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domenica 3 aprile 2011

Tutto questo per un goal?


Siamo in Egitto ma avremo potuto essere in Italia, Francia, Inghilterra o Messico. Cambiando la location il risultato non cambia, potrebbe dire un matematico. Perchè se è vero che il calcio è uno sport di massa, seguito da tutti senza distinzione di classe e ceto, è altrettanto vero che in questa arena chiamata stadio si manifestano spesso i comportamenti più lontani dallo sport, dai valori che dovrebbe trasmettere. In uno stadio Egiziano feriti e risse con inseguimenti dell'arbitro hanno aggravato di un ennesimo problema un paese che non dovrebbe aver voglia di averne altri. Eppure, la violenza negli stadi è all'ordine del giorno ed è triste notare che riguarda soprattutto lo sport nazional popolare italiano per eccellenza: il calcio.
E se si sprecano proposte di legge e corsi per diffondere nelle scuole le buone pratiche sportive, gli stadi di tutto il mondo continuano a mietere vittime (quando va male) e sprechi pubblici. Perchè forse nessuno ci pensa, ma mentre le città avrebbero bisogno delle forze dell'ordine per molte cose che non vanno, queste sono impiegate a calmare gli scontri allo stadio, a spese della collettività. Non so se ve ne siete mai accorti, ma provate a pensare quanti soldi pubblici sono impiegati solo per bloccare le tensioni alle partite di calcio, momento tra l'altro che dovrebbe essere caratterizzato dalla tranquillità e dalla felicità. Forse sono fuori moda nel pensarlo, ma non riesco proprio a comprendere perchè un essere umano debba sfogarsi in questo modo. Decine di ultras che non guardano nemmeno la partita, impegnati solo nell'organizzare lo scontro alla fine del match o nel mezzo. Intanto i calciatori guadagnano milioni, il lunedì le pagine dei quotidiani nazionali parlano più di calcio che di cronaca e giovani e meno giovani per lo più disturbati si trovano dentro un'arena per dar sfogo alle proprie frustrazioni. Io proprio non lo capisco. Che si trovino una donna e si divertano in un modo più sano.
Simone Ariot

domenica 13 febbraio 2011

Egitto libero. E adesso?

Una storia durata trent'anni. Un regime che si immaginava infinito, un uomo che rappresentava l'Egitto in sè, e il sè nell'Egitto.

Proteste, piazze, morti, esercito, media, facebook. Sono il vocabolario degli scontri, la grammatica di una protesta durata poco più di due settimane e conclusasi come gli egiziani desideravano. Libertà nei volti dei ragazzi laureati che vendono frutta agli angoli delle strade, libertà nella voce di ragazze che sognano un occidente più vicino, libertà nelle speranze di quei genitori che hanno voluto investire nel futuro dei propri figli e che ormai avevano perso ogni speranza.

E adesso? Quale scenario si aspre?

Controllo straniero?

Gestione dell'Onu?

Intanto pare ci siano i generali. Già, i generali. Quegli stessi generali di cui Mubarak stesso faceva parte. I generali.

Il popolo sembra felice e speranzoso.

E adesso?

La storia parla chiaro, è come una scienza che attraverso numeri e statistiche dimostra come vanno quasi sempre le cose. Difficile individuare una realtà in cui dopo una rivoluzione della popolazione e un ritiro del suo leader, ci sia la capacità di prendere in mano le redini di una nazione e ripartire. L'Egitto non è Sao Tome e Principe, piccolo atollo caraibico con poche migliaia di abitanti. L'Egitto ha 4000 anni di storia e 80 milioni di abitanti, 18 dei quali raggruppati al Cairo.

E adesso?

Elezioni libere con quali candidati? diventerà un feudo americano o si accenderà la miccia del fondamentalismo islamico? L'Egitto è lì, con le sue contraddizioni e le sue difficoltà evidenti, in un continente che gli sta stretto e che lo condiziona. Ma è lì, nella morsa di una scelta manichea, nel rischio di ricadere domani stesso.

Ma intanto ci sono i generali. Si, i generali.

Gridare libertà con l'inconsapevolezza è facile. E’ legittimo. E’ auspicabile. Ma allo stesso tempo talvolta sconveniente. L'Egitto dimostrerà di potercela fare?

E adesso?

Simone Ariot