, probabilmente, vi capiterà di occuparvi di certe questioni da un punto di vista così serio, perchè lo sappiamo benissimo che sarete destinati soprattutto a facoltà scientifiche. A maggior ragione sfruttate quest'ultima possibilità, buttatevi a capofitto in letture appassionanti e in storie di vita che fanno venire i brividi. Mi dispiace molto non affrontare con voi quest'anno, non ho mai nascosto che il programma di quinta è il mio preferito e quello su cui mi sento più preparato. Non importa, troverete un/a valido/a docente e sappiate che la mia posta elettronica è sempre aperta per voi. Dubbi o problemi, io ci sono. E anche se l'anno scorso questo percorso on line di "Parolefantasiose" non vi ha riguardato, sappiate che è aperto a tutti, che andrà sempre avanti, e che è rivolto anche a voi, quindi preparatevi perchè i commenti nei vari post sono ben accetti anche da voi.
A voi più piccoli, voi della 2°ast che solo un paio di anni fa arrivavate a scuola intimoriti e ancora bambini, a voi va un grande grazie per avermi consentito di sperimentare quanto nella scuola italiana non si era ancora mai fatto. Al Venezia Camp di luglio, una fiera sull'innovazione digitale, ho parlato del nostro progetto davanti ad una platea di esperti di vari settori che sono rimasti allibiti quando hanno visto cosa abbiamo fatto l'anno scorso. Chi potrà mai dimenticare il clima delle lezioni in laboratorio, le notti passate a collezionare commenti, la straordinaria esperienza di Mediaset che è venuta a raccontare il nostro percorso o l'interessamento di giornalisti di radio e carta stampata che hanno passato tempo a documentarsi e a raccontare la nostra avventura per una trasmissione televisiva. Ma non solo, pensate a tutte le centinaia di pagine che avete scritto fra temi e racconti, con le scadenze che si facevano sentire e l'ansia ( positiva)per la valutazione; e vogliamo parlare delle ore settimanali passate a leggere insieme tre romanzi che hanno fatto la storia con i relativi blog da voi prodotti che ancora oggi vengono letti in Italia e nel mondo? Ricordo ancora oggi la vostra titubanza di fronte alla mia idea all'inizio dell'anno, ma tempo pochi giorni e abbiamo visto che si trattava di una buona idea! Quest'anno avevo in mente un bel percorso su Dante e la Divina Commedia, ancora aggiornato e rivisto rispetto quanto ero solito fare in passato, un percorso che sono sicuro sarebbe stato molto attraente e che di fatto non potrò più sperimentare. Pazienza, mi inventerò qualcos'altro e cercherò di trarre vantaggio dalla nuova esperienza che inizierò tra pochi giorni. Chiaramente ( e ve lo avevo già anticipato), il mio addio è un arrivederci, e soprattutto un a risentirci. Parolefantasiose sarà sempre vostro e mi piacerebbe vedere i vostri commenti ai nuovi post che si mescolano con quelli dei nuovi studenti a cui proporrò questo percorso. Mi raccomando, cercate di mettere a frutto l'esperienza fatta, ma sforzatevi ad adattarvi alla nuova insegnante senza farla diventare matta!

Carissimi ragazzi e ragazze, buon anno scolastico, e soprattutto, buona fortuna nella vita, perchè ne abbiamo tutti bisogno e perchè non c'è solo la scuola, come ben sappiamo tutti.
Ciao a tutti!
Simone Ariot

lunedì 9 agosto 2010

Arrivederci a settembre !



Parolefantasiose è in vacanza. Da un bel po' ormai, diciamo da almeno un mese e mezzo, e ci rimarrà fino a settembre, quando riapriranno le scuole.
Per il momento parolefantasiose si sta rilassando dopo un viaggio in Sardegna, uno in Grecia, e uno che sta per intraprendere in Sicilia. Dopo un anno di duro lavoro arrivano viaggi, cibo, rilassatezza, esplorazioni, buone letture, amici, amori, mare, montagne, colline, pesci, carne, eccessi e tanto altro.

CI VEDIAMO A SETTEMBRE, QUANDO RIAPRE LA SCUOLA

Simone Ariot

sabato 5 giugno 2010

Le dieci cose migliori da fare quando la scuola è finita


C'è poco da fare. E' e sempre sarà un momento topico, una realtà che per secchioni o schiappe è attesa da settembre e che si intensifica negli ultimi giorni di scuola, quando ormai solo a sentir pronunciare questo termine vengono i conati di vomito. Tutto l'anno si attende questo momento, lo si sogna, lo si aspetta in modalità mistica o passiva, organizzando riti scaramantici o più semplicemente segnando sul calendario i giorni passati e godendo nel vedere che ve ne sono sempre meno tra gli immacolati. Tutto l'anno ci si concentra per immaginare ed organizzare il giorno della liberazione, che quest' anno non sarà il 25 aprile ma il 9 giugno e quando meno ce se lo aspetta, eccolo arrivato. Professori e studenti gioiscono per la fine delle torture, anche se per i professori e i maturandi non è ancora finita. Ma quali sono quelle realtà che rendono molto diverse le giornate di vacanza da quelle passate a scuola? Cosa si può fare in questi benedetti giorni di vacanza rispetto a quello che si fa solitamente durante l'anno? Certo, andare in vacanza, ma questa è una risposta scontata e banale. Io intendo sondare il terreno e capire quali sono le 10 cose che tutti , professori e studenti, desiderano fare una volta terminato l'anno scolastico. Inizio io, come rappresentante della categoria degli insegnanti, ed escludendo come dicevo prima la più semplice motivazione del "vado in vacanza" posso dire ( ordine casuale e non d'importanza)...

1- evitare di mettere la sveglia tutte le mattine, dal lunedì al sabato, alle 6.45 del mattino
2- sentirmi finalmente libero da quell'etichetta d'educatore che bene o male mi s'appiccica addosso per 10 mesi l'anno
3- non dover sorridere a qualche collega facendo finta che mi stia simpatico
4- non dover leggere centinaia di temi al mese scritti da studenti che spesso lo fanno male e controvoglia
5- non dover partecipare alla noiosissime riunioni scolastiche in cui si parla di tutto tranne che dell'importante
6- non dover continuamente chiedere educazione e stile a persone che non potranno mai possedere tali qualità
7- poter passeggiare al mattino, con pausa tartina da Renzo o pastina da Sorarù, senza l'angoscia che l'ora buca stia per finire
8- decidere, alle undici del mattino, di farsi una doccia fredda contro il caldo
9- farsi una passeggiata al mare, sapendo che il giorno dopo posso farla in montagna o in campagna
10- prendere un aereo low cost per andare a Napoli in giornata, mangiarsi una pizza, e tornare a casa.

E voi? sbizzarritevi

Simone Ariot