E’ una storia come poche, una storia di quelle che leggi scritte sui giornali e poi, quando te le trovi davanti, non ti sembra nemmeno che possa essere vera. Se poi a scriverle sui giornali devi essere tu, allora la faccenda si complica perché entri ancora più dentro la questione. La storia che vi accenno oggi la potrete leggere con più tranquillità sul prossimo numero di Accenni, rivista con cui collaboro che uscirà tra pochi giorni in edicola . Parte tutto da lontano, da una passione per le moto e soprattutto per le moto di una volta, quelle senza troppa plastica e colori sgarcianti, che mi ha concesso di avvicinarmi a questa storia di persone e motociclette, di sentimenti e fantastici mezzi meccanici.
Lui si chiama Umberto Borile, ed è un artigiano con bottega a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, dove assembla una alla volta straordinarie moto scrambler, essenziali, bellissime. Fin qui nulla di strano, anche se vedendo le sue moto di strano ci sarebbe molto, perché sono belle e con l’anima. Un paio d’anni fa la decisione di cedere il marchio ad un’azienda più grande, il cambio d'interesse per un business parallelo, e la decisione di fare delle moto solo un passatempo. Poi il vuoto, provocato da un fattaccio. A soli 20 anni Riccardo, figlio di Umberto, muore tragicamente in una calda giornata estiva. Un ragazzo che anche lui amava le moto, un ragazzo come tanti altri ventenni che sogna di emulare il Valentino nazionale ma che se ne sta bene con i piedi per terra, un ragazzo che aveva il sogno di portare la gente a scoprire i colli euganei, a bordo dei Quad, un ragazzo che non c’è più. Disperazione, rabbia, difficoltà nell’accettare portano Umberto a chiudersi in se stesso, a lasciare tutto, a non volerne sapere più nulla di nulla.
Poi, senza preavviso, suona il campanello una coppia genitore-figlio che gli propone di rimettersi in campo nel mondo della progettazione motociclistica. Lo corteggiano, lo spronano a ritirar fuori quelle doti e quella passione che l’avevano reso uno dei progettisti più stimati al mondo. Così, quasi per caso, e grazie all’insistenza dei due angeli della provvidenza, Umberto si rimette in carreggiata e disegna
Simone Ariot